Premetto che sono già sei anni che non ho il televisore, ed ho già espresso altrove tutto il mio disprezzo per questo mezzo che ottunde il cervello. Ad ogni modo ho visto su youtube un frammento del monologo di Celentano, e mi ha dato modo di far qualche riflessione.
In genere quando una persona comune parla in pubblico, soprattutto di fronte a tanta gente, sta sempre attenta a rispettare certe regole per essere “politically correct”, sa che certe cose non le può dire e per sicurezza non le dice: così ‒ a meno che non sia una persona di grande spessore ‒ finisce col mettere da parte quello che realmente pensa, e si adegua al pensiero comune, dicendo quello che chiunque avrebbe potuto dire al posto suo. Ne risultano solitamente discorsi banalissimi, privi di carattere e di nessun interesse. D’altra parte è indiscutibile che uno come Celentano, dicendo pure un sacco di sciocchezze e faccendo discorsi superficiali o confusi, ciononostante attira sempre un’attenzione enorme: perché? Semplice, il suo punto di forza è la schiettezza. Lui dice quello che pensa e, giusto o sbagliato che sia, ci crede. Non è facile trovare persone così.
Mi ha colpito in particolare l’accenno alla morte: l’invito a pensare alla vita prendendo la morte come punto di riferimento non è affatto una considerazione sciocca ‒ certo neanche originale, ma oggi senz’altro controtendenza. La prima cosa che mi viene in mente è la scena-clou del Cantico di Natale di Dickens, quando il cattivissimo Scrooge viene messo in ginocchio dal terzo spirito che lo porta nel futuro e gli indica con severità la propria lapide. Le parole di Dickens sono così eloquenti che vale la pena rileggerle:
Scrooge si trascinò a quella volta, tremando; e seguendo il dito, lesse sulla pietra della tomba negletta il proprio nome: EBENEZER SCROOGE.‒ Son io, io quell’uomo che giaceva sul letto? ‒ gridò cadendo in ginocchio.Il dito accennò dalla tomba a lui e da lui alla tomba.‒ No, Spirito! Oh no, no! ‒Il dito non si muoveva.
È proprio qui che la disperazione di Scrooge raggiunge il suo apice portando al punto di svolta:
‒ Spirito! ‒ gridò egli abbracciandosi alla sua veste, ‒ ascoltami! Io non son più lo stesso uomo di prima. Io non sarò l’uomo che sarei stato, se non t’avessi seguito. Perché mostrarmi tutto questo, se per me non c’è più speranza? ‒
Celentano ha poi accennato, da credente, alla morte come primo passo verso una nuova condizione. Ora, sospendendo il giudizio sul crederci o non crederci, la suggestione ‒ se non altro poetica ‒ di questa fede è innegabilmente potente, e una delle trasposizioni letterarie più belle l’ha data forse Tolstoj in Morte di Ivan Il’ic da cui riporto le ultime frasi:
Cercò la sua solita paura della morte, la paura di un tempo e non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non c’era nessuna paura perché non c’era nemmeno la morte.Al posto della morte c’era la luce.[…]‒ È finita! ‒ disse qualcuno sopra di lui.Egli udì queste parole e le ripeté nella sua anima. “È finita la morte” si disse. “Non esiste più”.Inspirò l’aria dentro di sé, si fermò a metà respiro, si allungò, e morì.
(trad. di Igor Sinibaldi, Mondadori).
Si potrebbero citare molti altri esempi, ma mi limito a questi due. Tornando a Celentano, quello che colpisce è quanto però fosse fuori contesto un discorso di questo genere fatto sul quel palco! È chiaro che chi guarda Sanremo non va lì per ascoltare un discorso edificante! E poi un tema così importante non lo si può buttare via con quattro parole, e a persone che ‒ proprio perché ti stanno ascoltando in quel contesto ‒ dimostrano di non volerne sapere di cose ‘profonde’; o perlomeno di non volerne sapere in quel momento. Se Celentano volesse fare un discorso serio dovrebbe cercare ben altre forme e luoghi: per esempio scrivere un libro o recitare in teatro (in un teatro vero intendo, e con un testo serio). A quel punto temo però che si renderebbero manifesti tutti i limiti di una persona troppo rozza e incolta per saper sviluppare un discorso coerente e organico, o trarne qualcosa di artisticamente rilevante. Come invece hanno saputo fare scrittori come Dickens o Tolstoj; o i più grandi filosofi, se cerchiamo ragionamenti ancora più sistematici.
PS: Celentano ha pure dato dell’«idiota che scrive idiozie» ad Aldo Grasso… leggendo la replica di quest’ultimo, ritrovo un giornalista che da non so quanti anni dice che la televisione fa schifo, e poi per mestiere continua a guardarla e a commentarla tutti i giorni… se non è idiotismo il suo, certo è masochismo puro. Sono d’accordo con un anonimo che gli ha lasciato scritto tra i commenti anche questo: «Ma cos’è? Un articolo il suo?»