Ciò che forse risalta più di tutto in questa nuova produzione del Teatro dell’opera di Roma è la presenza di due soprani veramente eccezionali: Maria Grazia Schiavo e Beate Ritter(*), nel ruolo rispettivamente di Konstanze e Blonde. È veramente il caso di dire, come dicevano i greci, “calà kai agatà” (“belle e virtuose”). Entrambe hanno timbro, tecnica, espressività e presenza scenica da cinque stelle: la Schiavo ha una voce più potente, agile ma anche maestosa nelle messe di voce, sembra adatta a cantare qualsiasi cosa, da Mozart a Puccini; la Ritter è più leggera, ma ha una voce così limpida e morbida da rimanere a bocca aperta. Hanno entrambe giustamente ricevuto applausi a scena aperta e un ovazione alla fine; detto per inciso nella recita di ieri (sabato 16 aprile) c’era quasi il tutto esaurito. Il tenore Charles Castronovo è stato anche lui molto bravo anche se forse la partitura non lo metteva in risalto quanto le colleghe femminili; lo stesso dicasi e a maggior ragione per Cosmin Ifrim che interpretava Pedrillo. Il basso che interpretava Osmin, Jaco Hujipen, mi è parso invece un po’ debole sulle note gravi, forse ha un registro più adatto a tessiture più acute; il regista inoltre ne ha fatto una sorta di boia accigliato piuttosto che il personaggio burbero e un po’ comico del libretto.
Venendo appunto alla regia di Graham Vick, la definirei “semibuona”, nel senso che, a parte Osmin, è buona in generale per quanto riguarda la recitazione, e meno comprensibile per la scenografia, costituita da un grande cubo con molte porte poggiato sulla riva di una spiaggia, e quattro corde che disegnavano due “V” sulla scena (non mi chiedete perché!). Il maggior difetto di questi allestimenti “astrattisti”, secondo me, sta nel fatto che disattendendo la verosimiglianza (e talvolta la comprensibilità) della scena, tolgono calore e umanità all’azione, e di conseguenza riducono la partecipazione dello spettatore. L’impressione è che queste stramberie siano dettate soltanto da una voglia di stupire fine a se stessa, che poi viene camuffata col manto di qualche fumosa elucubrazione metafisica. (Pur non condividendo parecchie cose dell’estetica teatrale di Brecht riporto a mo’ di prevenzione questa frase dal suo Breviario di estetica teatrale:che invece condivido: «Sono le incongruenze nella rappresentazione di fatti umani che diminuiscono il nostro godimento in teatro»). Ma sulla stupidità, o addirittura “volgarità” di ammirare ciò che stupisce piuttosto che ciò che si comprende si potrebbe citare Spinoza, il quale a proposito dell’assurdo amore del popolo per i miracoli dice con sprezzo: «il volgo ritiene di comprendere sufficientemente qualcosa soltanto quando non la ammira [nel senso: quando non ne è stupito]», come se ciò che è comprensibile fosse meno degno di ammirazione perché lo si capisce, quando dovrebbe essere proprio il contrario.
Il fatto che i recitativi non siano stati tradotti in italiano è discutibile; è vero che ci sono i sopratitoli, è vero anche che i pezzi cantati sono in tedesco e si creerebbe una discontinuità, ma una cosa è sentir recitare in italiano, un’altra sentirlo in tedesco e dover guardare in alto per capire cosa stanno dicendo.
Due parole sull’opera. Drammaturgicamente quest’opera non è il massimo della scorrevolezza, in quanto l’azione procede a scatti e lunghe frenate, soprattutto nelle lunghe arie dove una stessa frase è ripetuta tante volte e tutto si congela per diversi minuti. Naturalmente l’attenzione lì si sposta sulla musica che in genere fa perdonare la frenata… però resta il fatto che le opere successive, soprattutto Le nozze di Figaro e il Don Giovanni scorrono meglio di questa. Nel duetto prima del finale, quando sembra che Belmonte e Konstanze vadano incontro alla morte ho avuto l’impressione (forse fallace) che l’orchestrazione non raggiunga le vette drammatiche che uno si aspetterebbe. C’è probabilmente da considerare anche il fatto che Mozart era ancora giovane, aveva solo 26 anni quando scrisse quest’opera, che di fatto è la prima rimasta famosa tra quelle che ha musicato. Per quanto fosse indiscutibilmente un genio, la piena maturità sul versante drammatico penso l’ha raggiunta nei suoi ultimi anni, basti pensare alla potente drammaticità del Requiem! Ciò non toglie che già in quest’opera, nel registro giocoso e virtuosistico, in quanto a brio e fantasia Mozart è assolutamente straordinario.
E tornando al Ratto dal serraglio, il finale edificante del libretto di Gottlieb Stephanie (da Christoph Friedrich Bretzner) lo trovo veramente bellissimo, quasi gandhiano, con quel gesto magnanimo del Pascià che, rinunciando alla vendetta, addirittura concede la libertà all’amata Konstanze e al suo legittimo fidanzato Belmonte, nonostante egli sia il figlio del suo peggior nemico:
«Ho odiato tuo padre troppo per poter seguire i suoi stessi passi. Prendi la tua libertà, prendi Konstanze, riparti per la tua patria, dì a tuo padre che eri in mio potere e che ti ho liberato per potergli dire che sarebbe un piacere di gran lunga maggiore rispondere a un’ingiustizia subìta con opere di bene, come al vizio sradicando i vizi.»
Insomma un finale d’altri tempi come, pure l’ultimo quartetto:
«Nulla è brutto come la vendetta;
al contrario essere umani, benevoli,
e perdonare senza interesse personale
al contrario essere umani, benevoli,
e perdonare senza interesse personale
è cosa soltanto da grandi anime!
Chi non riconosce questo
Chi non riconosce questo
non lo si può guardare che con disprezzo.»
Die Entfuhrung aus dem Serail è in scena al Teatro dell’opera di Roma fino al 19 aprile. Da vedere.
(*) Seguendo una locandina vecchia che non riportava il cambio di programma, avevo scritto erroneamente Olga Peretjakto al posto di Beate Ritter, di cui riporto qui sopra la foto ed anche un link per farmi perdonare…

