«I nostri giochi sono ormai finiti. Questi nostri attori,
Come vi dissi, erano tutti spiriti, e
Sono svaniti nell’aria, nell’aria impalpabile;
E come il tessuto senza sostanza di questa visione,
Le torri che salgono alle nubi, gli splendidi palazzi,
I templi solenni, il grande globo della terra stessa, –
Sì anch’esso, con tutto ciò che contiene, si dissolverà,
E come questa labile finzione ormai svanita,
Non lascerà traccia alcuna. Noi siamo fatti
Della stessa sostanza dei sogni; e la nostra breve vita
È anch’essa racchiusa nel cerchio d’un sonno.»
La vera e la falsa Tempesta
Questo brano, che ho tradotto come meglio ho potuto, è forse il più celebre della Tempesta, una delle ultime commedie di Shakespeare, considerata una sorta di testamento spirituale del grande drammaturgo. Nella pièce si mescolano con sapiente alternanza tragedia e commedia: il rischio di morire nella tempesta, il naufragio sull’isola deserta, l’esilio di Prospero e Miranda, si intrecciano col tema della magia di Prospero e degli spiriti, e poi con la buffa vicenda di Trinculo e Stefano, improbabili re e ministro di un’isola che credono tutta loro (una velata ed esilarante parodia del potere). Non manca neanche l’amore puro dei vergini, quello tra Miranda e Ferdinando, come pure il tema della brama di potere: Prospero è stato esiliato a tradimento dal fratello Antonio che «Divenuto abilissimo nell’arte di concedere favori o di negarli, di elevare/ certuni e i frenare i troppo arditi,/ rinnovò gli uomini che mi erano fedeli,/ o meglio li mutò, trasformandoli nell’animo./ E avendo le chiavi per costringere alla legge,/ accordò ogni cuore dello Stato sul tono/ più gradevole per il suo orecchio. E, in breve,/ divenne l’edera che avvolse il mio tronco di principe/ e ne succhiò la linfa» (traduzione di S. Quasimodo). Insomma tutti temi tipicamente shakespeariani, che però vengono visti in una chiave a tratti onirica e quasi misteriosa. Quest’opera infatti, pur nel realismo dei caratteri, è pervasa costantemente da un alone di magia; emblematico è il personaggio di Prospero, che viene a dipanare un disegno, potremmo dire salvifico o ‘provvidenziale’, che governa l’andamento di tutto l’intreccio fino alla sua risoluzione finale.
Vorrei sottolineare che tutti gli ingredienti di cui sopra si intrecciano sempre con un fine edificante, mai per semplice intrattenimento (come invece è di moda tra gli scrittori di oggi, che non pretendono di insegnare nulla e che infatti non insegnano nulla).
In quegli anni il tema del sogno lasciò una grande traccia nella letteratura europea. Shakespeare l’aveva affrontato già nel 1594, in una delle sue prime commedie, La bisbetica domata, dove ritroviamo la labile distinzione tra sogno e realtà (La Tempesta è del 1610 circa). Nel 1633 troviamo poi la celebre commedia di Calderón, La vita è sogno, dove è largamente sviluppato lo stesso tema («e l’esperienza mi insegna/ che l’uomo che vive sogna/ quel che è, fino al risveglio»), infine nel 1641 Cartesio pubblica le Meditazioni metafisiche dove lo stesso tema è affrontato frontalmente: esistiamo veramente, o ciò che vediamo è tutto frutto di un inganno divino? come possiamo distinguere il sogno dalla realtà? Cartesio individua la distinzione tra sogno e realtà nel fatto che «i sogni non si collegano mai, tramite la memoria, con tutti gli eventi della vita, come accade invece a chi è desto». Tornando alla Tempesta, possiamo menzionare che anche Berlioz fu ispirato dall’atmosfera di questa commedia, da cui trasse una bellissima fantasia per coro e orchestra, che poi confluì nel Lelio(di recente diretto magistralmente da Muti, con Depardieu voce recitante).
Fin qui la vera Tempesta. La “falsa” tempesta, a cui mi riferisco nel titolo di questo post, è invece quella che è di scena in questi giorni al Globe Theatre di Roma, segnata dalla partecipazione di Albertazzi nel ruolo di Prospero. È falsa nella recitazione: stravolta, fuori luogo, spesso disumana e addirittura animalesca; ma è falsa anche nelle musiche di scena, sempre tetre, spettrali, dissonanti: persino negli intermezzi comici, dove l’atmosfera dovrebbe essere tutt’altra! È falsa per la mancanza di sentimento degli attori (i peggiori sono quelli che interpretano Ferdinando e Miranda)… in una parola la regia di Daniele Salvo è completamente da dimenticare. Peccato perché questo regista, sentendolo parlare alla radio, aveva detto cose sensate, cioè che “non bisogna allontanarsi dalla drammaturgia”, o di “non voler storpiare la storia” ecc… tutte chiacchiere! Diamogli atto di avere ambientato la storia su un’isola deserta e non in un fast-food o in una discarica, come avrebbe fatto un regista tedesco, ma tutto il resto?! La recitazione è così balorda che una persona che non conoscesse la storia non ci capirebbe nulla! Miranda recita come avesse le doglie di una partoriente: ma dove l’ha letto nel testo?! Ad aggravare tutto ciò, ci si mettono degli inutili effetti sonori che distraggono lo spettatore e talvolta gli impediscono pure di sentire le battute! L’unico che si salva in fin dei conti è proprio Albertazzi, non perché faccia nulla di eccezionale: semplicemente recita la sua parte con naturalezza, senza voler strafare. E l’applauso finale penso sia più per lui e i suoi rispettabilissimi ottantasette anni (complimenti!), che per lo spettacolo, il quale risulta complessivamente molto noioso.