Delitto e castigo, alcune riflessioni e una risposta a Dostoevskij

Delitto e Castigo è un’opera dai mille spunti, dalle mille riflessioni, piena di duelli psicologici, tensioni, cadenze evitate e colpi di scena, sempre originale e sotto molti aspetti filosofica.
Ed è proprio una questione filosofica, astratta, il tema attorno a cui si incentra tutto il romanzo: «Un uomo superiormente dotato dal punto di vista spirituale, è autorizzato o no a violare le leggi valide per gli uomini “comuni”?» Secondo Raskolnikov, il protagonista del romanzo, sì, e per questo uccide una vecchia usuraia, con i soldi della quale vuole pagarsi gli studi universitari ed evitare umiliazioni alla madre e alla sorella. Raskolnikov parte da un esempio teorico: poniamo che un Newton od un Copernico, a causa di qualche macchinazione, avesse trovato degli ostacoli per diffondere la propria idea, «allora Newton avrebbe avuto il diritto, e sarebbe persino stato obbligato a… togliere di mezzo questi dieci o cento uomini per rendere note le sue scoperte all’intera umanità», «anche a costo di uccidere uno, dieci, cento o più uomini».
A monte di questa tesi c’è la possibilità di dividere l’umanità “generalmente” (corsivo di Dostoevskij) in due categorie: «una inferiore (gli ordinari), ovvero, per così dire, il materiale utile unicamente alla procreazione di qualcosa di simile a se stesso, e un’altra che è quella degli uomini [straordinari], ovvero di quelli in possesso del dono o del talento di dire la loro parola nuova nell’ambiente». Raskolnikov naturalmente conta di stare, almeno potenzialmente, tra i grandi.
L’obiezione che, nel primo dei duelli psicologici, gli muove Porfirij (il giudice istruttore), è prevedibile: in che modo si fa a distinguere gli ordinari dagli straordinari? Mica hanno un segno. Raskolnikov allora ammette che effettivamente moltissimi di quelli che appartengono agli ordinari, «per una certa giocosità della natura che non è rifiutata neanche a una mucca, amano immaginarsi uomini di prima linea», mentre i nuovi «neppure li notano» e anzi «persino li disprezzano come persone retrograde e dal modo di pensare umiliante». Il punto della questione è però che questo difetto di visione riguarda solo gli ordinari, e quindi rimane intatto il punto centrale della domanda, e cioè se un uomo effettivamente di prima categoria possa uccidere o no.
Alla fine Raskolnikov, ragazzo focoso ma peraltro di indole buona e anzi generosa, non riesce a sostenere il peso della pressione psicologica (diverse persone sono venute a sapere, ed il giudice ormai lo bracca), e, incapace di suicidarsi, si costituisce. Però, persino condannato ai lavori forzati non è pentito della sua azione, e soltanto in una cosa ammette il proprio delitto: «nel non aver potuto sopportarne il peso, e nell’essersi costituito».
Il romanzo finisce con la resurrezione spirituale di Raskolnikov, che grazie all’amore per Sonja, trova un motivo per vivere e affrontare anche la Siberia. Tale conclusione però sembra lasciare aperta la questione di partenza, perché non viene del tutto confutata la tesi di Raskolnikov, ma semplicemente lasciata cadere.
La tesi di Raskolnikov in effetti non è banale e, dato che ho il vizio di prendere le affermazioni sul serio, secondo me merita una risposta più dettagliata. In realtà, pensandoci un poco, si tratta di una questione antica, anche se posta in termini più moderni, e cioè se “il fine giustifica i mezzi”, ovvero se in qualche caso si possa giustificare la violenza per un qualche “buon motivo”. La questione sicuramente è molto attuale, Raskolnikov oltre a Newton parla di Napoleone, e di chi tira le bombe sulle città  ̶  oggi si può pensare alla guerra in Afganistan o in Iraq, dove si sono bombate città e uccisi militari (ma pure civili), in nome della “democrazia” e sostanzialmente buona parte del mondo occidentale lo ha giustificato, né Bush è stato trattato come un assassino. «In società, chi osa di più ha più ragione» direbbe Raskolnikov. O ancora più vicino a noi si potrebbe citare l’attentato odierno al direttore del quotidiano di Berlusconi… (che sia stato un novello Raskolnikov desideroso di salvare l’Italia?…)
Secondo me una buona risposta alla nostra domanda la dà il Dalai Lama, che di violenza ne ha subita parecchia (vive in esilio dal ‘59), ed ha sempre reagito con la non-violenza. Essenzialmente egli dice che la realtà, la società, il mondo, tutto è strettamente interconnesso, e un’azione negativa, anche nel caso fosse mossa da intenzioni buone, ha conseguenze del tutto imprevedibili e spesso altrettanto negative. Per esempio, nello stesso romanzo di Dostoevskij, Raskolnikov dopo avere ucciso la vecchia si trova “costretto”, per non essere denunciato, ad uccidere anche la povera Lizaveta, sorella della vecchia e donna buonissima, che poi scoprirà essere amica intima della sua futura moglie, Sonja. Detto per inciso, questo fatto, che nel romanzo non viene sviluppato più di tanto, a mio parere è un caso lampante in cui l’artista-Dostoevskij supera il filosofo-Dostoevskij; cioè ad una capacità suprema di cogliere la realtà, non si associa poi una capacità filosofica altrettanto grande nell’analizzarla.
Volendo fare un altro esempio ispirato all’attualità, mettiamo che un giorno salga al potere un uomo corrotto e abietto, privo di scrupoli morali, e il cui maggior cruccio è quello di fare il proprio interesse a scapito di quello comune… Se lo uccidi che risolvi? La gente che l’ha votato insorgerebbe, i suoi scagnozzi darebbero la colpa alla fazione avversaria, ed è ben possibile che salga al potere uno peggio proprio a causa delle conseguenze imprevedibili di quell’azione violenta. Cambiare gli animi di chi l’ha votato sarebbe la vera impresa, e non la si può compiere certo con la violenza.
Come seconda osservazione contro la tesi di Raskolnikov, si potrebbe addurre che uomini straordinari non si diventa dall’oggi al domani, ma a poco a poco e solo grazie ad un continuo impegno, per cui quando non lo si è ancora, non si ha il diritto di uccidere nessuno, mentre quando ormai si è diventati straordinari in genere non se ne ha bisogno. E la storia lo dimostra. Newton non ha dovuto uccidere nessuno; Galileo ha abdicato e le sue idee sono passate comunque. E poi nella storia chi mai è diventato straordinario uccidendo? Giulio Cesare e Alessandro Magno? Nego siano straordinari, sono semplicemente famosi, basta leggere Seneca: li prende sempre come esempi da non seguire. L’uomo “straordinario” deve capire anche questo.
In realtà anche Dostoevskij, se non proprio esplicitamente, suggerisce una risposta di questo tipo. Nel finale viene raccontato un incubo di Raskolnikov, il quale si figura un’immane pestilenza che aveva contagiato l’intera umanità, dove il morbo in questione aveva l’effetto di rendere le persone follemente presuntuose, tali da credersi infallibili: tutti «avevano abbandonato i mestieri in quanto tutti proponevano le proprie idee, le proprie rettifiche, e non riuscivano a trovare un accordo: l’agricoltura si fermò […] s’azzuffavano e si tagliavano la gola l’un l’altro. Ebbero inizio gli incendi, ebbe inizio la fame». Scenari apocalittici, ecco a cosa portava la follia di Raskolnikov, il quale trova invece requie nell’amore per Sonja, della quale forse assumerà anche le aspirazioni (lei è molto cristiana).
In realtà tutto il romanzo è pervaso da più o meno esplicite citazioni neotestamentarie. Mentre in una delle pagine centrali si staglia come un faro la citazione di Schiller: «Siate come un sole, e tutti vi vedranno».
Mille altre riflessioni potrebbe suscitare questo capolavoro  ̶ il senso della sofferenza, il vivere nella menzogna, il peso del rimorso, la resurrezione spirituale (tema ripreso da Tolstoj in un altro capolavoro)… ̶ , io mi fermo qui e vi invito semplicemente alla lettura.
Ps: Nell’edizione Mondadori a cura di Serena Prina, da cui ho tratto le citazioni, vi è in appendice anche uno scritto di Pasolini che definirlo vergognoso è dire poco! Pasolini riduce tutto al “complesso di Edipo”, alla “sessuofobia”, alla “repressione della madre” del protagonista! Dostoevskij sarebbe un grande perché prefigurazione di Freud…!! Come direbbe Raskolnikov: «Puah, ci sputo sopra!».

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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