Il caso Schettino e la corsa alla lapidazione

Un tempo ci fu uno che disse “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Chiaramente nessuno di noi ha mai portato al naufragio un transatlantico né ha abbandonato la nave da comandante con i soccorsi in corso, perciò si potrebbe obiettare che il confronto è fuori luogo. Tuttavia neanche in quel gruppo di farisei con le pietre in mano c’era nessuno, probabilmente, che avesse mai commesso adulterio (reato punito con la lapidazione all’epoca), né Gesù si stava rivolgendo solo ai non-adulteri! e ciononostante lasciarono le pietre. Questo dovrebbe farci riflettere un pochino.

Anche oggi si osserva una vera e propria corsa alla lapidazione, seppur solo verbale: non è esagerato dire che la gente si azzuffa per accaparrarsi quella “prima pietra”! E tutto ciò è sicuramente amplificato dai media e da internet che rendono il mondo intero come un’unica enorme piazza del mercato dove ognuno può aprire bocca e sentirsi Giudice della Suprema Corte, o ‒ a seconda dell’indole ‒ contadino col forcone in mano. Su facebook, su twitter, sui commenti degli articoli dei giornali, sui blog… appena si scoprono i dettagli (spesso molto parziali) di qualche crimine (o presunto tale), ecco che tutti salgono in cattedra e danno lezioni a questo e a quello, pensando di saperne più di quelli informati sui fatti, dei giudici, dei magistrati, chiaramente senza approfondire la questione. E non c’è niente di più voluttuoso che dare addosso a chi poco prima aveva una posizione di prestigio. Forse qualcuno avrà già notato che appena si è stabilito che De Falco era un eroe, subito dopo è scattato in parecchia gente un meccanismo psicologico perverso che l’ha portata a scrivere dei commenti ‒ che non so se chiamare ingiuriosi o dementi ‒ in cui si accusa l’ufficiale della capitaneria di porto di essere un “eroe in poltrona”, di non essere andato lui in prima persona a soccorrere la gente sulla nave, e cose di questo tenore.

Ora non voglio proprio commentare il caso Schettino, se è colpevole lo appurerà l’inchiesta, e lo si saprà meglio tra qualche giorno. Voglio invece ricordare un caso eclatante di qualche tempo fa: quello di Strauss-Kahn, personaggio non certo edificante, ma che è stato messo letteralmente in ceppi e alla gogna davanti a tutto il mondo per un reato che semplicemente non sussisteva. È bastata una cameriera dal passato tutt’altro che limpido per renderlo colpevole di uno stupro, che in realtà era un rapporto consensuale dal quale la suddetta voleva trarre qualcosa di più. Ricordo ancora, nel giorno appena successivo al fatto, che nella trasmissione di Radio3 “Tutta la città ne parla” si stava procedendo al consueto “processo”, e tra gli ospiti telefonici c’era un professore amico di Strauss-Kahn che non credeva all’imputazione ma pensava decisamente ad una trappola in cui fosse caduto, ma il conduttore gli ha risposto incredulo su questo tono: “Davvero lei crede che tutte queste accuse gravissime (stupro, sequestro ecc.) siano infondate?”. Cioè dava praticamente per scontata la veridicità delle accuse, e tutta la trasmissione ‒ e non stiamo parlando di tv-spazzatura, ma di una radio tra le più serie ‒ era incentrata sul perché e per come un personaggio così importante avesse finito per stuprare una cameriera, ed anzi la notizia non era tanto lo stupro quanto che l’avessero arrestato nonostante fosse un personaggio potente (se non ricordo male la puntata era questa dal titolo comicamente significativo “Cosa ci insegna l’affaire Strauss-Kahn”). Certo, ogni tanto en passant si diceva “se tutto ciò fosse confermato”, però intanto si procedeva in linea retta con quell’ipotesi, né credo ci sia stata una puntata ‘riparatrice’ quando si è scoperta la verità (allora il titolo “Cosa ci insegna l’affaire Strauss-Kahn” avrebbe avuto un po’ più di senso…)

Purtroppo la colpa di tutto ciò non sembra neanche dei giornalisti, quanto del giornalismo in sé, che vincola inderogabilmente a commentare tutto “a caldo”. Quanto vale un giornale, non dico dell’anno scorso, ma dell’altro ieri? Ecco forse Schopenhauer non esagerava troppo, quando diceva che ai giornali di oggi dovremmo dedicare la stessa attenzione che gli dedicheremo dalla prossima settimana e per il resto dell’eternità: nessuna. Almeno nella maggior parte dei casi sarebbe il contraccettivo migliore.

D’altra parte commentare un fatto d’attualità, analizzarlo, discuterne, fa parte dell’indole umana, ed è pure una cosa positiva, ma condannare o giudicare superficialmente è forse la trappola più viscida e insidiosa in cui si possa cadere. Per cominciare, i giornalisti dovrebbero limitarsi alla fedele e nuda cronaca dei fatti, specificando sempre le fonti quando indirette, e senza inzupparli di giudizi che cavalcano l’onda dell’emozione.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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