L’iniziativa in sé era buona, consisteva in alcune celebri pagine d’opera italiana, prevalentemente dell’ottocento, per coro, soprano e tenore, eseguite dalla Xilon orchestra. La performance migliore l’ha offerta senz’altro il soprano, Carmela Maffongelli , mostrando grande impegno, espressività, ottima dizione, e grande voce. Ma veniamo alle note dolenti, poiché lo svolgimento ha mostrato alcune pecche nell’organizzazione tipiche del nostro paese. Innanzi tutto un po’ infelice la scelta di eseguire l’inno di Novaro in versione solo per archi, perché la forza dell’inno sta più che altro nelle parole e nella semplicità della melodia, in versione strumentale e senza coro è un pezzo quasi senza senso. D’altra parte il coro c’era, poiché è entrato alcuni brani dopo per cantare il Va’ pensiero: ma peccato che più che un coro fosse un coretto di dieci pensionati, che non sapevano il Va’ pensiero neanche a memoria, ma cantavano flebilmente e con la faccia appiccicata allo spartito in maniera quasi imbarazzante data la notorietà del brano (oltre al fatto che un bravo corista dovrebbe tenere un occhio alla parte e uno al direttore, come minimo, e mai lo spartito davanti al viso perché impedisce l’emissione).
Sull’unità d’Italia, cronaca di un festeggiamento
Ieri sera, 16 marzo, si è tenuto alle Terme di Diocleziano un concerto gratuito offerto per il festeggiamento dei 150 anni dell’unità d’Italia, partire da questa cronaca mi pare un buon punto per fare qualche piccola riflessione sul nostro Paese.
Già questo è un po’ una vergogna dato che non eravamo a Zagarolo ma nel cuore della Capitale, e per i 150 anni dell’unità d’Italia sarebbe stato bello un coro non dico di 150 persone, ma di 50 almeno sì. Ma non finisce qui, perché dopo la Xilon orchestra, si è esibito il Coro Orazio Vecchi, questo sì un coro di più di 50 cantori, e che infatti il coro del Nabucco l’ha rifatto molto meglio. Anche perché oltre alla grande massa di cantori, erano diretti da un eccellente musicista, il Maestro Alessandro Anniballi, che ha dato veramente tutta l’anima nella direzione, offrendo anche interessanti spiegazioni tra un brano e l’altro (a differenza del direttore dell’orchestra precedente che si è limitato alla presenza).
Ecco, qui il problema non è stato il coro, ma l’orchestra… che non c’era (la Xilon intanto se n’era andata), e il pianoforte… che non l’hanno potuto portare per questioni di trasporto, come ha accennato in sala (e con rammarico) il maestro Anniballi. Problemi che penso con un po’ più di sforzo degli organizzatori potevano essere superati, ma fatto sta che si sono dovuti accontentare di una misera tastiera elettronica. strumento buono più per lo studio che per un concerto. Inoltre senz’altro non hanno avuto la possibilità di provare nella sala, perché si è notato un chiaro smarrimento nella disposizione sul palco prima che iniziassero a cantare.
Insomma, guardando la serata nel suo complesso mi ha colpito la disorganizzazione: da una parte c’era un’orchestra senza coro, dall’altra un coro senza orchestra, (con un direttore che tra l’altro un’orchestra la meritava tutta). Ora ci si lamenta che l’unità d’Italia è ancora un fatto così problematico, ma l’unità d’Italia non è che un fatto di organizzazione politica, e l’organizzazione non è proprio il nostro forte, non riusciamo ad unire un coro e un’orchestra che cantano a distanza di dieci minuti nella stessa sala…
Ecco, a parte la battuta penso che l’unità dell’Italia, ̶ quella spirituale, quella vera ̶ , la faccia proprio la cultura, cioè il teatro, la musica, la letteratura, e, in un senso leggermente diverso, anche la scienza. Avere un patrimonio culturale condiviso e non essere dimentichi delle straordinarie cose che ci hanno lasciato i nostri predecessori: in questo consiste il patriottismo, e spero che chi in questi giorni sventola la bandiera italiana non si fermi al superficiale ricordo dell’impresa dei Mille, ma ne tragga spunto per conoscere meglio i vari Ariosto, Machiavelli, Goldoni, Monteverdi, e quanti altri sono soltanto nomi sbiaditi imparati di malavoglia ai tempi lontani della scuola. Aggiungo che i tagli alla cultura non sarebbero così tragici (soprattutto per la musica) se la gente frequentasse un po’ di più le sale da concerto e i teatri invece di accontentarsi di intrattenimenti di più bassa lega. Ha poco senso sventolare la bandiera e poi stare tutte le sere a rincretinirsi davanti al televisore, o non andare mai a teatro.
Ps: Ieri sera il coro del Nabucco, nonostante l’autorizzazione del direttore al pubblico, non l’ha cantato quasi nessuno (eravamo forse in due), eppure mi dicono che i cinquantenni di oggi lo cantavano a scuola, se lo saranno scordato?
