A fronte di un solo genocidio che oggi si ricorda, se ne dimenticano al contempo mille altri che nel passato e addirittura nel presente, a poche migliaia di chilometri da noi, ancora in questo istante probabilmente si perpetrano.
È giusto che ciascuno ricordi i propri familiari, ma finché ci si limita a questo non compie nulla di speciale, anche se si tratta del nonno morto ad Auschwitz. Molto più bello e significativo sarebbe mettere a frutto questa memoria per ricordare o prendere posizione contro le torture e i campi di concentramento in generale, soprattutto quelli attuali, cosa che purtroppo mi pare si limiti a qualche frase isolata. Sulla pagina ufficiale del giorno della memoria, Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, afferma: «il monito che la Shoah rappresenta è valido per tutta l’umanità, e da esso nasce l’imperativo: dobbiamo conoscere quel che è stato, perché non dobbiamo permettere che accada di nuovo».
Gattegna ricorda anche l’anniversario della scomparsa di Primo Levi. Benissimo, ma se oggi fosse vivo Primo Levi gli chiederei qualche spiegazione per quella sua famosa “poesia” in cui ci intima di ricordare giorno e notte ciò che è successo ad Auschwitz, altrimenti… «vi si sfaccia la casa/ la malattia vi impedisca/ i vostri nati torcano il viso da voi.»
A Primo Levi avrei chiesto: Tu che lanci queste maledizioni contro chi dimentica i tuoi morti, per caso ricordi giorno e notte il genocidio degli Armeni? I massacri degli Indios? Perché se non ricordi giorno e notte questi e tutti gli altri genocidi di cui c’è una testimonianza storica, allora c’è rischio che quella tua maledizione ti si ritorca contro. Mi si dirà che ha sofferto molto: Dostoevskij passò quattro anni ai lavori forzati in Siberia in una situazione del tutto comparabile con quella dei campi di concentramento, e tuttavia reagì in un modo mille volte più nobile. Se il risultato della sofferenza è mandare una maledizione, allora quella sofferenza è stata inutile.
Poi sempre Gattegna afferma: «oggi più di ieri dobbiamo prestare attenzione, operando per prevenire la deriva nazionalista e razzista di alcune frange della società, in Italia e all’estero».
Sono d’accordissimo. Però il signor Gattegna non si è mai accorto che tutta la tradizione ebraica si fonda su un testo ‒ grossomodo il “Vecchio Testamento” cristiano ‒ che dire nazionalista, intollerante e xenofobo è dire poco? Prendo per esempio un passo di Isaia (13, vv. 15-18) contro i Babilonesi:
Quanti saranno trovati, saranno trafitti,
quanti saranno presi, periranno di spada.
I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi;
saranno saccheggiate le loro case,
disonorate le loro mogli.
Ecco, io eccito contro di loro i Medi
che non pensano all’argento,
né si curano dell’oro.
Con i loro archi abbatteranno i giovani,
non avranno pietà dei piccoli appena nati,
i loro occhi non avranno pietà dei bambini.
Anche i nazisti non hanno avuto pietà dei bambini, se non ricordo male. E quest’altro passo va citato tutto per quanto fa accapponare la pelle:
Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. (Deuteronomio 7, vv. 1-5).
A onor del vero bisogna dire pure che nel Vecchio Testamento ci sono anche molti passi estremamente belli e poetici, come il Cantico dei cantici, Quoelet, la favola di Adamo ed Eva ecc; e bisogna anche aggiungere che oggi gli ebrei non lapidano più gli adulteri né mettono al rogo chi bestemmia, perché i passi dove sono prescritte cose di questo genere sono interpretati allegoricamente ‒ non mi chiedete in che modo, fatto sta che con l’escamotage dell’esegesi biblica, pietre e roghi sono stati messi da parte, per fortuna.
Ma allora lancio una proposta alla comunità ebraica: perché non leggete allegoricamente anche la circoncisione, e invece di segnare a vita e in modo irreversibile i vostri figli appena nati, non li lasciate scegliere da adulti, diciamo a 18 anni, se avere o no il marchio della religione ebraica? Non è una prevaricazione fisica e psicologica essere circoncisi alla nascita? In fondo la mia non è una semplice provocazione, perché basterebbe far leva su Geremia 9, 25, che ‒ prima dell’ebreo-fariseo-cristiano S. Paolo ‒ ha parlato di circoncisione del cuore. Come un giorno avete smesso di lapidare e bruciare sul rogo, potete anche abbandonare (o posticipare) la pratica della circoncisione pur mantenendo la vostra identità. Lo stesso dicasi per i matrimoni misti, che andrebbero favoriti invece che ostacolati (immagino su ciò vi siano posizioni differenti anche tra voi stessi).
È normale e auspicabile che le religioni cambino con i tempi, né si può predicare la tolleranza non predicandola al proprio interno. C’è un detto ‒ antico come le montagne ‒ che da sempre tutti i maestri spirituali hanno conosciuto: «Se vuoi cambiare il mondo comincia da te stesso».