Huxley: Il genio e la dea

Di recente mi è capitato spesso di sentir citare un’affermazione di Flaubert (ma che hanno fatto propria molti altri scrittori, per esempio Ibsen), riguardo al fatto di far parlare le cose e la storia invece dell’autore. Èvero senz’altro che in questo modo sono stati scritti dei capolavori, e che questa è un’ottima tecnica narrativa… ma non è l’unica! Dire direttamente ciò che si pensa, quando la cosa sia rilevante, non fa scadere di certo la qualità di un romanzo, anzi è un ottimo modo per andare al bersaglio senza essere prolissi. Sento spesso rimproverare Tolstoj perché nelle ultime opere diceva brutalmente quello che pensava… ma quale sciocchezza! Come sono interessanti certe sue disamine psicologiche sul matrimonio, sul sesso, sui meccanismi della società, presenti per esempio in Sonata a Kreutzer o in Resurrezione.
Ed ecco che veniamo ad Huxley, perché anche lui è un autorevole esponente della letteratura filosofica, del “romanzo di idee” se si preferisce chiamarlo così, e The Genius and the Goddess è un ottimo esemplare di questo filone.
Si tratta di una storia scabrosa. John Rivers, un vecchio professore, racconta a un suo amico scrittore di quando, da giovane, andò a vivere presso Henry Maartens, suo supervisore di dottorato, nonché premio Nobel per la fisica (è lui il Genio), che però al di fuori della fisica appare come un patetico bambinone, totalmente dipendente dalla bella ‒ e molto più giovane di lui ‒ moglie (ecco la Dea). La situazione presto si complica perché la figlia adolescente del genio si innamora di Rivers, mentre Rivers a sua volta si innamora della moglie del genio… La vicenda comunque è molto più interessante e articolata di quanto la trama, come brutalmente l’ho accennata, potrebbe far pensare. Il libro è breve (100 pagine) ma la prosa di Huxley è densissima: di intelligenza, ritratti psicologici, osservazioni acute, digressioni colte (Shakespeare, Mozart, Dostoevskij…), spunti comici e drammatici… tutte cose che chiaramente sarebbe impossibile riassumere qui.
Voglio però riportare almeno lo spunto iniziale: «La realtà non ha mai senso» afferma un po’ provocatoriamente il protagonista nell’incipit, e poi aggiunge che la letteratura è più sensata della realtà, e pure più rilevante. E nel prosieguo del ragionamento aggiunge che: «Forse l’intera realtà è sempre troppo ignobile per essere registrata, troppo insensata o troppo orribile perché la si possa lasciare non romanzata». Oggi purtroppo molti sono di parere opposto, e vanno a cercare le brutture col lumicino, le amplificano, se c’è del bello intorno lo tolgono, e infine rendono la scrittura più insensata della realtà stessa. Ma togliere senso alla realtà è fin troppo facile. Mentre lo scopo più alto della letteratura, io credo, dovrebbe essere proprio quello di dare un senso alla realtà, o perlomeno di interrogarsi seriamente su esso.
PS: Io ho letto questo libro su carta, nella bella versione italiana di Paolo Cioni, edita da Mattioli 1885.Ora che si sta aprendo l’era dell’ebook vale la pena di dire che, essendo un libro da sottolineare e annotare, la versione su carta è forse ancora quella più comoda, perciò la consiglio.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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