Lo sapevamo già, ma fa sempre piacere constatare che la musica, e in particolare l’Opera, non è morta. Sembra ormai appurato che dopo aver attraversato l’oceano con Puccini e Caruso, la gloriosa tradizione italiana del “recitar cantando”, duramente calpestato in patria, ha trovato una nuova casa in America. Mentre qui intellettualoidi saccenti occupano le prime pagine dei giornali attaccando l’Opera, lì si studia e ci si impegna per continuare quello che era (e in parte ancora è, nonostante tutto) il nostro vanto.
Ho assistito oggi (22/01/2011) al Teatro dell’Opera di Roma alla terzultima replica di A view from the bridge, l’opera del compositore americano William Bolcom (1999) tratta dall’omonima pièce di Arthur Miller (1955). Questo dramma era stato già messo in musica in italiano nel 1961 da Renzo Rossellini, ma, per quanto riguarda la musica di Bolcom, martedì scorso si è trattato della prima europea (una volta tanto siamo i primi in Europa, anche se con 11 anni di ritardo…)
Prima di commentare l’opera, vorrei analizzare brevemente il testo originale di Miller. La trama è semplice quanto avvincente. Siamo nei sobborghi di Brooklyn anni ‘50, Eddie Carbone, figlio di un italiano immigrato a New York, fa il manovale al molo e vive con la moglie Beatrice e la nipote Catherine (orfana), verso la quale prova un sentimento possessivo che si rivela sempre più morboso. Due eventi segnano la vicenda: Catherine è stata ingaggiata per il suo primo lavoro (quindi non sarà più una bambina), e allo stesso tempo arrivano due clandestini italiani, Marco e Rodolfo, cugini di Beatrice, che sono emigrati dalla più nera miseria siciliana per trovare un lavoro. Marco ha lasciato una moglie e tre figli da sfamare ai quali vuole inviare il denaro che guadagnerà, mentre Rodolfo è un bel ragazzo che vuole diventare americano: è pieno di vita, un po’ femmineo, ha una bella voce… e Catherine si innamora di lui. Eddie fin da subito avverte la loro relazione come un furto, Catherine è sua e diventa sempre più insofferente e irascibile per le attenzioni che rivolge a Rodolfo. Secondo Eddie, Rodolfo è un poco di buono che vuole sposarsi Catherine solo per ottenere la cittadinanza, in realtà Eddie è inconfessabilmente innamorato di Catherine e non sopporta neanche l’idea che gli venga strappata, tanto che nel secondo atto arriverà a denunciare i due italiani all’ufficio immigrazione… perdendo per sempre l’onore di fronte agli amici alla moglie e a Catherine,
La storia è serrata e avvincente, Miller è un grande psicologo e riesce con notevole maestria a scandagliare a fondo i personaggi principali, portando avanti la trama senza rallentamenti. Assieme a questo trova anche l’occasione per affrontare diversi temi interessanti: la ragazza che è sempre vissuta in casa con la famiglia e che diventa donna, il primo lavoro, il primo uomo, il rapporto possessivo dello zio, la miseria della vita di un manovale nei sobborghi di New York, la velata gelosia della moglie di mezza età, trascurata dal marito che pone troppe attenzioni alla giovane nipote, e allo stesso tempo la generosità di Beatrice che si prodiga sia per ospitare i cugini che per cercare il bene di Catherine; e poi la vita dei poveri immigrati italiani degli anni ‘50 (chiamati “submarines” perché arrivano di nascosto dal mare), anche uno schizzo dell’Italia di quell’epoca vista dall’altra sponda dell’oceano (sicuramente Miller avrà usato ricordi personali di qualche viaggio in Italia). La narrazione dal punto di vista drammaturgico è molto moderna: l’avvocato Alfieri, un personaggio secondario, che di tanto in tanto appare sia come personaggio interno, sia come narratore esterno che racconta la storia come fosse già avvenuta nel passato. L’unica perplessità che mi permetto di sollevare è sul finale quando Alfieri dichiara il suo “amore” per Eddie (che per come si è comportato sembra poco giustificabile); inoltre se Rodofo sia un bravo ragazzo o un poco di buono rimane ambiguo, forse Miller avrebbe dovuto prendere una posizione più esplicita perché la storia assumerebbe un senso abbastanza diverso nei due casi (quanto è giustificabile Eddie?).
Il libretto, che è di A. Weinstein e dello stesso Miller, riesce a rendere bene tutti i punti forti della pièce; la modifica principale è l’aggiunta del coro, molto ben riuscita, che fa da sostegno ad Alfieri.
Bolcom ha uno stile che qualcuno ha definito “neotonale”, e penso abbia guardato a Puccini e a Britten; inoltre ha ripreso dei temi di canzoni americane dell’epoca, e c’è anche un’aria abbastanza melodica, “all’italiana”, quella con cui si presenta Rodolfo nel primo atto, che ha strappato un bell’applauso del pubblico; all’organico dell’orchestra classica sono affiancate una batteria e due tastiere.
Eccellente la scelta del cast. Talvolta capita di vedere Butterfly ultrasessantenni, o Tosche alte un metro e ottanta con Cavaradossi che gli arriva alla spalla, stavolta invece stature ed età erano tutti perfettamente calibrati sui personaggi, e ugualmente i temperamenti. I cantanti più applauditi sono stati, in ordine: Kim Josephson (Eddie), Marlin Miller (Rodolpho), Amanda Squitieri e Amanda Roocroft (Beatrice e Catherine).
Ottime la regia e la scenografia, unico appunto forse la scena della lezione di pugilato avrebbe reso di più se fosse stata più realistica. Molto bravo anche il direttore, David Levi, che ha sostituito Bruno Bartoletti purtroppo indisposto.
Domani (23/01/2011) e martedì (25/01/2011) ultime due repliche, da non perdere.
