In questi giorni Roma è insolitamente imbiancata da una leggera (neanche troppo) coltre di neve che ci mostra la città sotto un’ottica diversa, direi senz’altro un po’ ‘straniante’. Per esempio la strada che normalmente ci porta al lavoro e con la quale abbiamo un rapporto di utilità, si trasforma d’un tratto in un luogo dove pattinare o a giocare a palle di neve… cose che associamo inevitabilmente alla settimana bianca e a periodi di relax montanari, nonché alle feste natalizie. Inoltre la predominanza del bianco che per tradizione e istintivamente associamo all’idea di pulizia, di purezza, e di candore, si pone in netto ‒ e positivo ‒ contrasto col nero dell’asfalto a cui siamo da sempre abituati.
D’altra parte, come ci ricorda Schopenhauer, il mondo spesso è bello da vedersi ma non da viversi; perciò quello che può essere uno spettacolo superbo per l’occhio, può poi rivelarsi alla prova pratica assai meno gradevole: a causa della bellissima e candida neve si può rimanere imbottigliati nel traffico, intrappolati sul treno, si può scivolare e rompersi una gamba, fino a morire assiderati.
Comunque, a parte questi inconvenienti, soprattutto nel week-end lo spirito ludico dei romani ha reagito alla neve con un’euforia quasi sudamericana. Vi chiederete: cosa c’entra tutto questo con Dickens? Ecco, quando si è allegri e c’è la neve, come a Natale, si è tutti più buoni e… il nostro pensiero ‒ in letteratura ‒ non può andare che a Dickens, l’autore ‘buono’ per eccellenza, di cui oggi ricorre il bicentenario della nascita, e che nella neve ha ambientato la sua celeberrima Ballata di Natale, nella quale il cattivissimo Scrooge venuto a visitare da tre spiriti dell’oltretomba, apre gli occhi sulla sua tristissima vita fino ad implorare in ginocchio di poter vivere ancora un po’ per poter far del bene al prossimo.
In quest’ultimo periodo ho avuto modo di appassionarmi davvero molto a Dickens ‒ autore tra l’altro apprezzatissimo da Dostoevskij ‒ in particolare alle Avventure di Nicola Nickelby, che sto ascoltando nella esemplare lettura di Silvia Cecchini, disponibile sull’altrettanto meritorio sito LiberLiber. Il romanzo racconta le vicissitudini di questo ragazzo, Nicola Nickelby, e della sua famiglia (la sorella e sua madre), che alla morte del padre si ritrovano sul lastrico e costretti ad affidarsi ad uno zio ricco ma cattivissimo, Rodolfo Nickelby, che gli darà non poco filo da torcere. Il romanzo è ricchissimo di avventure ed ogni personaggio è scolpito con magistrale finezza introspettiva ‒ Dickens ha una penna penetrante ma mai cattiva, il suo realismo sfocia spesso in gustosissime scene di carattere comico-grottesco, ma non rinuncia mai ad una tensione drammatica che pervade tutta la storia.
A monte della sua scrittura c’è sempre un’idea di bontà e umanità che si manifesta in personaggi di gran cuore ‒ come Nicola e la sorella Caterina, o il notevolissimo Newman Noggs servitore-schiavo di Rodolfo, che sotto una scorza rude e apparentemente indifferente a tutto prende invece a cuore le sorti di Nicola e della sorella senza nessun fine personale; oppure la sensibile signora La Creevy, la quale «finché le particolari disgrazie della famiglia Nickleby non avevano attirata la sua attenzione, s’era mantenuta senza amici, benché traboccante di sentimenti amichevoli per tutta l’umanità». Ma quest’idea di bontà e umanità raggiunge il suo apice proprio in certi personaggi cattivissimi ‒ come l’istitutore-tanghero Mr. Squeers o lo stesso Rodolfo e i suoi amici baronetti, molestatori di Caterina ‒ che vediamo tratteggiati fin nei minimi dettagli, così squallidi da risultare perfino comici, e che talvolta sono costretti a ravvedersi quasi contro se stessi.
Ecco, Dickens ha la straordinaria capacità di gettare dei semi di speranza in un mondo pieno di disgrazie e di aguzzini: per questo oggi tutto il mondo della cultura lo ringrazia e gli rende omaggio.
