«La scocciatura più grande forse è per gli scrittori. Non dico gli scribacchini certo, ma gli scrittori più grandi, quelli che dedicano tutta la vita alle proprie opere, cercando di affidare ad esse la propria “immortalità”: loro sì che si vedrebbero tagliate le ali della fama. (Certo, se io dedicassi tutta la mia vita per un’opera da lasciare ai posteri, almeno un paio di secoli di posterità li vorrei!) Ma che dire, si devono rassegnare… e poi stiamo parlando di casi fuori dalla norma.
«Maya o non Maya, già nel 1854 Helmholtz predisse la morte termica dell’universo. La cosmologia moderna ha poi allargato il quadro e oggi non sappiamo se l’universo morirà di “freddo” o in un collasso gravitazionale. Ad ogni modo, per quanto riguarda il nostro pianeta, la fisica nucleare ci dice in maniera incontrovertibile che il Sole, al più tardi tra cinque miliardi di anni, diventerà una gigante rossa con un raggio che arriverà ad inglobare la Terra, distruggendola completamente.
«Dunque, siccome è soltanto questione di tempo, facciamolo questo esperimento mentale: immaginiamo di essere contemporanei della fine del mondo. No, non dico della Terra soltanto ma dell’universo intero. Secondo Seneca c’è anche qualcosa di grande, di sublime, perfino di consolatorio nel morire assieme all’universo: perché “se dobbiamo morire è meglio morire per una ragione superiore”.
«Immaginate di salire su un’alta montagna di fronte all’oceano, di guardare il panorama sconfinato che si estende sotto i vostri occhi: il cielo azzurro innervato di sottili nubi, il mare profondo e immenso spazzato dal vento che arriva fino all’orizzonte, e oltre l’orizzonte le stelle infinite… Immaginate di avere tutto questo davanti agli occhi e poi, di colpo ‒ come per il gesto di un titano che tenesse l’universo nel suo palmo ‒ vedere la fine del Tutto, squarciato in due come un foglio di carta!» (le luci si intensificano e poi si spengono di colpo).