È in scena questi giorni al teatro dell’Opera di Roma, l’operetta satirica di Leonard Bernstein, ispirata all’omonimo romanzo di Voltaire.
Complessivamente lo spettacolo può dirsi riuscito, la regia molto briosa di Lorenzo Mariani asseconda con verve e convinzione la musica e il libretto di Bernstein; convincente e dinamica anche la direzione di Wayne Marshall. Da lodare poi, sul piano della intelligibilità, sia la traduzione in italiano degli interventi narrativi, che rende facilmente comprensibile il testo; sia la presenza dei soprattitoli per le parti cantate in inglese. Si potrebbe discutere sulla volgarità o meno di certe scene forse un po’ troppo esplicite; d’altra parte neanche Voltaire ci va leggero, né la musica di Bernstein è immune da una certa burlesca lascivia.
Tra le voci la protagonista della serata, più che il tenore Michael Spyres (Candide), è stata senz’altro la soprano Jessica Pratt (già apprezzata interprete di Gilda a Caracalla), nel ruolo di Cunegonda; in particolare l’aria più difficile, Glitter and be gay, è quella che ha suscitato l’unico vero e sentito applauso a scena aperta. Nel resto dei numeri invece il pubblico è stato molto tiepido (applausi spesso strascicati o morti sul nascere).
D’altra parte quest’operetta di Bernstein, pur avendo un paio di belle melodie ed un’orchestrazione sempre abbastanza rifinita, non si può dire che trascini più di tanto: non c’è né il genio buffo di un Rossini, né la profondità drammatica o romantica di un Puccini.
Quanto alla tesi di Voltaire, cioè che non viviamo nel migliore dei mondi possibili (come invece sosteneva il sempre bastonato Leibniz), diciamo che, pur essendo condivisibile, non porta a risultati poetici molto alti, neanche nel romanzo.
Ultime repliche: 21-22-23 gennaio 2012.
