Al Teatro Costanzi di Roma sono in corso in questi giorni le repliche della Battaglia di Legnano, l’opera più “patriottica” di Giuseppe Verdi, scritta a Parigi nel 1848.
In questa edizione romana c’è innanzitutto da menzionare la prestigiosa bacchetta di Steinberg Pinchas, assolutamente travolgente ed entusiasmante, soprattutto nell’ouverture e nei pezzi di grande impatto sonoro; in secondo luogo è senzaltro da sottolineare il tenore esordiente Riccardo Massi (nel ruolo di Arrigo), di soli ventisei anni (!!), che ha registrato un meritatissimo successo personale: voce bella e potente, e soprattutto convincente nella parte. Purtroppo Massi era previsto soltanto per la recita di ieri, nelle altre date c’è un coreano, che ascoltandolo martedì alla radio sinceramente mi è parso avere una voce un po’ “di gola”. Molti applausi anche per Lidia (Serena Farnocchia), Rolando (Giuseppe Altomare), e Barbarossa (Dmitriy Beloselskiy).
La regia, di Ruggero Cappuccio, non mi è piaciuta molto: l’ho trovata concettosa e pretestuosa, non tanto per l’uso dei quadri, quanto per “la restauratrice e gli operai” che si aggiravano sul palco e tutte le altre trovate che non c’entravano nulla con la storia (il regista poi ha dato la sua spiegazione, ma totalmente incomprensibile per il semplice spettatore). Nel terzo atto soprattutto, la scenografia completamente sganciata dalla storia rende incomprensibile lo svolgimento dei fatti a chi non abbia letto il libretto per conto suo. Insomma le solite miserie delle regie “alla tedesca” (se a Legnano gli invasori tedeschi sono stati respinti, sulle scene continuano invece a dominare!). In questo caso, a onor del vero, c’è da dire che perlomeno la regia si astiene dalle volgarità che spesso si vedono altrove; quindi se non si fa amare almeno non si fa odiare.
Anche se oggi non è tra le partiture più frequentate di Verdi quest’opera non è comunque di molto inferiore alle sue sorelle più famose. Due cose penso fondamentalmente la penalizzino: l’assenza di un tema melodico di grande impatto e il libretto. Quanto al tema c’è poco da dire, non sempre riesce quello che diventa celebre. Riguardo al libretto di Salvatore Cammarano il discorso è più complesso. Quello che si nota (l’hanno detto in molti e mi associo), è l’impennata drammatica che avviene nel terzo e quarto atto, quando emergono i contrasti tra amicizia, amore e infedeltà dei protagonisti. I primi due atti in effetti sono quelli più politici e meno moderni dell’opera: l’azione si svolge in maniera macchinosa e didascalica, i molti personaggi secondari sfilano senza quasi lasciare traccia e il tema dominante è racchiuso in queste tre formule “Dio, la patria, e sconfiggere l’invasore tedesco”. Tutte cose molto nobili e attuali per l’epoca, ma appunto tanto attuali per loro quanto lontane per noi. In generale è estremamente difficile tirare fuori qualcosa di grande livello artistico da un intento politico contingente, e neanche il genio di Verdi ha potuto più di tanto. Nel terzo e quarto atto invece la questione politica rimane in secondo piano e l’attenzione si concentra sull’amore impossibile tra Lida (ora sposa di Rolando) e Arrigo, suo antico amore e per giunta amico strettissimo di Rolando. Qui si scatena un putiferio di sentimenti ed esce il Verdi autentico. Lo stesso triangolo marito-moglie-amico del marito sarà ripreso tale e quale nel Ballo in maschera.
