Pensate all’uomo più potente del mondo – Trump o Caligola, fa poca differenza – che in preda alle sue turbe psichiche abusi del proprio potere in maniera brutale, sperperi denaro pubblico per spettacoli indegni, perseguiti chi gli è contro o che non lo favorisca quanto vorrebbe, non abbia scrupoli a stuprare, sposare e ripudiare una donna dietro l’altra, catturi e uccida un regnante di un altro paese, violi leggi e prassi consolidate in spregio al Senato e a singoli magistrati. Quest’uomo è stato avvantaggiato dalla nascita, suo padre era un uomo eminente, poi, in seguito a una serie di contingenze è divenuto capo di un impero militare. È abile, sfrontato e senza scrupoli. Il malcontento contro di lui cresce, ma ormai è così potente che nessuno riesce a opporglisi.
Potremmo paragonarlo a un semidio con una forza spropositata, che quando vuole non c’è porta che non possa sfondare: lui stesso pretende di essere venerato come un dio. Due volte cercano di ucciderlo ma non ci riescono, e lui ne esce ancora più violento di prima. La terza volta però è quella buona, perché c’è di mezzo un alto militare a capo della sua scorta (e adesso, almeno per il momento, parlo solo di Caligola, ma si sa che tra i colli capitolini e Capitol Hill c’è più di un’assonanza).
È il tribuno di una coorte pretoriana (un capo delle bodyguard del presidente), Cassio Cherea, che stanco delle continue vessazioni, trova i giusti sodali. Dopo diversi rinvii, “si decide di assalirlo in occasione dei giochi palatini a mezzogiorno, proprio quando avrebbe lasciato lo spettacolo”. L’attentato riesce, Cherea lo trafigge infilandogli la spada tra la spalla e il collo.
La notizia si diffonde, tutti sono increduli, molti non ci credono. Ma ora, ucciso il presidente-principe-mostro impazzito, cosa fare della moglie e della figlia? Potrebbero ereditare il suo potere, magari risposandosi con qualche uomo eminente.
Il cadavere del mostro viene portato nel palazzo. La first lady giace per terra ai piedi del cadavere del marito, sporca del suo sangue, con la figlioletta accanto, quando arriva un altro tribuno: è Giulio Lupo, anche lui tra i congiurati, che la trafigge di spada e poi uccide pure la figlia piccola schiacciandola contro un muro.
Il Senato viene convocato d’urgenza e si trova di fronte al dilemma se restaurare la Repubblica, o nominare un altro Imperatore, sperando che si comporti meglio. Si opta per la seconda ipotesi, decidendo però di fare salire al trono uno zio debole e malato del tiranno ucciso, Claudio, con la promessa di limitarsi a essere un imperatore di rappresentanza, una sorta di re Carlo nel Regno Unito d’oggi. I tirannicidi e “molti altri” che hanno preso parte alla congiura, dopo un’accesa discussione, vengono arrestati e decapitati.
Immaginate ora che il drammaturgo più importante dell’epoca – non pensate al drammaturgo italiano più importante di oggi (che in pochi credo conoscano, ammesso che ce ne sia uno), pensate piuttosto a una sorta di Nolan che riempiva i vari theaters sparsi nell’Impero – si trovi a elaborare la sua nuova sceneggiatura. Parliamo di Seneca, “l’autore allora più ammirato” (Svetonio), già malvisto da Caligola. E Seneca è uno che parla chiaro, uno che ti manda all’inferno con la minaccia del contrappasso anche se sei il dittatore in carica… mica uno come Nolan che si limita a generici e innocui messaggi come “se fate la guerra poi ne avrete rimorso”, o a trame astruse e incomprensibili.
Insomma il drammaturgo più famoso adesso deve andare in scena al Teatro di Pompeo davanti a diciassettemila spettatori, tra cui patrizi, plebei e forse l’imperatore stesso. E deve prendere la parola in una società profondamente scioccata e divisa: il popolo, il senato, i magistrati, i generali e i soldati sono pieni di domande. Chi ha sbagliato? Era giusto uccidere l’Imperatore? E se lui se lo meritava perché anche sua moglie e la figlia piccola? E i tirannicidi, se hanno liberato la patria da un criminale, perché sono stati condannati a morte? Perché non si è tornati alla Repubblica e si è rimesso al vertice un esponente della famiglia regnante, già colpevole di innumerevoli crimini? E se questo imperatore si comporterà ugualmente che si fa? Cosa dobbiamo chiedere al nuovo regnante?
Seneca tenta di rispondere a queste domande nell’Hercules Furens, mettendo in scena la follia di Caligola, la sua uccisione e ciò che ne è seguito. Certo, non può fare nomi e cognomi, se non vuole essere decapitato all’istante e non vuole che la sua tragedia sia messa al rogo invece che in scena. Però finché parla di eroi omerici o rimaneggia un dramma euripideo, nessuno dovrebbe dirgli niente, almeno in teoria. In fondo porta lustro come pochi alla lingua dei Romani e quindi, indirettamente, anche al Principe. Nessuno vuole essere l’imperatore di un popolo di barbari.
D’altra parte, trasfigurando la realtà attraverso il mito, fa quello che fanno tutti gli scrittori: indaga la realtà attraverso una storia di fantasia, ma in modo che chi ha buon intelletto e conoscenza del contesto possa facilmente intendere in controluce i riferimenti reali.
Oggi Caligola non ci è presente quanto Trump o Putin, e per rendere trasparenti i riferimenti di Seneca bisogna mettersi a spulciare quello che ci hanno tramandato gli storici dell’epoca. Quel che forse è più sorprendente è che quei riferimenti non siano stati finora individuati neppure dai quattrocento (o quattro?) studiosi che si sono occupati delle sue tragedie. Forse non si sono ritrovate mai esperienza di scrittura drammaturgica, conoscenze storiche e conoscenze di Seneca nella stessa persona.
La Follia di Ercole, come dimostrerò qui di seguito, è incentrato sull’uccisione di Caligola e sulla salita al trono di Claudio ma, nelle due principali edizioni italiane, Caligola e Claudio non li si nomina nemmeno. Mi riferisco all’edizione di Ettore Paratore (Newton Compton) e a quella di Giovanni Vansinio (Mondadori). Tutte le note spiegano con ammirevole precisione i meri riferimenti letterali – Ercole era figlio di Giove, che aveva sedotto Alcmena prendendo la forma del marito Anfitrione, sua moglie era Megara ecc. ecc. – e di quanto Seneca si discosti da Euripide o da Sofocle, o utilizzi un’espressione virgiliana, o riprenda una variante del mito presente in Ovidio… come se Seneca avesse voluto baloccarsi tra i miti greci e la letteratura latina giusto per far vedere quanto era erudito. Sarebbe assurdo pensarlo, come sarebbe assurdo pensare che il David con la testa di Golia di Caravaggio faccia riferimento solo all’Antico Testamento o alle precedenti raffigurazioni dello stesso soggetto.
Tutti gli studiosi ammettono che le tragedie di Seneca sono intrise di riferimenti agli intrighi di palazzo, ma in maniera troppo generica e in genere facendo riferimento solo al principato di Nerone. In realtà, Seneca era il più famoso drammaturgo già diciassette anni prima che salisse al trono Nerone, e in ogni sua tragedia utilizza l’immaginario comune dell’epoca per raccontare, riflettere e (in una certa misura) agire su ciò che stava accadendo nell’immediato, ma non genericamente, bensì in maniera molto puntuale ed esplicita, almeno nei limiti in cui glielo permettevano i tempi.
Qui di seguito cercherò di dimostrare la mia tesi nella maniera più puntuale possibile con i passi ambivalenti secondo me più significativi dell’Hercules Furens, cioè i passi che trovano riscontro negli accadimenti storici, tramandatici principalmente da Flavio Giuseppe e da Svetonio.
1. Partiamo dall’incipit: il soliloquio di Giunone, la dea che avversa Ercole (qui e in seguito, dove non diversamente dichiarato, userò la traduzione di Ettore Paratore, Newton Compton):
GIUNONE: Io, sorella del Tonante (questo solo appellativo, infatti, mi è rimasto, ch’io possa adoperare), io sposa derelitta ho abbandonato Giove, che è sempre in braccio ad altre donne, e la reggia eccelsa dell’etere, e, cacciata dal cielo, ho ceduto il posto alle sue concubine; debbo risiedere in terra, perché il cielo sono loro a possederlo!
Subito si possono individuare due chiare corrispondenze: Giunone-Giulia Livilla, e Giove-Caligola imperatore.
Forse è la prima volta in letteratura che si trova Giunone che si autodefinisce sorella di Giove invece che sua moglie. Ebbene, Caligola aveva tre sorelle, Agrippina Minore, Drusilla e Giulia Livilla. Drusilla era la sua preferita ed era già morta. Livilla e Agrippina invece erano state entrambe mandate in esilio (“cacciate dal cielo”) da Caligola perché considerate coinvolte nella congiura precedente. Giunone qui è antagonista di Giove e di Ercole, allo stesso modo in cui Livilla e Agrippina lo furono per Caligola. In Giunone Seneca riunisce entrambe le sorelle esiliate, oppure, se ne ha in mente una sola, propenderei per Giulia Livilla (forse è un caso l’assonanza IULIA-IUNO, ma Seneca fu mandato in esilio da Claudio con l’accusa di avere commesso adulterio proprio con lei, mentre lei fu esiliata e uccisa, quindi forse era quella percepita come più pericolosa tra le due sorelle).
L’identificazione tra Caligola e Giove (così come tra Caligola e Ercole) era immediata e lampante: Caligola si era fatto addirittura portare “le statue più venerate e più belle degli dèi, tra le quali quella di Giove Olimpico, per sostituire la loro testa con la propria” (Svetonio); inoltre, che fosse “sempre in braccio ad altre donne” ce lo attesta con dovizia di particolari sempre Svetonio. (Di Caligola ci è pervenuta una statua che lo rappresenta come Giove in trono, ma tantissime altre, forse anche in forma di Ercole furono distrutte per la damnatio maemoriae. Questo invece è l‘imperatore Commodo come Ercole).
2. Megara è moglie di Ercole, e qui rappresenta Milonia Cesonia, la moglie di Caligola. Ovviamente Seneca deve rispettare le relazioni di parentela della finzione letteraria, e siccome Ercole non muore, allora la fa piangere per il padre re e i figli del padre.
MEGARA: […] Ho visto cadere dinanzi ai miei occhi i sostegni del regno di mio padre, i suoi figli e lui stesso, ultimo rampollo della stirpe di Cadmo; ho visto strappare dal capo il suo regale ornamento insieme col capo stesso. Quali lagrime sarebbero sufficienti per le sventure di Tebe?
Tebe naturalmente è Roma, le sventure tutte quelle che ha vissuto per causa di Caligola (e Tiberio).
3. Lico è l’usurpatore di Tebe che approfitta della lontananza di Ercole per insidiargli la moglie e il regno. In questa tragedia lo si può identificare in buona parte con Giulio Lupo e Cassio Cherea i principali fautori della congiura. Nel teatro i personaggi sono sempre in numero limitato, perciò anche in un dramma storico con nomi e cognomi veri l’autore deve spesso condensare in uno stesso personaggio le azioni o le caratteristiche di più persone.
LICO (fra sé) Io domino sull’opulenta terra della città di Tebe e su tutto il fertile suolo ch’è ricinto trasversalmente dalla Focide, su tutta la regione che l’Ismene irrora e il Citerone contempla dalla sua eccelsa vetta e che l’Istmo lambisce separando con la sua esile striscia i due mari; ma il mio diritto non riposa su vecchie tradizioni familiari, come quello di un indegno erede; io non ho nobili antenati, non discendo da una stirpe insigne per gloriosi trofei, ma il mio titolo di gloria è il mio valore. Chi non ha da vantare se non il suo casato si appoggia ai meriti altrui… Ma lo scettro ch’è stato rapito con la forza è impugnato da una mano che trema! L’unico suo sostegno sono le armi: il potere che tu sai di stringere a scorno del popolo, lo può proteggere solo la spada sguainata. Il regno poggiato sopra una base illegittima non ha stabilità; il mio potere lo potrà rinsaldare solo Mégara se si unirà a me col rito di nozze regali e ascenderà il mio talamo: la mia umile origine riceverà lustro dallo splendore della sua stirpe. Certamente non potrà rifiutarmi e disprezzare il mio talamo; ma se mi dirà testardamente di no col suo spirito protervo, allora ho deciso di sradicare per intero la discendenza d’Ercole… Ma questo eccesso non mi attirerebbe l’odiosità, le critiche del popolo? E che! La prima dote d’un re non è quella di saper sopraffare anche l’odio? Perciò tentiamo; la sorte mi offre l’occasione.
Le prime due frasi evidenziate in rosso sono un evidente riferimento a Claudio che aveva una malattia per cui tremava, e non aveva altro merito se non di essere nipote di Augusto.
Nel suo primo monologo Lico ha le caratteristiche di un comandante a capo di uomini armati che si contrappone a Ercole-Cesare. Forse vi si può leggere anche un riferimento al tentativo di rivolta di Furio Camillo Scriboniano. Ma senz’altro le parole da tirannicida “ho deciso di sradicare per intero la discendenza d’Ercole” e la coincidenza Lycus-Lupus non può essere stata ignorata da Seneca, né forse è un caso che Seneca dia a questo personaggio un peso ben maggiore di quanto gliene dà Euripide: “Lico in Euripide medita solo di sterminare la schiatta di Eracle” annota Paratore.
Di Giulio Lupo ci racconta Flavio Giuseppe:
Così [Cherea] inviò uno dei tribuni militari, Giulio Lupo, a uccidere la moglie e la figlia di Gaio. Per questa missione fu proposto Lupo perché parente di Clemente affinché, in qualche modo, divenisse complice del tirannicidio, fosse glorificato agli occhi dei cittadini, godesse della stima di persona valente e fosse considerato un confederato di coloro che per primi avevano organizzato tutta la cospirazione. Alcuni dei cospiratori giudicarono troppo crudele questo procedere contro la moglie di Gaio, poiché Gaio seguiva il proprio istinto, non le suggestioni di lei in tutto ciò che faceva portando la città all’esaurimento con il peso delle calamità e alla distruzione del fiore dei cittadini. [Flavio Giuseppe]
Nel passo seguente Lico, stavolta dando voce ai pensieri di Seneca stesso, invoca la pace per evitare l’infinita sequela di vendette:
Se i mortali nutrissero odi eterni, se l’ira dopo aver divampato non sgombrasse mai dai loro cuori, se il vincitore avesse sempre le armi alla mano e il vinto le preparasse, le guerre finirebbero per non lasciare più nulla in piedi;
Però Megara e Anfitrione si oppongono a Lico. Il dialogo che segue tra Lico e Megara rappresenta in buona parte la scena di Lupo di fronte a Cesonia, basti citare questo passaggio:
MEGARA: […] Nessuna violenza potrà piegare la mia fedeltà; morrò, ma morrò tua per sempre, o Ercole!
LICO E che? ti fa insuperbire il tuo sposo ora ch’è disceso agl’Inferi?
e confrontarlo con il passo di Flavio Giuseppe che ci descrive la scena da storico:
Entrando nel palazzo [Lupo] incontrò Cesonia, moglie di Gaio, che giaceva per terra ai piedi del cadavere del marito, e priva di tutto quello che si è soliti concedere ai defunti; tutta lorda dal sangue delle ferite di lui, in uno stato di miseria profonda, mentre la figlia si era gettata al fianco di lei. […] Quando vide che Lupo si avvicinava, lei gli indicò il corpo di Gaio e con pianti e sospiri lo invitò a farsi più vicino, ma quando si accorse che Lupo era ben determinato e procedeva senza alcun segno che l’azione gli fosse sgradita, lei comprese lo scopo della sua venuta, gli offrì prontamente la gola innalzando grida di orrore, come ci si può aspettare da uno la cui speranza di vita è così chiaramente perduta e ordinandogli di non differire l’atto finale del dramma da loro ordito per la caduta della famiglia reale. Così lei andò coraggiosamente incontro alla morte per mano di Lupo e la sua giovane figlia dopo di lei.
4. Uccisione di Lico/uccisione dei congiurati. Dopo la congiura tutti i congiurati furono uccisi:
TESEO: […] Se ben conosco Ercole, Lico pagherà la giusta pena a Creonte. Ma dire pagherà è peccare d’indugio; la sta pagando! Ma anche se si dice così, s’indugia troppo: l’ha già pagata!
[…]
ERCOLE Abbattuto dalla mia destra invitta, Lico è piombato bocconi a terra; parimenti chiunque aveva seguito il tiranno lo ha seguito anche nel castigo e ora è steso al suolo.
Notare il famoso: “Lentum est dabit: dat; hoc quoque est lentum: dedit“, che ammicca al pubblico, dato che per loro la morte di Lupo era ovviamente un fatto già avvenuto.
5. Uccisione di Megara e dei due figli piccoli, ovvero l’uccisione di Cesonia e della figlioletta. Nella tragedia di Seneca, l’uccisione di Megara è successiva a quella di Lico e avviene per le mani di Ercole impazzito per il semplice fatto che Seneca deve seguire almeno formalmente e per grosse linee la vicenda mitica. Ma può ben considerarsi un virtuosismo letterario la capacità con cui, seguendo l’ordine di un’altra storia, riesca a inserirci in maniera trasparente la vicenda reale. Oltretutto è perfettamente coerente con la storia reale, poiché è indubitabile che in ultima analisi la congiura e quindi anche la morte di Cesonia siano una diretta conseguenza della follia di Caligola.
Comunque questa è la morte di Megara e del figlioletto nell’Hercules furens:
ERCOLE: […] Ecco, tutta la reggia ora è spalancata: lì vedo che si nasconde uno dei figli di quello scellerato padre!
ANFITRIONE E il bimbo gli carezza le ginocchia con le tenere mani e lo implora con parole strazianti! O sacrilegio orrendo, o spettacolo mostruoso! Col suo braccio ha abbrancato il figlio che lo supplicava, lo ha fatto ruotare tutt’intorno due o tre volte nel suo folle impeto e poi l’ha lanciato lontano! La testa ha scricchiolato, i muri sono tutti schizzati di cervello spappolato! Ecco, la madre infelice, Megara, si lancia fuori del suo nascondiglio, come una pazza, cercando di nascondere nel grembo il figlio più piccolo.
ERCOLE: […] Ah, ho afferrato la mia matrigna! Vieni con me, sconta la pena che mi devi, libera Giove dalla vergognosa servitù cui l’hai aggiogato; ma prima della madre muoia questo mostriciattolo!
MEGARA Pazzo, che vuoi fare? Vuoi spargere il sangue tuo?
ANFITRIONE Il bimbo, atterrito dagli sguardi fiammeggianti del padre, è morto prima d’essere colpito; lo spavento gli ha tolto la vita. Ora la clava piomba con tutto il suo peso sul capo della sposa: ha fracassato le ossa, il capo staccato dal tronco non esiste più.
Ho già riportato la descrizione di Flavio Giuseppe della morte di Cesonia e della figlia ed è facile notare le analogie.
I figli di Megara nel mito andavano da tre a otto, Seneca li riduce a due e non a uno solo, forse per non discostarsi troppo dalla tradizione, ma sembra quasi sottintendere che Milonia fosse incinta perché “il più piccolo lo nasconde nel grembo” e muore di spavento senza essere toccato (gli storici però non ci parlano di una gravidanza in corso, che io sappia). Più notevole è forse che Seneca si è preso la libertà, da esperto drammaturgo, di modificare la sequenza delle uccisioni: uccide prima i figli per mostrare la reazione della madre.
La versione di Svetonio è più succinta ma ci dà il dettaglio più brutale, che coincide quasi perfettamente con Seneca, il modo con cui fu uccisa la figlia:
Nello stesso momento in cui veniva ucciso [Gaio], morivano anche sua moglie Cesonia, che un centurione trapassò, con la spada, e sua figlia, che fu fracassata contro il muro.
In latino, Seneca: “caput sonuit, cerebro tecta disperso madent“. Svetonio: “Perit […] et filia parieti inlisa.” Quando sento dire che “Seneca amava le scene splatter” mi viene da pensare che chi lo dice non abbia precisamente in mente l’epoca in cui viveva.
6. Le malefatte e le prodezze di Ercole. Ercole è solitamente visto come il supereroe buono, ma qui Lico gli rinfaccia come malefatte due sue imprese, che per come sono descritte hanno corrispondenze molto strette con alcuni crimini attribuiti a Caligola.
LICO Già! Lo rivelano il crollo della reggia d’Éurito e le schiere delle vergini violate come bestie; questo non glielo ordinò Giunone, non glielo ordinò Euristeo: queste sono sue prodezze personali!
La prima malefatta, il crollo della reggia d’Éurito: qui è importante leggere anche le parole esatte di Seneca “Euryti eversi domus“, perché le allusioni sono sottili. Con una traduzione più letterale: il saccheggio/distruzione della domus d’Éurito potrebbe intendere la rovina di un ricco notabile romano, la più clamorosa è quella di M. Emilio Lepido “uno dei migliori cittadini, ucciso da Gaio” (Giuseppe Flavio).
Le schiere di vergini violate: c’è l’imbarazzo della scelta secondo Svetonio: “non rispettò nessuna donna, fra quelle di illustre condizione” figuriamoci le altre. E poi “Quando Livia Orestilla sposò C. Pisone, recatosi personalmente alla cerimonia per fare gli auguri, diede ordine di condurla a casa sua, poi, nel giro di pochi giorni la ripudiò, e due anni più tardi la mandò in esilio”.
Poi c’è anche il contro-elenco di Anfitrione che, in teoria, difende Ercole:
ANFITRIONE Non le conosci tutte: è suo vanto aver stritolato di propria iniziativa Erice sotto i colpi delle strisce di cuoio ferrato appartenenti al vinto; e alla morte di Erice bisogna aggiungere quella del libico Anteo, e il focolare di Busiride, sempre avido di bagnarsi del sangue degli ospiti, che bevve, in giusto castigo, il sangue del padrone; è sua personale prodezza aver fatto subire la morte all’invulnerabile Cicno, che resisteva al ferro e alle ferite, e aver prostrato il multiforme Geríone col solo suo braccio.
Questa difesa pare comunque abbastanza ironica, visto che anche qui, si possono intravvedere varie condanne a morte inflitte da Caligola. Il problema è che ne ha uccisi talmente tanti che non mi sento avere certezze sulle corrispondenze precise; posso comunque fare delle ipotesi, ciascuno giudichi quanto verosimili:
- Erice sotto i colpi dei suoi stessi guantoni di cuoio ferrato [caestibus fractus suis]: “Per più giorni consecutivi un intendente dei giochi e delle cacce fu flagellato con catene in sua presenza e lo fece uccidere solo quando si sentì infastidito dall’odore del cervello in putrefazione” (Svetonio)
- morte del libico Anteo: “Quanto a Tolomeo, lo fece venire dal suo regno, lo accolse con onore e poi, improvvisamente, lo condannò a morte solo perché si era accorto che, entrando nell’anfiteatro dove lui stesso dava uno spettacolo, aveva attirato gli sguardi di tutti per lo splendore del suo manto di porpora” (Svetonio). Tolomeo di Mauretania era figlio di Cleopatra Selene II, il cui regno comprendeva anche la Libia.
- il focolare di Busiride, sempre avido di bagnarsi del sangue degli ospiti, che bevve, in giusto castigo, il sangue del padrone [et qui hospitali caede manantes foci bibere iustum sanguinem Busiridis]: potrebbe riferirsi a quando “mentre la vittima era già presso l’altare, Caligola, con la toga arrotolata fino alla cintura, in abito di ministro dei sacrifici, sollevò bene in alto il maglio e immolò il sacrificatore [cultrarium mactavit]” (Svetonio).
- la morte all’incolume [integer] Cicno [un brigante della Tessaglia], che resisteva al ferro e alle ferite: forse è un riferimento al bandito Tetrinio (ma l’informazione di Svetonio è troppo stringata: “Un giorno che il popolo reclamava per l’arena il bandito Tetrinio, [Caligola] dichiarò che anche quelli che lo reclamavano erano banditi come Tetrinio” Ma poi lo uccise? Probabile).
- aver vinto il non unico Geríone con un’unica mano [nec unus una Geryon victus manu]: forse è un riferimento (ironico) all’episodio dei cinque reziari cui accenna Svetonio o, se l’indizio chiave è una manu, a quest’altro, sempre da Svetonio: “Un mirmillone, di una scuola di gladiatori, mentre si esercitava con lui con i bastoni, si lasciò cadere a terra volontariamente, ma lui lo uccise con un pugnale di ferro e si mise a correre in tutte le direzioni, tenendo in mano una palma, alla maniera dei vincitori”.
Infine Lico minaccia di bruciare anche i templi di Ercole:
LYCUS: […] Congerite silvas: templa supplicibus suis iniecta flagrent
Cioè “Ammucchiate la legna: i templi brucino e cadano sopra i suoi supplici” (nella traduzione di Paratore si perde il doppio senso, perché traduce “tempio” al singolare e omette “suoi”). Ma questo è proprio ciò che qualcuno propose al Senato per i templi dei divi Augusti:
i congiurati non assegnarono l’Impero a nessuno. Per di più il Senato era talmente deciso a ristabilire la libertà che, come primo atto, convocò i consoli non della curia, perché essa portava il nome di Giulio, ma in Campidoglio; e alcuni di loro, con un giro di parole, proposero di far sparire il ricordo dei Cesari e di distruggere i loro templi. [Svetonio]
7. Il finale: Ercole in dubbio tra la morte, l’esilio e la restaurazione. Ercole rinsavito vorrebbe darsi la morte, ma Anfitrione lo perdona:
ANFITRIONE Ma invece io la stringo con gioia, questa tua mano! A questa mi appoggerò per camminare, questa mi porterò al petto per scacciarne i dolori!
Il pater Anfitrione, senex con i capelli bianchi, rappresenta sicuramente il Senato, ovvero la maggioranza dei senatori, i patres conscripti, che pur avendo discusso se restaurare la Repubblica, protende poi per Claudio.
Ercole pensa ancora all’esilio e nomina quelli che grossomodo erano le terre estreme o limitrofe ai confini dell’Impero romano, “Ma io” aggiunge “sono conosciuto dappertutto, ho perduto anche la possibilità di scegliermi un luogo per il mio esilio”. Infine però anche Teseo lo assolve e lo invita regnare sulla propria terra:
TESEO No, la mia terra ti aspetta. Lì Gradivo poté riconsacrare alle armi la mano, dopo averla fatta assolvere da un assassinio; quella terra t’invoca, Ercole, che può ridare l’innocenza anche agli dèi.
Notare la definizione sibillina di Atene: “facere innocentes terra quae superos solet“, quella terra che è adusa ad assolvere gli dèi. Non è facile dire se per la figura di Teseo Seneca avesse in mente qualcuno in particolare, forse uno dei due consoli (in particolare il console suffectus nominato alla morte di Caligola, che fu Quinto Pomponio Secondo, fratello del celebre drammaturgo). In ogni caso anche qui la storia coincide: consoli e Senato scelsero di ridare “l’innocenza agli dèi”, cioè ad Augusto e ai suoi discendenti, nominando principe Claudio, suo pronipote.
Nella loro idea doveva essere un principe di facciata, debole e facilmente manipolabile (come Eltsin quando scelse Putin…) cosa poteva andare storto? Sappiamo com’è andata. Tra i provvedimenti del primo anno c’è anche l’esilio di Seneca. Dunque potremmo chiederci se l’Hercules furens sia stato la vera causa del suo esilio.
Gli studiosi dicono che non si ha alcuna certezza sulla cronologia delle tragedie di Seneca. Neppure io ho certezze, ovviamente, ma se dovessi scommettere mi sentirei di ipotizzare che è stata scritta nei mesi immediatamente successivi all’uccisione di Caligola (gennaio del 41) e prima del suo esilio in Corsica (avvenuto nello stesso anno, purtroppo non sappiamo in che mese). Per scriverla gli potrebbe essere bastato anche un mese solo. Per esempio l’Hamlet è lungo quasi il quadruplo, ha una trama più complessa, più personaggi… e sappiamo che Shakespeare ci metteva pochi mesi. Goldoni scrisse La locandiera addirittura in dieci giorni.
Immaginate Claudio e Messalina al teatro di Pompeo a vedere rappresenta questa tragedia, con gli attori che recitavano frasi come “Non regnino più tiranni feroci e spietati” e gli inferi così descritti:
TESEO: […] Ciascuno subisce una pena conforme alla colpa commessa; il delitto ricade su chi ne è stato l’autore, il colpevole è gravato dal male di cui è stato responsabile: ho visto despoti sanguinari chiusi in prigione, e la schiena di sfrenati tiranni squarciata dalle staffilate di una mano plebea. Chi invece è mansueto nell’esercizio del suo potere e, pur essendo arbitro della vita dei suoi sudditi, non si lorda le mani di sangue e governa con mitezza senza trascendere a crudeltà e senza oltraggiare la personalità umana, prima gode sino in fondo il lungo ciclo della sua felice vita terrena e poi o è assunto in cielo o arriva con gioia alla terra beata dei boschi Elisii, per divenire in seguito uno dei giudici. O tu che regni, astieniti dal versare l’umano sangue! I tuoi delitti saranno scontati a prezzo maggiore.
E poi il già citato riferimento a uno che regge lo scettro “con mano che trema” e “non ha da vantare altro se non il suo casato”, che corrisponde così impietosamente alla figura di Claudio. Difficile pensare che tutto ciò non abbia avuto un peso sulla condanna all’esilio di Seneca, benché l’accusa ufficiale sia stata di “adulterio con Giulia Livilla” (Giunone?) l’odiata sorella di Caligola. (In confronto i cineasti hollywoodiani di oggi sembrano totalmente ignavi e asserviti a ciò che sta facendo il loro Ercole furente… ma questo richiederebbe un’analisi a parte).
Non mi sfugge che questo quadro interpretativo delle tragedie di Seneca implica una rilettura in chiave contemporanea anche di tutte le altre tragedie pervenuteci, su cui però scriverò a parte.
Bibliografia essenziale
Seneca, Tutte le opere, Newton Compton.
Svetonio, Vite dei Cesari, Gaio.
Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, libro XIX.