Sono stato molto felice di ascoltare questa intervista a Lorin Maazel che ho trovato con google http://video.google.com/videoplay?docid=-1591431050650543439 (forse qualcuno l’avrà vista pure in tv, ma io da tempo non faccio più uso di quell’attrezzo diabolico…), nonché di leggere un’altra sua intervista sul Corriere di qualche mese fa (http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/20/ira_Maazel_co_9_080820010.shtml). Ciò che dice il Maestro Maazel ben si accosta a quel che avevo scritto in Lucio. In particolare ci sono tre punti da notare:
1) Nineteen Eighty-Four di Orwell è forse il più importante romanzo del ‘900
2) L’Opera è la più alta forma d’arte dell’Occidente (con buona pace del cinema)
3) L’imperversare di regie teatrali assurde, noiose e volgari.
Mi permetto ora di commentare un poco queste tre osservazioni, anche in relazione al mio romanzo.
Sul libro di Orwell ci sarebbe molto da dire, io l’ho letto per la prima volta quando avevo ventidue anni, ed è stato per me un aiuto fondamentale per capire certi meccanismi perversi della nostra società. È un libro che apre gli occhi su come i politici manipolano l’opinione pubblica facendo leva sulla mancanza di memoria, sulla violazione del principio di non contraddizione, e su come la gente si nutra di canzonette fatte col macinino (quattro frasi e quattro accordi frullati a caso, e via con l’hit-parade…). E in oltre: la questione dell’impoverimento del linguaggio per uccidere la coscienza, il controllo dei sentimenti; la questione del rapporto uomo-donna, l’ipocrisia della Lega Anti-sesso… Insomma se posso darvi un consiglio, leggetelo. Per quanto riguarda la connessione con Lucio, in esso ho ripreso certi temi e alcuni spunti orwelliani, nonché – ma questo è solo un dettaglio tecnico -, la struttura formale (divisione in tre parti, narratore onniscente esterno, i dialoghi, il diario).
Anche il secondo punto mi sta molto a cuore. L’Opera fonde in sé tre delle forme più alte dell’espressione artistica Occidentale: il teatro, la poesia e la musica. Nessun altro genere come l’opera lirica (o il dramma buffo) riesce a convogliare in sé le competenze di così tanta arte. Per rappresentare un’opera servono (a parte scenografi, sarte ecc.) una trentina di orchestrali, una trentina di coristi, una decina di attori-cantanti, di cui due o tre superiormente dotati, un regista, e infine un direttore d’orchestra che abbia il controllo di tutto questo. Per ognuna delle professionalità necessarie a questi ruoli – non parlo del talento del fuoriclasse –, bisogna studiare almeno una quindicina d’anni (preferibilmente iniziando da piccoli). Per scriverla invece, servono un genio (il musicista) e uno-due scrittori molto in gamba per il libretto. È facile comprendere che arrivare a mettere in piedi un’impresa del genere è il frutto di una società estremamente evoluta; dai Sumeri a noi, la prima volta che si è riusciti in questa impresa in modo assolutamente soddisfacente, è stato a Venezia nel 1643, grazie a Claudio Monteverdi e a Giovan Francesco Busenello, con L’Incoronazione di Poppea, unanimemente considerato il primo capolavoro del melodramma. Negli ultimi cinquant’anni l’Opera ha subito una grave flessione, però ancora ne vengono scritte di buone ogni tanto: 1984 di Maazel ne è un esempio recente, e personalmente sono convinto che qualche capolavoro può ancora venire.
Infine sulla questione delle regie: in Europa stanno imperversando una serie di registi-vermi che sotto pretestuose aspirazioni di “reinterpretazione moderna”, stravolgono e infangano i più grandi capolavori della nostra cultura con le loro volgari e piatte bizzarrie. Questi «arroganti» e «spesso senza cultura» come giustamente li definisce Maazel, lungi dall’avere la benché minima capacità artistica, altro non fanno se non abbassare alla loro ignobiltà la grandezza dei grandi autori del passato, che per loro fortuna (e nostra sfortuna) non sono in grado di difendersi, essendo passati a miglior vita. Che alcuni di questi “infami” siano pure considerati “grandi registi” e scorrazzino incontrastati nei più grandi teatri d’Europa, applauditi come star della cultura, è una delle vergogne della nostra epoca. I tedeschi e gli austriaci sono all’avanguardia per quanto riguarda le regie oscene, e Maazel parla in particolare di Salisburgo. Quando ho scritto l’Epilogo di Lucio avevo in mente alcune rappresentazioni proprio del Festival di Salisburgo, quello per i 250 dalla nascita di Mozart (vedi per esempio il Sogno di Scipione, che bel “regalo” che gli hanno fatto!). Portando invece qualche esempio che ho visto con i miei occhi a teatro: Plauto tradotto con un effluvio di parolacce, La Locandiera di Goldoni storpiata in modo indegno (addirittura con un’orgia!), Gli Innamorati di Goldoni ridotto ad una pagliacciata, un Re Lear di Shakespeare sul quale preferisco tacere (per la prima volta in vita mia me ne sono andato a metà spettacolo); e sto parlando di cose che ho visto nei più importanti teatri di Roma, non in qualche sperduto paesotto. A onor del vero ogni tanto si trova anche qualcosa di bello: recentemente ho visto uno stupendo Faust con Gluaco Mauri, un eccellente Re Lear con Ugo Pagliai, una bellissima Mandragola ancora con Pagliai. Ma purtroppo sono piccole oasi nel deserto. Non che in passato la situazione sia mai stata tanto rosea – Goethe non risparmia critiche al teatro della sua epoca nel Wilhelm Meister –, ma oggi siamo proprio in un punto di minimo, oserei dire che stiamo a livello-Canale 5…