E’ di ieri la notizia di una nuova esecuzione capitale effettuata negli Stati Uniti, questa volta mediante l’antica procedura della fucilazione: un piccolo plotone di cinque tiratori scelti (volontari tra l’altro) ha giustiziato un uomo colpevole di duplice omicidio; il condannato aveva chiesto la grazia per buona condotta ma il giudice non gliel’ha accordata.
Sulla pena di morte si è discusso molto in Europa, soprattutto nell’ultimo secolo. La maggior parte dei pensatori fino a metà ottocento era favorevole, o per lo meno la accettava come una cosa normale, tra questi per esempio Goethe (nel Wilhelm Meister secondo) e Baudelaire, che da un punto di vista cristiano la considerava anzi un’opportunità del condannato per espiare la propria colpa, e per questo era contrario anche all’uso del cloroformio per alleviare il dolore.
Non penso che queste opinioni debbano stupire né scandalizzare perché quelli erano tempi diversi, in cui si moriva molto più facilmente e l’indigenza di una larga fetta della popolazione non permetteva l’idea di spendere denaro per sostentare a vita persone ree di omicidio. Inoltre, da un punto di vista più caritatevole, considerando le condizioni dei carceri di cento anni fa (che immagino orribili), penso che la pena di morte tutto sommato non fosse peggio dell’ergastolo. In questo panorama è però da notare la testimonianza di Dostoevskij, il quale nel suo celebre romanzo, L’Idiota, riversa la sua esperienza personale, sia di spettatore esterno, che di condannato a morte. Anche lui, accusato di cospirazione, fu portato fin davanti al plotone di esecuzione. Era il 1848 e Dostoevskij era ventisettenne, ma in quel caso invece di essere fucilato per sua (e nostra) fortuna ricevette la grazia, che consisteva nella commutazione della pena a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Invito chiunque voglia avere una vivida descrizione degli istanti precedenti ad una esecuzione a leggere i relativi passi nell’Idiota. Egli esprime così le sue conclusioni: «Secondo me, uccidere perché si è ucciso rappresenta una punizione incomparabilmente più terribile dello stesso delitto commesso. Venire giustiziato in base ad un verdetto è molto più terribile che venire ucciso da briganti».
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