AMLETO – Il gesto sia accordato alla parola
e la parola al gesto, avendo cura
soprattutto di mai travalicare
i limiti della naturalezza;
ché l’esagerazione, in queste cose,
è contraria allo scopo del teatro;
il cui fine, da quando è nato ad oggi,
è di regger lo specchio alla natura,
di palesare alla virtù il suo volto,
al vizio la sua immagine,
ed al tempo e all’età la loro impronta.
Se tutto questo dall’azione scenica
riesce esagerato o impicciolito,
potrà far ridere l’incompetente,
ma non potrà che urtare il competente
il cui giudizio deve aver per voi,
che siete del mestiere, più importanza
di un’intera platea di tutti gli altri.
Ho visto e udito attori
(e udito anche lodarli e stralodarli,
per non dire di più, quantunque privi
d’accento e di movenze nel gestire
non dico da cristiani o da pagani
ma nemmeno da uomini comuni),
recitare gonfiandosi,
sbuffando e urlando in modo sì scomposto
da far pensare che madre natura
abbia commesso a fabbricare uomini
a qualche manovale da strapazzo,
che li abbia impastati malamente,
tal era la maniera abominevole
con la quale imitavano il reale.
PRIMO ATTORE – Spero che tutto questo in mezzo a noi
si sia corretto sufficientemente.
AMLETO – Giova però correggerlo del tutto,
sì che chi fa la parte del buffone
badi a non dire più di quel che è scritto;
perché ci son di quelli che sghignazzano
per tutto il tempo già per conto loro,
sol per suscitare le risate
d’un certo numero di spettatori
ignoranti, ed a volte proprio là
quando dovrebbe farsi risaltare
qualche passaggio essenziale del dramma.
Questa è davvero roba da villani,
che dimostra una misera ambizione
in quello stolto che vi fa ricorso.
Ed ora andate pure a prepararvi.
(Amleto, atto III, scena II; trad. di Goffredo Raponi, da LiberLiber)
Ieri sera tutte le succitate, basilari, regole del teatro sono state sistematicamente violate, calpestate e peggio ancora, – come succedeva anche ai tempi di Shakespeare -, pure applaudite. E’ successo al Deutsche Oper di Berlino dove ho assistito alla premier di Turandot con la regia di Lorenzo Fioroni (pure italiano: che vergogna condividere la stessa patria!). Pertanto, con buona pace di chi ama tali delitti, «vo’ sfogar la stizza che mi move» questo tipo di regia attualmente di moda in Germania e in buona parte d’Europa. Tale “filosofia” teatrale può riassumersi nella sistematica violazione delle seguenti regole:
1) «Il gesto sia accordato alla parola
e la parola al gesto, avendo cura
soprattutto di mai travalicare
i limiti della naturalezza »
Al contrario, i regisseurs moderni professano l’infedeltà al testo elevata a sistema, e nella fattispecie prediligono tutto ciò che è mostruoso, innaturale, esagerato, goffo, caricato, volgare e sgraziato. A sentir loro (dicono tutti la stessa cosa i nostri originali) il motivo sta nel fatto che il mondo in cui viviamo è brutto, volgare ecc. Ma bravi! Allora rendiamo anche il teatro così, complimenti!
2) «Chi fa la parte del buffone
badi a non dire più di quel che è scritto;
perché ci son di quelli che sghignazzano
per tutto il tempo già per conto loro,
sol per suscitare le risate
d’un certo numero di spettatori
ignoranti».
I nostri registi invece le incentivano e le prescrivono le buffonate gratuite, forse per paura di irritare la parte più ignorante del pubblico che magari si sentirebbe offesa da troppa arte. Non capiscono che ciò «potrà far ridere l’incompetente,
ma non potrà che urtare il competente
il cui giudizio deve aver per voi,
che siete del mestiere, più importanza
di un’intera platea di tutti gli altri.»
3) Evitare buffonate soprattutto «là
quando dovrebbe farsi risaltare
qualche passaggio essenziale del dramma.»
Ecco un un’altra caratteristica tipica di questi imbecilli: deviare l’attenzione del pubblico dal fuoco dell’azione nei momenti più salienti. Ieri per esempio durante entrambe le arie di Liù, quando tutti gli altri personaggi avrebbero dovuto stare immobili ad ascoltarla, rapiti dal dolore della tenera fanciulla, ecco invece che entrano in scena comparse che non hanno nulla a che fare non solo con quella scena ma con l’opera stessa!! Perché? mi chiedo: per intrattenere il pubblico incolto che forse si sarebbe annoiato… o per distrarre l’attenzione dalla voce sgraziata del soprano (pure manco a dirlo applauditissimo)… o era un modo del regista per mettersi in mostra? E’ proprio il caso di dire:
«Questa è davvero roba da villani,
che dimostra una misera ambizione
in quello stolto che vi fa ricorso.»
La cosa più deprimente è che anche il pubblico dell’opera, che dovrebbe essere il più colto dei pubblici, applaude queste mostruosità. Si parla tanto del progresso, ma i secoli passano e la gente non cambia. A voi registi invece dico solo questo: fate un passo in dietro, e rileggete Shakespeare.
«Ed ora andate pure a prepararvi».
PS: Tanto per farvi capire meglio quello che hanno applaudito ieri sera al Deutsche Oper vi racconto il finale: Turandot uccide il padre, il saggio re della Cina che implorava «Basta sangue», e che nella mise en scene di ieri era vestito da dittatore alla Saddam Hussein; per non essere da meno, Calaf (il tenore Roy Cornelius Smith che tra l’altro ha cantato tutto di gola, orribile) uccide anche lui l’amato padre Timur, nobile re in esilio, che per l’occasione è diventato un alcolizzato con la busta della spesa in mano. Sic.