Le Operette Morali a teatro

Dopo tanti spettacoli appena sufficienti, mediocri, e talvolta pessimi, che ho visto negli ultimi mesi qui a Roma (molti dei quali non ho neanche recensito), è stato davvero un piacere tornare a vedere una compagnia di attori così bravi e ben diretti come quelli che ieri sera hanno debuttato al Teatro Argentina con le Operette morali di Leopardi in versione teatrale.

La regia di Mario Martone è stata pressoché perfetta, tutti i dialoghi scelti dal testo leopardiano sono stati resi con grande ingegno e buon gusto, senza retorica, esaltandone l’atmosfera quando onirica quando più realista, e sempre mirando a facilitare la comprensione del testo. Sembra una cosa banale ma molte compagnie oggi si impegnano per fare il contrario! con caricature, voci contraffatte, stravolgendo il testo dell’autore, costruendo scene che visivamente non c’entrano nulla col testo ecc. Qui niente di tutto questo perché regia, scene, e recitazione sono state messe a completo servizio del testo con onestà, bravura, e impegno totali. Appropriate anche le musiche rossiniane (Guglielmo Tell e Gazza ladra), oltre al Coro dei morti che invece è stato scritto apposta per lo spettacolo da Salvatore Caputo.

Riporto qui con piacere i nomi di tutti gli attori: Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Maurizio Donadoni, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone, Barbara Valmorin; meritano di essere nominati tutti perché sono stati uno più bravo dell’altro (trovate qui i ruoli). Dei vari dialoghi ho trovato poi particolarmente riusciti quelli in cui era presente Leopardi stesso (ovvero dei personaggi che sotto mentite spoglie rappresentavano l’autore); in particolare Tristano e un amico, è uno dei più densi d’emozione. In essi infatti la voce del poeta si fa sentire in maniera diretta con tutta la sua nuda sincerità, amara ironia, e acutezza di giudizio; e le critiche che avanza allo sciocco “ottimismo scientifico” del suo secolo, nonché all’esaltazione delle masse sull’individuo, si scoprono sorprendentemente attuali. In questa versione teatrale — grazie alla bravura dell’attore, Roberto De Francesco, che ha saputo eludere ogni retorica –, avviene il miracolo di illudersi di sentire quasi, per un attimo, la voce del buon Giacomo in persona.

Leopardi è senz’altro un grande della nostra letteratura, eppure io credo veramente che se il destino non si fosse accanito così crudelmente sulla sua persona avremmo avuto uno scrittore ancora più grande. Forse, con le ovvie differenze del caso, un altro Goethe. Cos’ha Leopardi in meno di un Goethe, o di uno Shakespeare? Quegli sprazzi di gioia, quei momenti in cui il cuore è pieno e lo spirito soddisfatto, e senza i quali il cielo sarebbe sempre grigio. Quei momenti che, per quanto fugaci, pure esistono nella vita… se la fortuna lo permette. Ma la fortuna a lui non ha concesso quasi niente da questo punto di vista, per cui purtroppo non si trova mai un momento nelle sue opere in cui si abbia voglia di dire con pienezza «Fermati attimo, tu sei così bello!». Che io ricordi, un rarissimo istante di gioia c’è forse nel Consalvo, con quel bacio alla fine concesso.
Il fatto che non abbia mai avuto un amore felice penso possa annoverarsi tra quelle ingiustizie che la Sorte ha perpetrato contro alcuni grandi ingegni: come è successo a Mozart che non ha avuto il tempo di finire il Requiem, a Pergolesi che è morto a ventisei anni, e così via. Tra l’altro essendo nato in un angusto paesino, privo di teatri o sale da concerto (pensate a Recanati duecento anni fa…), immagino gli fu negato anche il piacere della musica, infatti in tutto lo Zibaldone non nomina quasi alcun musicista, se non Rossini e solo per sentito dire (tanto per la cronaca era contemporaneo di Beethoven, Schubert, Berlioz, Bellini, Donizetti…).
Insomma confesso che quando leggo Leopardi sento che gli manca qualcosa, ed il suo cielo sempre grigio un po’ mi pesa… Tuttavia per non “sminuire” troppo la sua opera, riporto il giudizio positivo quanto lucido di Schopenhauer: «Nessuno tuttavia ha trattato questo argomento [la miseria della nostra esistenza] tanto a fondo ed esaurientemente come, ai giorni nostri, Leopardi. Egli ne è completamente colmato e compenetrato: dappertutto il suo tema è lo scherno e lo strazio di questa esistenza, egli lo dichiara in ogni pagina delle sue opere, e però in una tale molteplicità di forme e di giri, con una tale ricchezza di immagini, da non ingenerare mai fastidio ma, riuscendo anzi sempre dilettoso e stimolante» (Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione, cap. 46).
Le Operette morali saranno in scena al Teatro Argentina fino al 15 maggio 2011.
PS: Complimenti a Franca Penone che ha fatto la danza orientale, pensavo fosse una ballerina e invece era proprio un’attrice e pure brava!
Per il regista: nel dialogo tra il Folletto e lo gnomo, il Folletto dice: «mancati gli uomini la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota ad un arpione, se ne sta con le braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani»; questa battuta l’attore la dice mentre è fuori scena, è un peccato che si senta solo a metà!

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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