L’ultima sonata

Ecco il secondo racconto (il primo è nel post precedente). Buona lettura.
Domani mi suicido”, questo era il pensiero fisso che da qualche tempo rimbombava sempre più forte nella mia testa.
Due delusioni amorose, una dietro l’altra, diversi insuccessi nello studio, la conseguente sfiducia in me stesso e nel talento che un tempo pensavo di avere: tutto ciò mi invitava ad abbandonare l’esistenza. Vedevo la morte come l’unica soluzione possibile ai miei problemi, l’unica speranza di trovare la pace che il mondo mi rifiutava. E a quest’idea mi aggrappavo, forse proprio per non morire.
Scrivo queste righe non per darle in pasto a qualche sconosciuto, né per lasciarle in eredità a qualche figlio, che peraltro non voglio avere (Dio me ne scampi!), ma soltanto a mio uso personale, per fissare dentro di me ciò che avvenne in quel periodo. Ma adesso andiamo con ordine.
A quel tempo ‒ non molto tempo fa, del resto… anche se pochi anni sembrano millenni quando passi dal periodo in cui lotti per trovare la tua via, a quello in cui l’haitrovata ‒ a quel tempo, dicevo, studiavo filosofia e per caso mi trovai ad abitare in affitto con una ragazza.
Lei studiava lettere, ma soprattutto suonava il pianoforte: suonava divinamente il pianoforte, da bambina aveva vinto diversi premi, e dopo il diploma si era iscritta all’università per completare la sua formazione.
Lei era molto riservata e aveva pochissimi amici, per cui non usciva quasi mai, e spesso capitava che cenavamo assieme. Discutevamo molto di musica ed era riuscita a fare appassionare anche me alla “classica” (odiosa etichetta, soprattutto oggi), mentre prima ascoltavo per lo più quello che mi veniva propinato alla radio o in televisione. All’inizio lei era per me una ragazza come le altre, poi divenne un’amica e pian piano crebbe tra noi un’intesa spirituale sempre più forte. Anch’io all’epoca ero abbastanza solo ‒ dai miei vecchi amici d’infanzia mi sentivo sempre più lontano ‒ e nel giro di un mesetto o due, senza che facesse nulla per sedurmi, me ne innamorai perdutamente.
Sarebbe riduttivo o fuorviante dire che era molto bella. L’aspetto esteriore non dava nell’occhio, era semplicemente una ragazza graziosa: ma la sua figura delicata, unita a quella voce così calda e profonda ‒ piena di intelligenza e sensibilità ‒ creava un incantesimo di bellezza che non passava inosservato a chiunque avesse gli occhi per vederlo.
Ma per Marta esisteva solo il pianoforte, e a me non ci pensava proprio. Quello che a me sembrava un legame profondo e indispensabile, per lei rimaneva un’amicizia abbastanza distaccata e accessoria.

Non so se fossi un fesso o un sognatore, fatto sta che continuai ad alimentare questa passione pur nell’impossibilità di esserne corrisposto. Ma ogni goccia del mio sangue sembrava rinfacciarmelo impietosamente. Non a torto, un famoso evoluzionista ha detto che, dal punto di vista biologico, siamo solo delle «macchine per riprodurre i nostri geni»: la natura non ci porta alla felicità, ma usala felicità come amo ‒ e l’infelicità come sprone ‒ per ottenere i suoi scopi. E a ventidue anni è facile essere preda della natura.

Io ne ero rimasto talmente invischiato, che da un certo punto in poi iniziai ad affrontare il domani aggrappandomi all’idea del suicidio, e non passava giorno che non ragionassi dentro di me con qualche filosofo o poeta, valutandone i pro e i contro.
«Essere, o non essere… è più nobile soffrire le fiondate e i dardi dell’oltraggiosa Fortuna, o impugnare un coltello contro un mare di guai, e gettandovisi sopra por fine ad essi?… Morire ‒ dormire… Forse sognare! ecco l’intoppo: quali sogni possano venire nel sonno della morte, questo è il riguardo che deve farci riflettere.»
Caro Shakespeare ‒ mi dicevo, ‒ il tuo ragionamento è convincente, ma solo fin quando non arrivi ai motivi per non osare. Dovrei avere paura dell’aldilà? Se è questo l’unico contrappeso da mettere sull’altro piatto della bilancia, allora il tuo è proprio un invito al suicidio”.
La condanna della Chiesa mi pareva fin troppo risibile. Hume aveva già detto tutto quello che c’era da dire, a riguardo, nel suo saggio Sul suicidio: se la Provvidenza esiste quando mi casca una tegola in testa, allora esiste anche quando mi getto su un pugnale; se non esiste, amen.
Mentre io m’incupivo con questi pensieri, lei nella sua stanza suonava Chopin, il suo autore preferito. La stanza di Marta era insonorizzata, però se accostavo l’orecchio alla parete, proprio quella a fianco del mio letto, potevo sentirla nitidamente.
In quel periodo si stava esercitando per partecipare a un concorso di pianoforte. Portava laSonata in Si bemolle minore, quella con la celebre marcia funebre, e poi alcuni Notturni, anch’essi di Chopin.
Sapevo che ci teneva moltissimo, puntava a vincere, o almeno a classificarsi seconda. Intanto perché voleva dimostrare, agli altri e a se stessa, di avere compreso quei pezzi fin nelle minime sfumature. E poi perché ai primi due classificati veniva assicurato un contratto per una serie di concerti e l’accesso al prestigioso Premio Chopin di Varsavia: quel contratto significava l’indipendenza economica, e per lei che aveva il cruccio di essere ancora a carico della famiglia, che non era agiata, sarebbe stato un enorme sollievo.
Spesso, dalla mia stanza, la ascoltavo mentre si esercitava, poi la sera a cena parlavamo e quella sintonia ravvivava speranze impossibili, che puntualmente si dissolvevano con la notte; così la mattina mi incamminavo verso l’università con il morale sotto i tacchi (la vicinanza con l’oggetto amato ‒ donna o uomo che sia ‒ è terribile in questi casi).
Di esami in facoltà neanche l’ombra, proprio non ci riuscivo a imparare a memoria tutte quelle cose scritte da altri. Lei, d’altra parte, era irraggiungibile, e mi sembrava come se mi fosse preclusa ogni via. Così passavo molte ore al giorno camminando per la città, o sdraiato sul letto, fissando le pale del ventilatore sul soffitto.
L’argomento di Schopenhauer, secondo cui suicidarsi non sarebbe una vera e propria negazione della volontà di vivere, mi sembrava troppo tenue. Secondo Schopenhauer la negazione della volontà di vivere consiste nella rinuncia ai piaceri, mentre il suicida è uno che vorrebbe vivere ma non ce la fa a sopportare i dolori della sua condizione. “Questo è vero solo in parte ‒ mi dicevo, ‒ perché nella ‘vita’ è incluso sia il piacere che il dolore, e il suicida rinuncia a tutto. Più rinuncia di questa…!
Seneca non c’era bisogno di confutarlo perché era favorevole al suicidio, almeno in caso di necessità. La mia era una necessità? Questo non mi era ancora chiaro.
E soprattutto: avrei avuto il coraggio di andare incontro al suolo con la voglia di sfracellarmi? “No, decisamente no”, mi dicevo. “Allora un colpo di pistola e buonanotte. Ma tutto quel sangue… No, forse meglio un veleno, chissà se la vendono ancora la cicuta?” Da qui iniziavo a perdermi in varie e vane fantasticherie sulle eventuali “conseguenze”: pensavo a quanto se ne sarebbe dispiaciuta Marta, cosa avrebbero detto i miei conoscenti, chi sarebbe venuto al mio funerale, eccetera eccetera… insomma le solite cose.
Intanto, dall’altra parte della parete Marta macinava note su note, progredendo sempre di più nella sua arte. Si sarebbe potuto pensare che quella Marcia funebremi invitasse all’estremo gesto: al contrario, ogni volta che la ascoltavo ne rimanevo consolato, e dissipava perfino le nebbie più cupe.
All’improvviso venne l’estate, e con essa la settimana del concorso.
Nei primi giorni di selezione, dopo aver ascoltato i pianisti prima di lei, mi confessò:
Non sopporto quelli che dicono “Io lo sento così”, e travisano completamente lo spartito. Per non parlare di quelli che suonano solo per mettersi in mostra e senza capire nulla di ciò che suonano. Quel Testoni è un cane, non ho mai sentito suonare Chopin così volgarmente! Ha successo solo perché segue la moda, getta fumo negli occhi col volume e la velocità… solo in quello ha talento!
Quanto a lei, suonò come era solita, e passò in finale senza difficoltà apparenti. La sera però mi disse che aveva avuto un piccolo diverbio con il Presidente della giuria, un personaggio ambiguo, molto influente nel campo della critica musicale, ma del tutto mediocre sia come persona che come musicista. Proprio di quella mediocrità Marta aveva paura. Si lamentava che diversi maestri del conservatorio (tra cui quello), mentre da bambina l’avevano trattata come un prodigio, ora non la consideravano che con sufficienza:
Quasi dovessi scontare i premi che mi diedero da bambina! ‒ mi disse. ‒ Mi premiavano dall’alto in basso, come una concessione, mentre ora che suono meglio di loro non vogliono riconoscermi!
Mi si scioglieva il cuore a sentirla, tanto più che, in qualche senso, mi ritrovavonelle sue parole, avendo anch’io notatoun certo marciume nel mondo accademico, le cui autorità si fondavano più spesso sulle “amicizie” che sul valore.In fondo l’università non è diversa dal resto del mondo: c’è del buono e del cattivo come dappertutto, ma ciò che lì c’è di cattivo,dà più fastidio, proprio perché ci si aspetterebbe un ambiente diverso.
Sarebbe bello gettarsi alle spalle tutto questo, una volta per sempre ‒ dissi io, allusivamente.
Sì, terribilmente bello ‒ mi rispose lei, con uno sguardo strano.
Assistetti alla sua prova finale: ne rimasi infiammato.Quasi a fare un dispetto a certe mode correnti, piene di retorica e di effettacci, lei suonò in maniera estremamente intima e delicata, ma senza leziosaggini, e privilegiando il “canto” all’armonia; soprattutto il secondo Notturno‒ che portava in comune con Testoni ‒ lo suonò tutto all’opposto del rivale.
La sera, mentre tornavamo a casa, la riempii di complimenti. Preso dall’entusiasmo, volevo finalmente dichiararmi ‒ anche sapendo di andare incontro a un rifiuto certo ‒, ma il tragitto fu troppo breve per superare i miei tentennamenti, e una volta arrivati lei andò subito a dormire dicendo di essere stanchissima. La mattina seguente dovetti andare all’università per non ricordo quale impegno improrogabile,ma il pomeriggio ripresi coraggio e tornai a cercarla.
Marta, ci sei? Vorrei parlarti… ‒ dissi bussando alla sua porta.
Nessuna risposta.
Forse dorme”, pensai da principio, ma dopo un paio d’ore incominciai a insospettirmi: non era da lei stare in camera senza suonare per così tanto tempo. Bussai di nuovo, ma senza risposta. Bussai più forte, con lo stesso esito. Dalla fessura tra la porta e lo stipite vidi che la serratura non era chiusa a chiave e decisi di entrare.
Aprendo la porta, la trovai impiccata con un lenzuolo alle pale del ventilatore.
Rimasi senza fiato, dovetti appoggiarmi a un mobile per non cadere.
Sul tavolo c’era una lettera aperta: «Primo premio: Testoni. Secondo premio: non assegnato». Perfino l’umiliazione di essere considerata indegna del Testoni!

Vennero la polizia, e poi i giornalisti; ricordo una gran confusione. Ma il mio cervello era rimasto fermo a quell’istante in cui mi ero trovato di fronte al suo corpo, sollevato da terra in maniera così innaturale. Rivedevo quelle mani che erano state capaci, soltanto poche ore prima, di così impervie magie,e che ora giacevano fredde e rigide lungo il cadavere. “Tutta quella vita corsa via come la sabbia di una clessidra spezzata”, pensai.

Provai rabbiacontro di me, che il giorno prima mi ero lasciato sfuggire ‒ per sciocca autocommiserazione, ora lo capivo ‒ quella frase oziosa. Ma rabbia anche contro di lei, che non avrebbe dovuto arrendersi: “Avevi il talento ‒ le avrei voluto gridare ‒ e prima o poi, se non i parrucconi del conservatorio, qualcuno l’avrebbe riconosciuto! Tuttele persone oneste l’avrebbero riconosciuto…! Dovevilottare, lottare! Lottare!”.
Quella disgrazia ebbe però la forza di imprimere un impulso del tutto nuovo e inaspettato alla mia vita. Quando una pallina in piena velocità ne urta un’altra uguale ma in quiete, la prima si ferma e la seconda acquista la velocità della prima: allo stesso modo sentii come se l’energia presente in lei si fosse trasferita in me, e un solenne patto invisibile avesse sancito che dovevo riscattare la sua morte.
L’amore che provavo per lei si trasformò in qualcosa di completamente diverso. Si trasformò in una irremovibile determinazione a vendere cara la pelle, unita alla piena consapevolezza che, per mettere a frutto il proprio talento, bisogna combattere fino all’ultimo sangue. Come lessi, alcuni mesi dopo, in una lettera di Ibsen: «Il talento non è un privilegio, è una responsabilità».
E per morire c’è sempre tempo.

Dopo di allora abbandonai l’università, dove mi sentivo ingabbiato, e cercai di agire in modo più coraggioso e personale, seguendo me stesso e non la maggioranza. Ma questa è storia di oggi, e solo il futuro potrà dire se riuscirò nel mio intento.
(C) Marco Pizzi

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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