Il misantropo a Roma

Il misantropo di Molière è una delle commedie più profonde, drammatiche, e anche una delle più attuali che il teatro conosca oggi.
Alceste è un uomo che odia l’ipocrisia, i falsi complimenti, e in generale ogni maschera sociale che abbia per fine la convenienza. Il suo difetto, se così possiamo chiamarlo, sta nel fatto che non sa trattenersi dal farlo presente agli altri quando se ne presenta l’occasione: «Voglio un comportamento da uomini; e che in ogni occasione, nei nostri discorsi, sia il fondo del nostro cuore a mostrarsi; che sia il cuore a parlare, e che i nostri sentimenti non si mascherino mai sotto vani complimenti» (trad. di Luigi Lunari), dice Alceste già nella prima scena. Naturalmente la sua vita è un inferno.
La sua vita è un inferno perché la maggior parte della società vive appunto di apparenze e reciproci inganni, e ad avere più successo è spesso proprio chi sa barcamenarsi meglio tra queste lusinghe, compiacenze e false amicizie. Ecco l’amicizia vera è un altro tema che viene toccato: quando Oronte, da furbo uomo di mondo, chiede a priori l’amicizia di Alceste, Alceste gli risponde che «l’amicizia esige però un poco più di mistero, e vuol dire certo profanarne il nome, lo spenderlo ad ogni piè sospinto. L’amicizia deve nascere per libera e illuminata elezione; e prima di stabilire tra noi questo legame, è opportuno conoscerci un po’ meglio».
Di grande attualità è poi la passione di Oronte: la scrittura. Molière fa una lunga tirata, e a più riprese, contro quelli che vogliono scrivere e pubblicare a tutti i costi… vi invito a leggere tutta la commedia, perché è davvero gustosa e istruttiva (lo dico anche a mio rischio e pericolo dato che anche io scrivo…), qui ne citerò solo un breve passo: «In fin dei conti, avete davvero questo bisogno impellente di scrivere poesie? e chi diamine vi obbliga a farvi pubblicare? Credete a me, resistete alla tentazione […] anziché mettervi nelle mani di qualche esoso stampatore». A testimonianza dell’attualità dell’argomento basta rilevare che in teatro le battute sui poeti provetti sono state quelle a cui il pubblico ha riso di più.
Insomma già Alceste ovunque getti lo sguardo trova motivo di rodersi il fegato,  ma oltre a questo si innamora pure di una donna menzognera e regina di civetteria. Célimène infatti dell’avere tanti spasimanti ha fatto un’arte: li tiene tutti lì a mezz’aria, li cuoce a fuoco lento alimentando speranze a tutti, senza sbilanciarsi con nessuno. Alceste si rende conto dei difetti di Célimène (e glieli rimprovera anche), ma se la ragione indica una strada, il cuore ne segue un’altra portandolo a soffrire terribilmente per le crudeltà a cui lo sottopone la poco onesta amata. La situazione non può avere un finale felice e difatti la commedia si chiude con un finale atipico e decisamente amaro.
La rappresentazione che è in scena fino al 7 novembre al Teatro Argentina, è a tratti discreta, a tratti palesemente insufficiente. Popolizio è un bravo attore, ma forse perché mal diretto, interpreta un Alceste troppo torvo, ricurvo, caricato, con voce sforzata… più simile a un Caliban che al misantropo di Molière. Filinte interpretato da Graziano Piazza ha qualche leziosità di troppo (le pause vanno messe al punto giusto nella frase, non dove capita!), ma a tratti è stato il miglior attore della serata, e sicuramente quello che recitava con maggior naturalezza. Sergio Leone nel ruolo di Oronte, per una pessima scelta del regista (presumo), è stato costretto a fare la caricatura più che l’attore. Federica Castellini e Ilaria Genatiempo, nel ruolo rispettivamente di Célimène ed Eliante sono state discrete, mentre completamente sbagliata la recitazione di Arsinoé. Anche qui non credo che la colpa sia dell’attrice, quanto del regista Massimo Castri, il quale tra l’altro, ha apposto il marchio della sua chiara e incontrovertibile incompetenza mandando in scena il servo di Alceste vestito da Arlecchino. Senza contare i tempi sbagliati della scena finale, dove al posto di un “allegro feroce”, il regista ha optato per un insipiente “largo sostenuto”, togliendo tutto il vigore alla scena.  Alla fine applausi tiepidi. Possibile che uno dei teatri più prestigiosi di Roma debba sopportare ancora queste regie?
P.S.: Ho detto che è una delle commedie più attuali di Molière, oltre alla tirata sugli scrittori leggete qui quando parla di un certo «zoticone» che tutti conoscono il quale: «con sporchi trucchi si è fatto avanti nel mondo, e che grazie a questo la sua fortuna, rivestita di splendore, suona biasimo al merito e vergogna alla virtù. Per quanti titoli infami gli vengano dovunque attribuiti, il suo miserabile onore non se ne dà per inteso; dategli del farabutto del furfante, infame maledetto scellerato: tutti ne converranno e nessuno vi contraddirà. Eppure il suo ghigno ipocrita è dappertutto il benvenuto: lo si riceve, gli si sorride, egli si insinua dovunque, e se vi è un posto da conquistare brigando, è lui a spuntarla sul più gran galantuomo del mondo!» Allora, ditemi voi, di quale personaggio italiano stiamo parlando?

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

Lascia un commento