È un piacere segnalarvi l’ottima produzione de I due gentiluomini di Verona, attualmente in scena al Globe Theatre di Roma (fino al 18 luglio). Questo è uno dei rari casi in cui attori, regista, traduttore e musicista hanno lavorato di comune accordo per restituire freschezza e nuova vita ad un testo del passato. Non ci sono stati stravolgimenti né forzature, e neppure quella recitazione da museo che talvolta si vede e allontana i giovani dal teatro: ne risulta uno spettacolo godibilissimo e pure edificante (ma come potrebbe non esserlo Shakespeare, se recitato bene?).
Tra gli attori spiccano gli ottimi Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia, la regia sobria e giusta è di Francesco Sala, mentre dietro le quinte ritroviamo anche la coppia Cerami-Piovani, rispettivamente come traduttore e autore delle musiche di scena. In particolare è da segnalare la romanza cantata da Proteo (prima a Giulia, poi a Silvia… anche l’uomo è mobile!), che mi pare un ottimo esempio di musica leggera ben scritta. Non avendo letto l’originale non posso dire quanto la traduzione si sia scostata dal testo inglese, comunque nella nota sulla locandina Cerami dice di aver “tradito la lettera per rimanere fedele allo spirito” e il risultato mi sembra che fili bene, sicuramente non c’è pedanteria (*).
Questa è una delle commedie giovanili del Bardo, una delle prime assieme alla Bisbetica domata e al Tito Andronico, e per certi versi è più “leggera” delle successive – sicuramente meno densa di contenuti rispetto alle tragedie della maturità e quindi anche più facile da recitare. Ma rimane pur sempre Shakespeare. Per di più alle prese con il grande tema dell’amore e del tradimento, e con un testo che già mostra tutto il suo talento nella poesia, nell’inconfondibile profondità psicologica che rende credibili tutti i personaggi, e nella saggezza nel muovere invisibilmente la trama verso il bene. Quindi onore a questa produzione che ha saputo rimanere fedele a questo spirito.
In conclusione, si è visto uno Shakespeare tre volte giovane al Globe – nel testo, nell’interpretazione e nel pubblico – per cui, in attesa di Albertazzi e della più impegnativa Tempesta, non possiamo che congratularci con quest’inizio di stagione all’insegna della freschezza.
(*) Dopo aver dato una scorsa all’originale, noto che Cerami ha sorvolato (se non erro) su alcuni riferimenti alla mitologia, oggi in effetti poco noti, e ha tolto un personaggio minore, Eglamur. Fin qui poco male, unico appunto questo: sulla battuta “-Schizzo: Non ha denti. – Ciriola: Non m’importa neppur di questo, perché la crosta piace a me”, si è tolta la casta crosta e lasciato intendere un’oscenità che si poteva evitare. È vero che anche Shakespeare talvolta usa i doppi sensi, ma rimangono quasi sempre all’interno di ingegnosi giochi di parole e leggendolo non li ho mai trovati volgari, mentre capita spessissimo a teatro di trovarli enfatizzati e addirittura accentuati con la mimica, tanto da diventare insopportabilmente volgari. Va chiarito che in questi casi la colpa è dell’interpretazione, non del testo (a questo riguardo sono interessanti le lezioni di Muti sulla direzione d’orchestra, perché anche in musica si può volgarizzare una melodia ad onta del compositore). Chiudendo l’excursus, volevo comunque precisare che a parte quella battuta lo spettacolo in questione si distingue al contrario per non essere volgare, una dote tanto rara quanto preziosa di questi tempi.

