Pensate all’uomo più potente del mondo – Trump o Caligola, fa poca differenza – che in preda alle sue turbe psichiche abusi del proprio potere in maniera brutale, sperperi denaro pubblico per spettacoli indegni, perseguiti chi gli è contro o che non lo favorisca quanto vorrebbe, non abbia scrupoli a stuprare, sposare e ripudiare una donna dietro l’altra, catturi e uccida un regnante di un altro paese, violi leggi e prassi consolidate in spregio al Senato e a singoli magistrati. Quest’uomo è stato avvantaggiato dalla nascita, suo padre era un uomo eminente, poi, in seguito a una serie di contingenze è divenuto capo di un impero militare. È abile, sfrontato e senza scrupoli. Il malcontento contro di lui cresce, ma ormai è così potente che nessuno riesce a opporglisi.
Potremmo paragonarlo a un semidio con una forza spropositata, che quando vuole non c’è porta che non possa sfondare: lui stesso pretende di essere venerato come un dio. Due volte cercano di ucciderlo ma non ci riescono, e lui ne esce ancora più violento di prima. La terza volta però è quella buona, perché c’è di mezzo un alto militare a capo della sua scorta (e adesso, almeno per il momento, parlo solo di Caligola, ma si sa che tra i colli capitolini e Capitol Hill c’è più di un’assonanza).
È il tribuno di una coorte pretoriana (un capo delle bodyguard del presidente), Cassio Cherea, che stanco delle continue vessazioni, trova i giusti sodali. Dopo diversi rinvii, “si decide di assalirlo in occasione dei giochi palatini a mezzogiorno, proprio quando avrebbe lasciato lo spettacolo”. L’attentato riesce, Cherea lo trafigge infilandogli la spada tra la spalla e il collo.
La notizia si diffonde, tutti sono increduli, molti non ci credono. Ma ora, ucciso il presidente-principe-mostro impazzito, cosa fare della moglie e della figlia? Potrebbero ereditare il suo potere, magari risposandosi con qualche uomo eminente.
Il cadavere del mostro viene portato nel palazzo. La first lady giace per terra ai piedi del cadavere del marito, sporca del suo sangue, con la figlioletta accanto, quando arriva un altro tribuno: è Giulio Lupo, anche lui tra i congiurati, che la trafigge di spada e poi uccide pure la figlia piccola schiacciandola contro un muro.
Il Senato viene convocato d’urgenza e si trova di fronte al dilemma se restaurare la Repubblica, o nominare un altro Imperatore, sperando che si comporti meglio. Si opta per la seconda ipotesi, decidendo però di fare salire al trono uno zio debole e malato del tiranno ucciso, Claudio, con la promessa di limitarsi a essere un imperatore di rappresentanza, una sorta di re Carlo nel Regno Unito d’oggi. I tirannicidi e “molti altri” che hanno preso parte alla congiura, dopo un’accesa discussione, vengono arrestati e decapitati.
Immaginate ora che il drammaturgo più importante dell’epoca – non pensate al drammaturgo italiano più importante di oggi (che in pochi credo conoscano, ammesso che ce ne sia uno), pensate piuttosto a una sorta di Nolan che riempiva i vari theaters sparsi nell’Impero – si trovi a elaborare la sua nuova sceneggiatura. Parliamo di Seneca, “l’autore allora più ammirato” (Svetonio), già malvisto da Caligola. E Seneca è uno che parla chiaro, uno che ti manda all’inferno con la minaccia del contrappasso anche se sei il dittatore in carica… mica uno come Nolan che si limita a generici e innocui messaggi come “se fate la guerra poi ne avrete rimorso”, o a trame astruse e incomprensibili.
Insomma il drammaturgo più famoso adesso deve andare in scena al Teatro di Pompeo davanti a diciassettemila spettatori, tra cui patrizi, plebei e forse l’imperatore stesso. E deve prendere la parola in una società profondamente scioccata e divisa: il popolo, il senato, i magistrati, i generali e i soldati sono pieni di domande. Chi ha sbagliato? Era giusto uccidere l’Imperatore? E se lui se lo meritava perché anche sua moglie e la figlia piccola? E i tirannicidi, se hanno liberato la patria da un criminale, perché sono stati condannati a morte? Perché non si è tornati alla Repubblica e si è rimesso al vertice un esponente della famiglia regnante, già colpevole di innumerevoli crimini? E se questo imperatore si comporterà ugualmente che si fa? Cosa dobbiamo chiedere al nuovo regnante?
Seneca tenta di rispondere a queste domande nell’Hercules Furens, mettendo in scena la follia di Caligola, la sua uccisione e ciò che ne è seguito. Certo, non può fare nomi e cognomi, se non vuole essere decapitato all’istante e non vuole che la sua tragedia sia messa al rogo invece che in scena. Però finché parla di eroi omerici o rimaneggia un dramma euripideo, nessuno dovrebbe dirgli niente, almeno in teoria. In fondo porta lustro come pochi alla lingua dei Romani e quindi, indirettamente, anche al Principe. Nessuno vuole essere l’imperatore di un popolo di barbari.
D’altra parte, trasfigurando la realtà attraverso il mito, fa quello che fanno tutti gli scrittori: indaga la realtà attraverso una storia di fantasia, ma in modo che chi ha buon intelletto e conoscenza del contesto possa facilmente intendere in controluce i riferimenti reali.
Oggi Caligola non ci è presente quanto Trump o Putin, e per rendere trasparenti i riferimenti di Seneca bisogna mettersi a spulciare quello che ci hanno tramandato gli storici dell’epoca. Quel che forse è più sorprendente è che quei riferimenti non siano stati finora individuati neppure dai quattrocento (o quattro?) studiosi che si sono occupati delle sue tragedie. Forse non si sono ritrovate mai esperienza di scrittura drammaturgica, conoscenze storiche e conoscenze di Seneca nella stessa persona.
La Follia di Ercole, come dimostrerò qui di seguito, è incentrato sull’uccisione di Caligola e sulla salita al trono di Claudio ma, nelle due principali edizioni italiane, Caligola e Claudio non li si nomina nemmeno. Mi riferisco all’edizione di Ettore Paratore (Newton Compton) e a quella di Giovanni Vansinio (Mondadori). Tutte le note spiegano con ammirevole precisione i meri riferimenti letterali – Ercole era figlio di Giove, che aveva sedotto Alcmena prendendo la forma del marito Anfitrione, sua moglie era Megara ecc. ecc. – e di quanto Seneca si discosti da Euripide o da Sofocle, o utilizzi un’espressione virgiliana, o riprenda una variante del mito presente in Ovidio… come se Seneca avesse voluto baloccarsi tra i miti greci e la letteratura latina giusto per far vedere quanto era erudito. Sarebbe assurdo pensarlo, come sarebbe assurdo pensare che il David con la testa di Golia di Caravaggio faccia riferimento solo all’Antico Testamento o alle precedenti raffigurazioni dello stesso soggetto.
Tutti gli studiosi ammettono che le tragedie di Seneca sono intrise di riferimenti agli intrighi di palazzo, ma in maniera troppo generica e in genere facendo riferimento solo al principato di Nerone. In realtà, Seneca era il più famoso drammaturgo già diciassette anni prima che salisse al trono Nerone, e in ogni sua tragedia utilizza l’immaginario comune dell’epoca per raccontare, riflettere e (in una certa misura) agire su ciò che stava accadendo nell’immediato, ma non genericamente, bensì in maniera molto puntuale ed esplicita, almeno nei limiti in cui glielo permettevano i tempi.
[Il resto dell’articolo l’ho sottomesso in una versione più completa e rigorosa a una rivista di filologia classica e non posso tenerlo qui altrimenti si verrebbe a creare un conflitto di copyright]