Questo dramma appartiene alla maturità di Henrik Ibsen, fu infatti scritto nel 1896 ed è il suo penultimo lavoro. Si tratta di un capolavoro assoluto, non meno dei più noti Casa di bambola o Anitra selvatica.
La trama, come nella migliore tradizione del drammaturgo norvegese, è un congegno perfetto dove ogni personaggio ha un ruolo esattamente confacente al proprio carattere e ogni situazione riesce a metterne a nudo le debolezze, i sogni, le aspettative, toccando al contempo temi forti e spesso scabrosi.
Il passato di Borkman ‒ ex direttore di banca finito in carcere per bancarotta fraudolenta ‒ grava pesantemente su tutti i protagonisti della storia. Borkman infatti per fare carriera ha sacrificato l’amore corrisposto di Ella, sposando la sorella gemella di questa, e con lo scandalo ha poi distrutto la vita della sua famiglia. I tre protagonisti della vicenda si costruiscono ciascuno una chimera per sopravvivere alla prova schiacciante a cui il destino li ha sottoposti. Borkman in particolare è convinto che, un giorno, quelli che l’hanno condannato verranno in ginocchio da lui non potendo fare a meno delle sue qualità eccezionali; e in questa fantasia assurda ha passato gli ultimi otto anni autorecludendosi in casa e frequentando come unico compagno un anziano e malridotto scrivano, Foldal, il quale a sua volta è invecchiato con la fissazione di essere un grande scrittore incompreso. La loro amicizia consiste precisamente in questo: ingannarsi a vicenda ciascuno dando credito alla chimera dell’altro. «Ma in fondo non è questa l’amicizia, John Gabriel?» aggiunge amaramente Foldal quando l’incantesimo si rompe. E in effetti è questa una delle degenerazioni più frequenti dell’amicizia: farsi i complimenti a vicenda cullandosi nell’idea che corrispondano alla realtà. La storia tocca poi molti altri temi interessanti che sarebbe troppo lungo riportare qui (la scrittura di Ibsen è sempre densissima).
Venendo alla rappresentazione in scena al Teatro Eliseo di Roma, devo dire che l’ho trovata nel complesso deludente. Gli attori recitano sì le parole del testo di Ibsen, ma il tono suona spesso falso, camuffato, caricato. Praticamente tutte le didascalie di Ibsen (magistrali e minuziosissime) vengono totalmente disattese, tanto che il pubblico ride su battute che dovrebbero essere della tragicità più alta. In questo senso Popolizio è il primo che mi ha deluso, perché ha tolto tutta la grave, seppur patetica, dignità di Borkman rendendolo una specie di pazzo esaurito. Anche il personaggio della fascinosa signora Wilton ‒ «donna vistosamente bella, formosa, sulla trentina; dalle labbra piene, rosse, sorridenti; occhi vivaci» dice la didascalia di Ibsen ‒ doveva avere tutto un altro charme… già dal vestito.
La traduzione di Sua Divinità Claudio Magris è buona… a parte i tagli che talvolta deformano sostanzialmente il testo (ciò avviene per diversi passaggi come quello sulle donne nel dialogo tra Foldal e Borkman, o quando Ella dice: «si parla nella Bibbia di un peccato misterioso ecc.»). Così non sentiamo i passi di Borkman che cammina al piano di sopra, non c’è la cameriera, l’ultima scena non è in mezzo alla neve ecc. ecc. Insomma chi ha letto il testo sa che l’originale è un’altra cosa. Complessivamente credo che soltanto un 60% dell’opera sia arrivata al pubblico, il restante 30% si è perso con la recitazione, e un altro 10% con i tagli. Aggiungo come piccola nota positiva che almeno non ci sono volgarità; cosa che dato il periodo non è affatto scontata.
Alla fine applausi tiepidi (per quanto mi riguarda, una sufficienza stentata, ad essere buoni). Ed è un peccato, perché l’idea di riproporre questo testo era ottima, ma poteva essere realizzata molto meglio.
Repliche a Roma fino al 4 novembre 2012, poi in tournée.

Mi ritrovo nelle sue considerazioni ma partendo da un altro presupposto: se si crede in un testo non lo si deforma operando dei tagli così drastici che, in nome del ritmo, sortiscono paradossalmente l'effetto opposto, riuscendo ad appesantire ancora di più la rappresentazione, alterandone il ritmo e la minuziosa, progressiva descrizione dei personaggi che, inevitabilmente, devono passare attraverso un lento processo di decantazione. Grande occasione sprecata, sono d'accordo, ed è un peccato che due giganti come Popolizio e Mandracchia siano così poco valorizzati(e per una breve tenitura, credo)
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La ringrazio per il commento, e aggiungo, visto che l'avevo pensato ma poi non l'ho scritto, che anch'io ho sofferto di questa compressione dei tempi. Per fare uno spettacolo breve e senza intervallo (dura circa 1h e 30') hanno sacrificato la possibilità di far \”assaporare\” le sottili tensioni psicologiche che si creano tra i personaggi – oltre ad aver tagliato proprio parecchie battute – e tutto questo col risultato di rendere il dramma, come diceva lei, paradossalmente più pesante. Succede la stessa cosa, per esempio, nelle sonate quando il pianista non sa reggere il tempo \”adagio\”.
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