Sonata a Kreutzer di Tolstoj a teatro

«Ma cos’è dunque questo amore… amore… amore…, consacra forse il matrimonio?»
«L’amore autentico… se quest’amore esiste fra un uomo e una donna, allora anche il matrimonio è possibile» disse la signora.
«D’accordo, ma cosa si deve intendere per “amore autentico”?» disse il signore dagli occhi brillanti con un sorriso impacciato e timido.
«Tutti sanno cos’è l’amore»
«Io invece non lo so, dovete precisare meglio ciò che intendete»
«Come? È molto semplice» disse la signora, rimanendo tuttavia sovrappensiero. «L’amore? L’amore significa preferire esclusivamente uno, o una, a qualunque altra persona.»
«Preferire per quanto tempo? Per un mese? Per due giorni, per mezz’ora?»
«No, scusate evidentemente non stiamo parlando della stessa cosa.»
«No, no, io parlo proprio di questo.»
(Trad. di Elisabetta Bruzzone, ed. Mondadori)
Con questa discussione sull’amore e il matrimonio entra nel vivo il famoso romanzo di Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer. Dopo questo scambio di battute, che avviene in un vagone ferroviario, lo strano passeggero incomincerà il suo lungo monologo nel quale racconterà il suo rapporto con le donne e le sue considerazioni sull’amore, fino all’omicidio della moglie, colta in adulterio con un violinista.
Ed è appunto in forma di monologo l’intenso adattamento teatrale di Alvaro Piccardi, in scena fino al 28 novembre al teatro Arcobaleno di Roma. La performance è indiscutibilmente di notevole spessore, eccettuata qualche lieve smagliatura che spero l’attore-regista elimini presto (lo «strano suono» di Pozdyniev non è certo un rutto!). Per il resto è un’iniziativa soltanto da elogiare, perché portare in scena un testo così profondo e attuale, è senz’altro una dimostrazione di coraggio e una preziosa occasione di riflessione per ogni spettatore.
La tesi centrale di Tolstoj è la condanna dell’amore carnale, non tanto dell’atto fisico in sé, quanto delle conseguenze che il libertinaggio comporta: «l’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica». Si tratta di un tema molto spinoso, che permette anche considerazioni diverse da quelle di Tolstoj, e che però sarebbe impossibile esporle in queste poche righe. La posizione di Tolstoj comunque, per quanto molto pessimista e disincantata, è chiarissima. Come ogni grande autore, Tolstoj non si nasconde dietro le parole d’ordine della sua epoca, né dietro la vaghezza di affermazioni ambigue e che non scontentano nessuno. Alcune riflessioni sono inoltre incredibilmente attuali perché vanno a prendere di petto luoghi comuni ancora oggi radicatissimi (come quello che bisogna per forza conoscere il sesso in giovane età, per poi ipocritamente e blandamente condannarlo in pubblico, in nome di una morale da burletta).
Secondo Kafka «un libro deve essere come un’ascia che spacca l’oceano di ghiaccio della nostra indifferenza», e non trovo un’immagine migliore per caratterizzare questo romanzo di Tolstoj (come anche i suoi Anna Karenina e Resurrezione), dove la maestria dello scrittore si manifesta sia nell’analizzare con profondità e coraggio la realtà del matrimonio, sia nel disporre la materia in una forma letteraria avvincente. Per esempio è magistrale la scelta di inserire soltanto all’ultimo, dopo l’avvenuto accoltellamento della moglie, la riflessione del protagonista sull’accaduto: «Guardai i bambini, guardai il suo volto rotto, pieno di lividi, e per la prima volta dimenticai me stesso, i miei diritti il mio orgoglio, per la prima volta la vidi come un essere umano». (Oggi che si parla tanto di “femminicidio”… cosa meglio di questa morale?)
Tornando allo spettacolo in scena al Teatro Arcobaleno, va dato atto a Piccardi di aver fatto un ottimo lavoro di trascrizione, perché nell’adattamento teatrale questa frase assume ancora maggior forza, essendo spostata qualche capoverso dopo, nella toccante scena finale, quando ricordando la moglie dice: «Cominciai a capire solo quando la vidi nella bara…».
Anche recitate, le parole di Tolstoj mantengono tutta la loro precisione, chiarezza e profondità: si sente che sono pensieri originali, frutto di una vita intensamente vissuta e rielaborata. Quando si lodano tanto certi autori di oggi, o del passato recente, bisognerebbe tenere sempre a mente chi sono i veri giganti e prendere quelli come termine di riferimento. Nell’anno del centenario della morte di Tolstoj (1910) c’è da sperare che vengano prese molte altre iniziative di questo genere, perché non possono che arricchirci.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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