Oggi pomeriggio, ascoltando Fahrenheit su Radio3, sono rimasto letteralmente scioccato dalle affermazioni di un certo Franco Brevini sulla presunta «anchilosi» della lingua letteraria italiana. Gli scrittori di oggi fanno bene, secondo lui, a non prendere in considerazione i nostri autori antichi. Da come parlava giuro che ho pensato che costui non avesse mai aperto un libro di letteratura italiana, potete dunque immaginarvi di come sia rimasto basito, sconcertato, esterrefatto quando ho appreso che è addirittura DOCENTE UNIVERSITARIO DI LETTERATURA ITALIANA!!
Ma veniamo ai fatti. Ho trovato un articolo del Corriere della Sera in cui il nostro “prof” enuncia la sua teoria, e prenderò come base proprio quelle sue parole, più che le affermazioni (ancora più gravi e vergognose) rilasciate oggi alla radio. La sua tesi centrale è questa: «chi si proponesse di conoscere gli italiani partendo dalla loro letteratura, resterebbe deluso. Un Paese che spicca per la ricchezza e la varietà delle sue culture resta assente dalla sua letteratura. Tutto questo perché i nostri scrittori non hanno potuto contare su una lingua viva».
La refutatio è semplice: forse Goldoni ha fatto (e fa) ridere i teatri di tutta Italia in una lingua morta? Basta questo per confutare Brevini.
A mio parere la tesi di Brevini si potrebbe sostenere per quella parte di cattiva letteratura italiana che è stata fisiologicamente prodotta nel corso dei secoli ed è puntualmente finita nel macero o caduta nell’oblio di qualche archivio storico. Ma quando diciamo letteratura italiana io – come tutti credo ̶ intendo il top della letteratura, cioè le vette, gli autori e le opere più significative. E dalle parole generiche e qualunquiste del professor Brevini, pare che egli faccia “di tutta l’erba un fascio”.
Allora veniamo a confutare punto per punto questo mostruoso pensiero entrando nel particolare delle sue affermazioni:
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«Con una gigantesca operazione di sineddoche la letteratura italiana ha dovuto fortemente ridurre lo spettro della realtà rappresentata: pochi colori, per quanto ricchissimi di sfumature».La sineddoche è un procedimento linguistico che consiste nell’usare il tutto per la parte o viceversa la parte per il tutto. Questo procedimento, forse Brevini non se ne è accorto, lungi dall’essere un astruso artificio retorico, è invece utilizzatissimo anche nel parlato: «essere senza un tetto», «senza borsa», «farsi un bicchierino», oppure «leggere Baricco», sono di uso comune, anzi comunissimo. La frase «pochi colori ma ricchissimi di sfumature» è molto spassosa considerando che i colori fondamentali sono solo tre (rosso, giallo, blu), e tutte gli altri sono sfumature o sovrapposizioni di sfumature… ma anche facendo finta di non conoscere la fisica: da Petrarca a Goldoni, quale argomento non è stato toccato? ce lo dica.
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«Quando un argomento non hanno proprio potuto eluderlo, ai nostri scrittori non è rimasta che la strada della genericità […] i nostri autori hanno prudentemente adottato un lessico sommario, evasivo, impreciso, convenzionale».Quali sarebbero questi argomenti e questi autori? Come accusa la trovo un po’… generica. Vogliamo accusare Leopardi, per esempio di adottare un «lessico sommario, evasivo ecc.»?Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,quella schiera infinita d’immortali,e piangi e di te stessa ti disdegna;che senza sdegno omai la doglia è stolta:volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,e ti punga una voltapensier degli avi nostri e de’ nipoti(da Sopra il monumento di Dante)
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Brevini si lamenta che non sia stato sufficientemente usato il dialetto: penso che una vita sola non basterebbe per leggere tutta la produzione dialettale italiana (Pietro L’Aretino, Belli, Goldoni, Trilussa, Verga, Pasolini…). Inoltre il Nostro sostiene anche che la lingua pulita, al contrario del dialetto non sarebbe in grado di esprimere sentimenti veri e profondi, motivo per cui «gli scrittori non hanno potuto pescare nelle zone più intime e profonde del proprio io».Difatti:«Solo e pensoso i più deserti campivo mesurando a passi tardi e lenti,e gli occhi porto per fuggire intentiove vestigio uman l’arena stampi.Altro schermo non trovo che mi scampidal manifesto accorger delle genti,perché negli atti d’alegrezza spentidi fuor si legge com’io dentro»(dal Canzoniere, Petrarca, 1374)è un tipico esempio di superficialità e vacua affettazione nel tipico stile di una lingua morta… pro pudor! Se per esempio volessimo usare il dizionario di OpenOffice come una rozza misura della distanza di un testo dall’italiano moderno standard, allora troveremmo una curiosa sorpresa. In questi otto versi di seicento anni fa, OpenOffice mi dà solo 6 errori, peraltro risibili: vo, mesurando, uman, d’alegrezza, fuor, avampi. Nell’articolo di Brevini di venti giorni fa, sempre OpenOffice mi dà ben 20 errori!
- Brevini inoltre afferma che le altre letterature non hanno avuto di questi problemi. Ora voglio chiedergli se Goethe il Faust l’ha scritto in dialetto bavarese o in tedesco nazionale. E per quanto riguarda la pedissequità nelle altre letterature voglio citare una passo di Herman Hesse in Siddharta: «La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino. […] Migliaia di giovani ascoltano ogni giorno la dottrina [di Gotama il Sublime], seguono a tutte le ore le sue prescrizioni, eppure sono tutti foglie secche, non hanno in se stessi la dottrina e la legge ». Nulla mi toglie dalla convinzione che sotto le spoglie di Gotama si celi proprio Goethe, verso cui Hesse nutriva aperta stima (vedi il saggio sul Wilhelm Meister), e che le foglie secche siano molti imitatori tedeschi ormai dimenticati.
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«A forza di perseguire la purezza linguistica, di tirare a lucido, di imitare i sommi autori, i nostri scrittori hanno finito per avvitarsi in un’ operazione totalmente autoreferenziale, perdendo ogni contatto con l’ esperienza viva»Ne deduco che non sta parlando dei sommi autori: ma allora di cosa sta parlando?! perché parla di «letteratura italiana»?