Premetto che ci sono molti motivi per essere indignati, ma la presenza di teppisti ̶ indegni di essere chiamati uomini ̶ ci ha reso oggi testimoni di una giornata di guerriglia come mai era accaduto dal dopoguerra ai giorni nostri; le foto i danni e i feriti parlano chiaro. Ho seguito via radio e via internet gli accadimenti con senso di angoscia e dispiacere veramente bruciante, per cui sento il bisogno di fare qualche considerazione.
Innanzitutto servirebbe la massima collaborazione dei manifestanti con la polizia e tutte le forze dell’ordine. Per esempio dalla radio attraverso cui ho seguito l’evolversi della manifestazione ho notato con un certo disappunto una posizione sistematicamente polemica contro ogni azione della polizia: c’era uno di questi inviati che da via Merulana (in mezzo agli scontri) ad ogni carica della polizia diceva “Perché caricano? È surreale, io da qui non vedo nessuno ecc. ecc.”, poi criticava il fatto che ai manifestanti non era stato consentito di accedere a pizza S. Giovanni… Ma con che logica, mi chiedo, da una posizione così isolata ci si può permettere di giudicare l’operato di una forza pubblica che possiede colonnelli, generali, elicotteri, informatori? Ora questa giornalista non faceva certo parte dei violenti, ma che razza di clima incandescente si crea con queste polemiche? Naturalmente anche le forze dell’ordine possono sbagliare in una situazione così critica, ma sta alla maturità dei manifestanti pacifici collaborare al massimo grado. Non solo chi tira anche una nocciolina contro i furgoni delle forze dell’ordine si rende complice, o quantomeno simpatizzante, dei teppisti, ma anche chi non rispetta i divieti imposti dalle forze dell’ordine si rende complice dei possibili disordini che un atto del genere può provocare. Tanto più che non stiamo parlando di divieti che precludono la libertà d’espressione ma solo di prescrizioni ai fini dell’ordine pubblico.
Manifestare pacificamente non significa solo non tirare sampietrini ma anche usare un tono pacato e non aggressivo nelle parole: insulti, parolacce, cori volgari non fanno certo migliorare l’Italia, ma contribuiscono solo a degradarla spingendola verso l’anarchia più disordinata.
Dalla finestra del mio palazzo ho visto sfilare il corteo che se ne andava dal centro con la solita “musica” da centro sociale. Un tizio col megafono gridava da un camion: “Oggi è stato violato un tabù”. Che tabù? Non l’ha detto, e invece di concludere il suo “pensiero” ha ripetuto questo stesso mozzicone di frase urlandolo a pieni polmoni e cercando l’applauso dal corteo (applauso che in parte ha trovato). L’unico tabù che ho visto violato oggi è stato quello della civiltà. Ed ha ragione Alemanno quando ha detto che oggi i veri indignati sono i cittadini romani.
Ha molta più forza una protesta silenziosa che una urlata e accompagnata con i tamburi, ma questo ancora in pochi lo capiscono. E quello che fa più rabbia è che anche personaggi di spicco del mondo della cultura (o presunti tali) contribuiscono a diffondere idee infantili se non obbrobriose. Mi riferisco per esempio a Monicelli che ̶ vecchio e al contempo vergognosamente immaturo ̶ parla di “rivoluzione”, o a certi cantautori e altri personagetti del presente o del passato recente che si dichiarano “anarchici”. Ma l’unica rivoluzione auspicabile è quella interiore delle coscienze, non certo quella dei maialini di Orwell. E ancora più facile dovrebbe essere capire che l’anarchia è la morte della società: se possiamo vivere decentemente è solo grazie all’esistenza di una società organizzata con delle regole, e se vogliamo migliorarla lo possiamo fare soltanto migliorando le regole e soprattutto rispettandole; sennò si torna al medioevo. Ma proprio il rispetto delle regole è uno dei problemi dell’Italia.