E dopo La nuova coinquilina e L’ultima sonata, ecco anche il terzo racconto, buona lettura.
Come diceva quel filosofo… «il mondo è una gabbia di matti!». Veramente non ci sono parole per descrivere quello che mi è capitato in questa casa. All’inizio sembravano normali, un po’ stravaganti forse ‒ ma chi non lo è sotto qualche aspetto? ci mancherebbe… ‒ però in tre mesi hanno messo da parte ogni remora, mostrando la loro natura davvero oltre il limite del sopportabile… che roba!
La mia camera è esattamente al centro dei due fuochi. Nella stanza dal lato del mio letto abita una specie di scrittore-scultore-performer… lui si definisce “artista della neo-post-avanguardia”. Concedo pure che sia un performer(anche perché non significa niente), ma di certo non è né uno scrittore né uno scultore né tanto meno un artista… è un artistoide altro che artista e artista!
Si chiama Roberto, ma si fa chiamare “Ro” perché odia la ridondanza e sostiene che “ove non ci sia possibilità di fraintendimento” deve essere chiamato solo e soltanto “Ro”: guai a chi aggiunge una sola lettera, se lo chiami Roberto è capace di prenderti a schiaffi!
Nell’altra stanza, quella dal lato del mio armadio, c’è invece Alberico: un “poeta”. Anche lui guarda al futuro, ma in un modo decisamente opposto a Ro: lui infatti adorala ridondanza, non per niente è un fan sfegatato di D’Annunzio. Se Ro si esprime in genere per monosillabi o con muti cenni del capo (che bisogna sforzarsi parecchio per capirlo!), Alberico, invece, anche per dire che ha fame inizia a descrivere le rive dell’Elicona, quella tal pittura del Tintoretto, i palazzi di Venezia, citando en passant Goethe, Byron, Dante e quant’altro…
Chiaramente, se poco poco si incontrano, iniziano a sfrigolare peggio dell’acqua sull’olio bollente.
Certi giorni Ro mette a tutto volume Marylin Manson, e Alberico, che ha un impianto stereo di potenza doppia, risponde con la Cavalcata delle Valchirie a un volume così alto da far tremare tutto il palazzo: la prima volta ho temuto che mi sarebbe piombata in camera Brunilde in persona! Insomma potete immaginare in che casa vivo.
Alberico dal mese scorso è entrato in una sorta di crisi esistenziale: va in giro di notte per le vie del Pigneto declamando con un megafono le Laudi di D’Annunzio. La polizia lo ha già arrestato due volte, ma lui non si darà per vinto, ne sono certo. Alcuni amici miei l’hanno visto un paio di sere fa in una famosa enoteca su via del Pigneto, che beveva e dava lezioni di greco non richieste ai clienti del locale. Ormai lo conosce tutta Roma.
Se devo proprio dirlo, Alberico non mi sta neanche tanto antipatico, anzi mi fa un po’ tenerezza. Un giorno ho avuto la malsana idea di portarlo in un locale a Trastevere dove fanno musica dal vivo (così, per fargli sperimentare un po’ di vita giovanile…) A un certo punto salta in piedi su un tavolo gridando: ‒ O voi neoprimitivi che cantate in una lingua barbara le vostre balbuzienti e rudimentali prosodie! O voi che vi agitate con novelli scellerati brutali riti dionisiaci, o voi Violentatori di Euterpe, Stupratori di Tersicore… attraverso di voi un nuovo profeta solcherà il vasto Oceano dell’Arte, perché l’Arte viene dal popolo incolto… ‒ La musica allora si interrompe e tutti lo guardano allibiti; lui, indicando un ragazzotto che fino a un attimo prima stava “pogando” con più foga di tutti, gli dice: ‒ Sì, anche da te, bovaro borchiato vestito di nero, un giorno proromperà nuova vita…
Va da sé che dovetti trascinarlo via per evitargli un linciaggio.
La scorsa settimana Ro ci ha annunciato l’imminente inaugurazione dell’esposizione dei suoi nuovi cessi. Sì sì, ho detto “cessi”, e non per denigrarlo, ma perché lui scolpisce proprio dei cessi. Ma non dei normali cessi, bensì dei cessi con delle scritte che secondo lui le rendono opere artistiche. Per esempio, su quello che diede inizio a tutta la serie c’era inciso “Il mondo è un cesso”; poi, inseguendo la sua lotta alla ridondanza, appose scritte via via sempre più stringate, come “Il mondo è cesso” e poi “Mondo = Cesso” (di quest’opera andava particolarmente orgoglioso in quanto pretendeva di aver unito scrittura, poesia, scultura, e matematica in una sintesi mai raggiunta prima nella storia dell’arte occidentale).
Da chi lo accusa di volgarità si difende ricordando che la parola “cesso” deriva per aferesi dal latino necessarium, un’abbreviazione di ben sei lettere che egli considera una delle più profonde allegorie della civiltà moderna.
A chi critica la sua arte dicendo che fa acqua da tutte le parti, risponde che ne è assai consapevole e anzi se ne vanta; a chi invece lo taccia di essere privo di idee, non risponde che con uno sdegnoso silenzio.
E allo stesso modo nega ogni risposta a chi più volgarmente gli dice che «i suoi cessi fanno cagare» (ho usato le virgolette basse perché, oltre a essere una citazione bassa, sono testuali parole di un altro: non mi permetterei mai di scrivere una tale volgarità da me medesimo; ho anche cercato «cagare» sul dizionario dei sinonimi ma non ho trovato un termine altrettanto pregnante).
A casa nostra io mi sono sempre astenuto da ogni commento, ma basta un niente perché mi ritrovi in mezzo a una guerra: appena Ro si azzarda a sostenere che i suoi cessi sono opere d’arte, Alberico gli controbatte chiasmicamente che sono le sue opere d’artea essere dei cessi. Poi si accapigliano e devo separarli.
Ma la cosa più imbarazzante è successa l’altra settimana a San Lorenzo, all’inaugurazione della mostra di Ro. Oltre ai suoi vecchi cessi, Ro ne presentava altri due che considerava “quasi un punto d’arrivo” del suo percorso artistico. Si vergognava persino a esibirli, sosteneva che rivelassero “troppo” della sua personalità e se ne sentiva come imbarazzato.
Il primo era un cesso con su scritto soltanto “Cesso” ‒ talvolta si commuoveva nel guardarlo, davvero in quella sintesi suprema gli sembrava di aver colto “l’essenza dell’essenza”, tutto l’infinito in una parola.
Ma il secondo lo considerava proprio il suo capolavoro insuperabile. Egli stesso diceva che forse aveva “osato troppo”. Ad alcuni amici aveva persino confessato che “oltre quel punto non si poteva andare”. Prima di mostracelo, si esibì nella lettura di una poesia senza parole (una delle sue performance preferite, dura nove minuti e sei secondi… interminabilmente noiosa). Poi sollevò il telo e potemmo ammirare il suo capolavoro.
Era un cesso con su scritto… niente! Un cesso senza scritte, un’idea rivoluzionaria. Si stupiva di come la televisione non fosse venuta a riprenderlo (ma su questo punto il suo agente lo rassicurava, perché aveva già preso contatti con diversi giornalisti e qualcosa ne sarebbe venuto fuori, necessariamente).
La mostra, comunque, stava avendo un discreto successo (dico sul serio, non per fare sterili giochi di parole). Molti visitatori infatti, tra un cocktail e l’altro, si fermavano davanti alle sue opere assorti in un pensieroso silenzio, trovandole “molto profonde”, “non banali” e persino “foriere di grandi messaggi”.
Era insomma già l’una di notte passata e tutto sembrava volgere tranquillamente al termine, quando all’improvviso, proprio vicino al capolavoro di Ro, si udì un forte strepito e una voce a me ben nota che gridava stentorea:
‒ Anche da un volgar vaso defecatorio si può raggiungere l’Infinito!
‒ Attento, è un’opera d’arte! ‒ lo avvertì uno del pubblico.
‒ E dove sta scritto? ‒ rispose Alberico, con sottile ironia.
Vedendo che saliva sul water, corsi immediatamente nell’altra sala per avvertire Ro:
‒ Roberto, ‒ gli dissi, ‒ c’è Alberico su un tuo ces‒!
Non l’avessi mai fatto! Ro mi prese per il bavero e iniziò a schiaffeggiarmi perché l’avevo chiamato per esteso… io mi giustificai dicendogli che lì vicino c’era uno che si chiamava Rocco e che tutti chiamavano Ro, per cui ero autorizzato a specificare: non era vero ma fortunatamente ci credette e, lasciatomi il bavero, corse a difendere le sue creazioni.
Vedendo Alberico, mezzo ubriaco e in piedi a recitare una lirica del Vate sul suo cesso senza scritte, Ro fu preso da sgomento isterico:
‒ Non vedi…? ‒ esclamò gesticolando, tutto paonazzo in volto.
‒ Cosa, di grazia? ‒ rispose Alberico, con la massima calma, e pretendendo che Ro esplicitasse il suo complemento oggetto.
Ma Ro, sempre più soffocato dalla rabbia, continuava a gesticolare non volendo esplicitare alcunché.
‒ Adunque? ‒ lo incalzò Alberico con aria di sfida.
Con voce stridula e al colmo dell’esasperazione Ro sbottò:
‒ È il mio cesso!
Allora Alberico, di fronte a tutti ‒ ce l’ho ancora davanti agli occhi ‒, s’è tirato giù la zip, dichiarando solennemente:
‒ E io ci piscio dentro.
La mia camera è esattamente al centro dei due fuochi. Nella stanza dal lato del mio letto abita una specie di scrittore-scultore-performer… lui si definisce “artista della neo-post-avanguardia”. Concedo pure che sia un performer(anche perché non significa niente), ma di certo non è né uno scrittore né uno scultore né tanto meno un artista… è un artistoide altro che artista e artista!
Si chiama Roberto, ma si fa chiamare “Ro” perché odia la ridondanza e sostiene che “ove non ci sia possibilità di fraintendimento” deve essere chiamato solo e soltanto “Ro”: guai a chi aggiunge una sola lettera, se lo chiami Roberto è capace di prenderti a schiaffi!
Nell’altra stanza, quella dal lato del mio armadio, c’è invece Alberico: un “poeta”. Anche lui guarda al futuro, ma in un modo decisamente opposto a Ro: lui infatti adorala ridondanza, non per niente è un fan sfegatato di D’Annunzio. Se Ro si esprime in genere per monosillabi o con muti cenni del capo (che bisogna sforzarsi parecchio per capirlo!), Alberico, invece, anche per dire che ha fame inizia a descrivere le rive dell’Elicona, quella tal pittura del Tintoretto, i palazzi di Venezia, citando en passant Goethe, Byron, Dante e quant’altro…
Chiaramente, se poco poco si incontrano, iniziano a sfrigolare peggio dell’acqua sull’olio bollente.
Certi giorni Ro mette a tutto volume Marylin Manson, e Alberico, che ha un impianto stereo di potenza doppia, risponde con la Cavalcata delle Valchirie a un volume così alto da far tremare tutto il palazzo: la prima volta ho temuto che mi sarebbe piombata in camera Brunilde in persona! Insomma potete immaginare in che casa vivo.
Alberico dal mese scorso è entrato in una sorta di crisi esistenziale: va in giro di notte per le vie del Pigneto declamando con un megafono le Laudi di D’Annunzio. La polizia lo ha già arrestato due volte, ma lui non si darà per vinto, ne sono certo. Alcuni amici miei l’hanno visto un paio di sere fa in una famosa enoteca su via del Pigneto, che beveva e dava lezioni di greco non richieste ai clienti del locale. Ormai lo conosce tutta Roma.
Se devo proprio dirlo, Alberico non mi sta neanche tanto antipatico, anzi mi fa un po’ tenerezza. Un giorno ho avuto la malsana idea di portarlo in un locale a Trastevere dove fanno musica dal vivo (così, per fargli sperimentare un po’ di vita giovanile…) A un certo punto salta in piedi su un tavolo gridando: ‒ O voi neoprimitivi che cantate in una lingua barbara le vostre balbuzienti e rudimentali prosodie! O voi che vi agitate con novelli scellerati brutali riti dionisiaci, o voi Violentatori di Euterpe, Stupratori di Tersicore… attraverso di voi un nuovo profeta solcherà il vasto Oceano dell’Arte, perché l’Arte viene dal popolo incolto… ‒ La musica allora si interrompe e tutti lo guardano allibiti; lui, indicando un ragazzotto che fino a un attimo prima stava “pogando” con più foga di tutti, gli dice: ‒ Sì, anche da te, bovaro borchiato vestito di nero, un giorno proromperà nuova vita…
Va da sé che dovetti trascinarlo via per evitargli un linciaggio.
La scorsa settimana Ro ci ha annunciato l’imminente inaugurazione dell’esposizione dei suoi nuovi cessi. Sì sì, ho detto “cessi”, e non per denigrarlo, ma perché lui scolpisce proprio dei cessi. Ma non dei normali cessi, bensì dei cessi con delle scritte che secondo lui le rendono opere artistiche. Per esempio, su quello che diede inizio a tutta la serie c’era inciso “Il mondo è un cesso”; poi, inseguendo la sua lotta alla ridondanza, appose scritte via via sempre più stringate, come “Il mondo è cesso” e poi “Mondo = Cesso” (di quest’opera andava particolarmente orgoglioso in quanto pretendeva di aver unito scrittura, poesia, scultura, e matematica in una sintesi mai raggiunta prima nella storia dell’arte occidentale).
Da chi lo accusa di volgarità si difende ricordando che la parola “cesso” deriva per aferesi dal latino necessarium, un’abbreviazione di ben sei lettere che egli considera una delle più profonde allegorie della civiltà moderna.
A chi critica la sua arte dicendo che fa acqua da tutte le parti, risponde che ne è assai consapevole e anzi se ne vanta; a chi invece lo taccia di essere privo di idee, non risponde che con uno sdegnoso silenzio.
E allo stesso modo nega ogni risposta a chi più volgarmente gli dice che «i suoi cessi fanno cagare» (ho usato le virgolette basse perché, oltre a essere una citazione bassa, sono testuali parole di un altro: non mi permetterei mai di scrivere una tale volgarità da me medesimo; ho anche cercato «cagare» sul dizionario dei sinonimi ma non ho trovato un termine altrettanto pregnante).
A casa nostra io mi sono sempre astenuto da ogni commento, ma basta un niente perché mi ritrovi in mezzo a una guerra: appena Ro si azzarda a sostenere che i suoi cessi sono opere d’arte, Alberico gli controbatte chiasmicamente che sono le sue opere d’artea essere dei cessi. Poi si accapigliano e devo separarli.
Ma la cosa più imbarazzante è successa l’altra settimana a San Lorenzo, all’inaugurazione della mostra di Ro. Oltre ai suoi vecchi cessi, Ro ne presentava altri due che considerava “quasi un punto d’arrivo” del suo percorso artistico. Si vergognava persino a esibirli, sosteneva che rivelassero “troppo” della sua personalità e se ne sentiva come imbarazzato.
Il primo era un cesso con su scritto soltanto “Cesso” ‒ talvolta si commuoveva nel guardarlo, davvero in quella sintesi suprema gli sembrava di aver colto “l’essenza dell’essenza”, tutto l’infinito in una parola.
Ma il secondo lo considerava proprio il suo capolavoro insuperabile. Egli stesso diceva che forse aveva “osato troppo”. Ad alcuni amici aveva persino confessato che “oltre quel punto non si poteva andare”. Prima di mostracelo, si esibì nella lettura di una poesia senza parole (una delle sue performance preferite, dura nove minuti e sei secondi… interminabilmente noiosa). Poi sollevò il telo e potemmo ammirare il suo capolavoro.
Era un cesso con su scritto… niente! Un cesso senza scritte, un’idea rivoluzionaria. Si stupiva di come la televisione non fosse venuta a riprenderlo (ma su questo punto il suo agente lo rassicurava, perché aveva già preso contatti con diversi giornalisti e qualcosa ne sarebbe venuto fuori, necessariamente).
La mostra, comunque, stava avendo un discreto successo (dico sul serio, non per fare sterili giochi di parole). Molti visitatori infatti, tra un cocktail e l’altro, si fermavano davanti alle sue opere assorti in un pensieroso silenzio, trovandole “molto profonde”, “non banali” e persino “foriere di grandi messaggi”.
Era insomma già l’una di notte passata e tutto sembrava volgere tranquillamente al termine, quando all’improvviso, proprio vicino al capolavoro di Ro, si udì un forte strepito e una voce a me ben nota che gridava stentorea:
‒ Anche da un volgar vaso defecatorio si può raggiungere l’Infinito!
‒ Attento, è un’opera d’arte! ‒ lo avvertì uno del pubblico.
‒ E dove sta scritto? ‒ rispose Alberico, con sottile ironia.
Vedendo che saliva sul water, corsi immediatamente nell’altra sala per avvertire Ro:
‒ Roberto, ‒ gli dissi, ‒ c’è Alberico su un tuo ces‒!
Non l’avessi mai fatto! Ro mi prese per il bavero e iniziò a schiaffeggiarmi perché l’avevo chiamato per esteso… io mi giustificai dicendogli che lì vicino c’era uno che si chiamava Rocco e che tutti chiamavano Ro, per cui ero autorizzato a specificare: non era vero ma fortunatamente ci credette e, lasciatomi il bavero, corse a difendere le sue creazioni.
Vedendo Alberico, mezzo ubriaco e in piedi a recitare una lirica del Vate sul suo cesso senza scritte, Ro fu preso da sgomento isterico:
‒ Non vedi…? ‒ esclamò gesticolando, tutto paonazzo in volto.
‒ Cosa, di grazia? ‒ rispose Alberico, con la massima calma, e pretendendo che Ro esplicitasse il suo complemento oggetto.
Ma Ro, sempre più soffocato dalla rabbia, continuava a gesticolare non volendo esplicitare alcunché.
‒ Adunque? ‒ lo incalzò Alberico con aria di sfida.
Con voce stridula e al colmo dell’esasperazione Ro sbottò:
‒ È il mio cesso!
Allora Alberico, di fronte a tutti ‒ ce l’ho ancora davanti agli occhi ‒, s’è tirato giù la zip, dichiarando solennemente:
‒ E io ci piscio dentro.
Naturalmente si sono picchiati, e stavolta per separarli abbiamo dovuto chiamare la polizia. Non bastasse, mi hanno citato come testimone in tribunale. Basta, ho deciso, questa è la goccia che fa traboccare il vaso: domani trasloco.

Ahahahah è incredibile
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ahah complimenti, una storia davvero originale
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grazie!
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