Mentre gli scaffali delle librerie italiane abbondano di autori e opere del tutto irrilevanti (i nomi metteteli voi…), d’altra parte si trovano delle lacune letterarie che sarebbe meglio non ci fossero. Una di queste è l’autobiografia di Goethe, “Dalla mia vita – Poesia e Verità” (Aus meinem Leben – Dichtung und Wahrheit) di cui non esiste in commercio una traduzione italiana.
Durante questo soggiorno in Germania ho approfittato di quel poco di tedesco che ho imparato per tradurne l’inizio, che vi propongo qui di seguito (su alcuni passi mi sono avvalso anche della versione inglese di J. Oxenford).
« Il 28 agosto del 1749, a mezzogiorno, con il colpo di campana delle dodici, – a Francoforte sul Meno – venni al mondo. La costellazione era fortunata; il Sole era nel segno della Vergine, e quel giorno era nel suo culmine; Giove e Venere si guardavano amichevolmente, Mercurio non era contrario; Saturno e Marte si fronteggiavano alla pari: solo la Luna, appena allora divenuta piena, esercitava la forza della sua luce riflessa, e tanto più pienamente poiché era entrata in quel momento nella sua «ora planetaria». Essa si oppose da quel lato alla mia nascita, che non sarebbe potuta arrivare a buon termine fintantoché non fosse passata questa ora.
Questi buoni auspici, che mi sono stati in seguito accreditati con gran solennità da alcuni astrologi, potrebbero forse essere il motivo della mia sopravvivenza: infatti a causa dell’imperizia della levatrice venivo al mondo quasi morto, e soltanto grazie a molteplici aiuti fu possibile che infine vidi la luce. Questa circostanza, che aveva messo in gran pena la mia famiglia, tornò tuttavia a vantaggio dei miei concittadini, in quanto mio nonno, il podestà [Schultheiss] Johann Wolfgang Textor, da quell’episodio prese l’occasione di assumere un ostetrico, e fu introdotta o rinnovata la formazione delle nutrici; la qual cosa permise di portare a buon fine la nascita di molti bambini che nacquero dopo di me.
Quando si vuole riportare alla memoria ciò che ci è accaduto nei primi anni di gioventù, capita spesso di scambiare ciò che abbiamo udito da altri con ciò che possediamo come nostra reale esperienza vissuta. Senza d’altra parte istituire ora su questo fatto una precisa inchiesta, che, dopotutto, non porterebbe a nulla, io sono ben sicuro che abitavamo in una vecchia casa, costituita in realtà dall’unione di due case aperte l’una verso l’altra. Una scala a chiocciola portava a delle camere esterne, e la disuguaglianza del pavimento era pareggiata tramite dei gradini. Per noi bambini, una sorella più giovane ed io, quell’atrio basso e spazioso era il luogo più amato. Vicino alla porta c’era una grande grata di legno, attraverso la quale si poteva vedere direttamente la strada e si era collegati all’aria aperta. Da una tale voliera di cui erano fornite molte case, aveva preso un Geranio. Le donne si sedevano lì vicino per incontrarsi e lavorare a maglia; la cuoca coglieva la sua insalata; le vicine si consigliavano l’un l’altra, e in tal modo le strade acquisivano nella bella stagione un aspetto quasi meridionale. Ci si sentiva liberi, si era familiari con tutti. Così presso questi gerani anche noi bambini venivamo in contatto con i vicini; di questi ne conobbi tre che abitavano di fronte a noi, i fratelli von Ochsenstein. Costoro erano i figli lasciati dal defunto podestà, ed erano anche il mio diletto, poiché ci combattevo e mi ci punzecchiavo in tutti i modi.
I miei raccontavano volentieri favole di ogni sorta su Eulenspiegel(1), da cui la mia fantasia fu eccitata verso uomini tutt’altro che austeri e solitari. Racconterò soltanto uno di questi scherzi. Si era tenuta proprio allora una fiera di terrecotte, dalla quale non solo si era rifornita la nostra cucina di qualche articolo per i prossimi tempi, ma anche a noi bambini avevano comprato simili pentole di porcellana in piccolo per i nostri giochi. Un bel pomeriggio, quando in casa tutto era tranquillo, mi diressi tra i gerani con i miei piatti e le pignatte, e dacché non voleva uscirci nulla di nuovo, gettai una pentola per strada e mi divertii nel vedere che si frantumava così buffamente. I von Ochsenstein, che avevano visto come mi divertivo, e quanto allegramente agitavo le manine per la gioia, mi gridarono: Ancora un’altra! Io non indugiai affatto, immediatamente ruppi un’altra pignatta, ma sempre continuavano a gridare: Ancora un’altra! ancora e ancora ammassai scodelle, tegolini e bricchetti per fiondarli contro il lastricato. I miei vicini continuavano a mostrarmi il loro plauso, ed io ero profondamente felice di procurare il loro divertimento. Però la mia provvista era finita e loro continuavano sempre a gridare: Ancora un’altra! Io allora corsi svelto in cucina e presi i piatti di terracotta, che portavo senza ostacoli alla distruzione per dare un nuovo divertente spettacolo; e così continuavo a correre avanti e indietro, portando un piatto dietro l’altro, finché potevo ancora arrivare a prenderli sulla mensola delle stoviglie. E poiché non erano ancora soddisfatti di quello, allora mandai alla rovina con lo stesso procedimento tutto ciò che riuscii ad arraffare dal servizio di porcellane. Soltanto più tardi venne qualcuno ad ostacolarmi. Ma il guaio ormai era accaduto, e per così tanto pentolame sfasciato si aveva d’altra parte in cambio una storiella divertente, dalla quale il suo autore burlone avrebbe preso particolare diletto fino alla fine della sua vita.
La madre di mio padre, presso la quale praticamente abitavamo, viveva in una grande camera fuori nel retro, che dava direttamente sull’androne, e noi facevamo i nostri giochi davanti alla sua sedia, e quando era malata ci allungavamo fino al suo letto. Io mi ricordo di lei quasi come di un’ ospite, come di una bella e magra signora, sempre candida e vestita di bianco. Dolce, amichevole, benevola, così è rimasta nel mio ricordo. […] » (da Aus meinem Leben. Dichtung und Wahrheit, Libro I; traduzione di Marco Pizzi ©).
(1) Till Eulenspiegel è un personaggio fiabesco risalente alla tradizione medioevale germanica.