La strada dove abitavamo, sentivamo chiamarla sempre «Il fosso del cervo», ma non avevamo mai visto né fossi né cervi, per cui volevamo capire il perché di questo soprannome. Ci spiegarono allora che la nostra casa era stata edificata in un luogo che un tempo era al di fuori della città, e lì dove ora si trovava la strada, c’era una volta un fosso, nel quale erano mantenuti un certo numero di cervi. Avevano ammassato e allevato qui questi animali, poiché il senato ogni anno, secondo un’antica tradizione, immolava pubblicamente un cervo, e si tenevano qui nel fosso, in modo che, se anche il principe e il cavaliere avessero revocato alla città l’autorizzazione alla caccia fuori delle mura, o se pure la città fosse stata sotto assedio, se ne avrebbe avuto sempre sottomano qualcuno per tale festa. Questo ci piacque molto, e desiderammo che un tale ambiente domestico fosse stato possibile vederlo ancora ai giorni nostri.
Il retro della casa aveva, specialmente dal piano più alto, una veduta veramente piacevole che spaziava sopra una distesa quasi incalcolabile di giardini del vicinato, i quali si estendevano fino al muro di cinta della città. Purtroppo però, nel trasformare quell’area comune in giardini privati, lo spazio della nostra casa e di un’altra ancora che giaceva sull’angolo della strada, venne ridotto di molto; le case verso il mercato dei cavalli si appropriarono di un vasto retro e di un grande giardino, mentre a noi l’alto muro dei nostri cortili ci escludeva la vista di questo così vicino paradiso.
Al secondo piano si trovava una camera, che si chiamava «camera-giardino», perché si era cercato di riparare alla carenza del giardino con alcune piante messe davanti alla finestra. Come divenni più grande, là trovai il mio più amato soggiorno, certo non il più triste, ma pure il più malinconico. Sopra quel giardino interno, sopra il muro della città e i valli si vedeva una bella e fertile pianura; è quella che si estende fino a Höchst. Lì, nei periodi estivi, studiavo quotidianamente le mie lezioni, aspettavo i temporali, e non potevo mai saziarmi di vedere il tramonto del sole, verso il quale la finestra era esattamente orientata. Ma lì, allo stesso tempo, vedevo i vicini vagare per il giardino e prendersi cura dei loro fiori, i bambini giocare, le combriccole dilettarsi, udivo le bocce rotolare e i birilli cadere; questo suscitò precocemente in me un senso di solitudine e di conseguente malinconia. Sentimenti che, associati all’austerità e al profondo senso del rispetto [Ahndungsvollen] in me congeniti per natura, mostrarono fin da subito il loro influsso, e ancor più chiaramente in seguito.
Il vecchio, spigoloso, – e in molti punti cupo –, aspetto della casa era d’altra parte adatto a suscitare brivido e paura nell’animo di un bambino. Sfortunatamente all’epoca i princìpi dell’educazione consistevano ancora nel privare fin da subito i fanciulli di ogni paura di tutto ciò che fosse temibile e invisibile, e ad abituarli alla spaventosità. Noi bambini dovevamo quindi dormire da soli, e quando, trovandolo insopportabile, zitti zitti uscivamo dal letto per cercare compagnia tra la servitù e le tate, allora si piazzava in corridoio nostro padre con la vestaglia al rovescio (quel tanto che bastava perché non lo riconoscessimo), e ci faceva correre terrorizzati indietro ai nostri letti. Le conseguenze, ciascuno può immaginarle da sé. Come potrà perdere la paura chi è incalzato da due terrori? Mia madre, era serena e gioviale, e volendo rendere così anche gli altri, trovò un espediente pedagogico molto migliore. Ella voleva raggiungere il suo scopo attraverso una ricompensa. Era la stagione della pesca, il pingue piacere della quale ci prometteva ogni mattina se avessimo superato la paura della notte. Funzionò, ed entrambe le parti furono contente.
Dentro la casa il mio occhio era attratto soprattutto da una fila di prospettive di Roma, con le quali mio padre aveva abbellito una sala d’attesa. Queste erano state incise da alcuni degli storici predecessori del Piranesi, i quali ben comprendevano l’architettura e la prospettiva, ed avevano un tocco molto chiaro e pregevole. Qui vedevo ogni giorno Piazza del Popolo, il Colosseo, Piazza S. Pietro e la sua Basilica, dall’esterno e dall’interno, Castel Sant’Angelo e molte altre cose. Queste figure si impressero in me assai profondamente, e mio padre, altrimenti molto laconico, ebbe spesso la compiacenza di fornirmi una descrizione di tali soggetti. La sua predilezione per la lingua italiana e per tutto ciò che acquistava in ciascun luogo era molto spiccata. Ci mostrava spesso anche una piccola collezione di marmi e di curiosità naturali, che aveva portato con sé dall’Italia, e una grande parte del suo tempo la dedicava a descrivere i suoi viaggi, alla cui scrittura e correzione poneva mano egli stesso, in molti quaderni, completandola lentamente e con accuratezza. Un maestro di Italiano, più vecchio e più sereno di lui, di nome Giovinazzi, era al suo servizio in questo lavoro. Il vecchio uomo inoltre non cantava male, e mia madre doveva accomodarsi ogni giorno ad accompagnare lui ed essa stessa al pianoforte; fu così che conobbi presto il “Solitario bosco ombroso”, e che lo imparassi a memoria prima ancora che potessi comprenderlo.
Mio padre era di natura incline soprattutto all’insegnamnto, e allontanandosi dagli affari amava trasmettere agli altri tutto ciò che conosceva o era capace di fare. Così nei primi anni di matrimonio tenne molto impegnata mia madre a scrivere, come pure a suonare il pianoforte e a cantare; motivo per cui si vide costretta necessariamente ad acquisire una certa prontezza e conoscenza della lingua italiana.
(da Aus meinem Leben. Dichtung und Wahrheit, Libro I; traduzione di Marco Pizzi ©).