In Punto contro punto Aldous Huxley si cimenta in una tecnica inconsueta per la narrativa ma ricchissima di possibilità: la tecnica del contrappunto musicale applicata al romanzo. Egli stesso nel capitolo XXII, tramite un tenue escamotage narrativo (il taccuino di Philip Quarles, un romanziere guarda caso), ce la illustra esplicitamente: «I passaggi bruschi sono facili. Basta avere un numero sufficiente di personaggi e di vicende parallele, in contrappunto. I temi si alternano. Modulazioni e variazioni, essendo più interessanti, sono anche più difficili. Il metodo del romanziere consiste nel replicare le situazioni e i personaggi». Nasce così un intreccio polifonico di storie, spesso a sfondo passionale, collegate tra loro per analogia, contrasto, o tramite i personaggi, che per un motivo o per l’altro orbitano attorno all’aristocratica famiglia dei Tantamount.
Per esempio Hilda Tantamount, che dà il ricevimento con cui si apre il romanzo, è sposata con Lord Edward ‒ un ricco che odia la ricchezza ed è sempre immerso nei suoi studi di fisiologia ‒, ma al contempo è stata l’amante e frequenta ancora John Bidlake, vecchio pittore libertino, uno dei personaggi più notevoli e meglio caratterizzati del romanzo.
La giovane Lucy, erede dei Tantamount, è una mangiauomini sempre in cerca di sesso senza implicazioni sentimentali: «Al giorno d’oggi non puoi trascinarti appresso un carico di ideali e romanticherie. Quando si viaggia in aeroplano bisogna lasciare a terra le valigie pesanti». Ogni tanto mi capitava di ricontrollare l’aletta della copertina e chiedermi stupito: davvero è stato scritto nel 1928? A quanto pare sì.
Elinor, figlia di John Bidlake, è una sorta di principe Myŝkin al femminile, che con fredda logica dice sempre quello che pensa e non capisce perché la suocera se la prenda a male per certe sue osservazioni. Elinor si sente trascurata e tradisce il marito ‒ il summenzionato Philip Quarles ‒ con Everard Webley ‒ capo del movimento politico dei Freemen ‒ ma senza riuscire a suscitare in Philip alcuna gelosia.
Sprandell è uno sverginatore pervertito (ma con distacco), omicida (ma per gioco; uccide proprio Webley), epigono dello Stravogin dei Demonidi Dostoevskij, che allo stesso tempo disquisisce di ascetismo e quartetti di Beethoven.
Walter Bidlake è figlio di John e fratello di Elinor: scrive per una rivista letteraria ed è sposato con Marjorie ma la tradisce con la già menzionata Lucy, di cui è follemente invaghito. Burlap è il viscido direttore della rivista letteraria dove lavora Walter: un codardo in piena regola che cerca di passare per uomo dai grandi ideali, provocando pure il suicidio della sua segretaria. La carrellata dei personaggi sarebbe ancora lunga e gustosa… io mi fermo qui, ma in questa recensione del Corriere della Sera trovate altri dettagli sulla trama.
La prosa di Huxley pur senza essere pedante è assai erudita, non solo sul versante umanistico e musicale ma anche su quello scientifico (nomi come Newton, Einstein, Poincaré, non ricorrono meno di Dante, Shakespeare o Dickens); e possiede uno spiccato senso dello humour, sempre acuto e spesso cattivissimo. Bellissime le fantasie sui temi musicali, come quella sulla Suite in si minore per flauto e archi di Bach eseguita nel palazzo dei Tantamount in apertura del romanzo; o come quella non meno notevole sull’ultimo quartetto di Beethoven, nel finale. Fa parte dello stile di Huxley anche la predilezione per i temi scabrosi, primo fra tutti l’impulso sessuale (vedi anche Il genio e la dea): «il pudore non è innato. È artificiale e acquisito» fa dire a Mark Rampion, un pittore mezzo filosofo.
A volte tuttavia infastidiscono le farneticazioni di Rampion, che rappresenta, mi pare, l’anima anti-intellettualistica di Huxley. Secondo lui Gesù, Newton ed Henry Ford «ci hanno strappato la vita dal corpo e l’hanno riempito di odio», perché hanno sbilanciato la vita, rispettivamente, sul cuore, l’intelletto e la materialità, a scapito di tutto il resto. Una visione deformante che non condivido, neanche come provocazione.
Tra i difetti del romanzo va rilevata anche la presenza di non infrequenti ripetizioni, e l’eccessiva intellettualizzazione dei personaggi. Di quest’ultima cosa ne è consapevole lo stesso Huxley: «Il romanzo di idee ha un grave difetto, quello di essere artificioso». «Il principale inconveniente […] consiste nel dover scrivere di persone che abbiano idee da esprimere, escludendo così l’umanità intera, tranne lo 0,01 per cento. Per questo i romanzieri veri, congeniti, non scrivono romanzi d’idee» scrive Huxley, con una certa autoironia, sempre nel capitolo XXII. L’abilità, secondo me, sta nel dosare opportunamente narrazione e idee, in modo da realizzare un flusso continuo tra le due cose. Huxley a volte ci riesce (e pure magistralmente), a volte di meno, risultando un po’ farraginoso.
Molte sono comunque le osservazioni di grande attualità; per esempio quella sull’uso demagogico della parola “libertà”. Attualmente abbiamo ben tre partiti che la sventolano già nel nome: Popolo della Libertà, Futuro e Libertà, Sinistra Ecologia e Libertà, e più o meno tutti la evocano negli slogan: «Subito l’ascoltatore ‒ scrive Huxley ‒ ha un’immagine di se stesso in maniche di camicia, con una bottiglia e una ragazzotta al fianco, senza divieti creati dalle leggi, dal galateo, dalla moglie, dalla polizia, dal parroco. La libertà! Ènaturale che provochi il suo entusiasmo». Oppure leggete questa osservazione su lavoro e tempo libero: «[‒ Bisogna] convincere le persone a vivere dualisticamente […]. Idioti e macchine per otto ore su ventiquattro, e veri esseri umani per il resto della giornata. ‒ Non è quello che stanno già facendo? ‒ Neanche per sogno. Vivono sempre come idioti e macchine anche nel tempo libero». «Umani e completi» infatti non significa «lettori di giornali, fanatici del jazz o della radio. Gli industriali che forniscono svaghi preconfezionati cercano di far di voi degli imbecilli meccanici anche nel tempo libero. Non permetteteglielo». Bastava aggiungere la televisione, e dal 1928 passavamo direttamente al 2012.
Punto contro Punto, di Aldous Huxley, traduzione di Maria Grazia Bellone, Adelphi, 528 pagine, 24€.
(Consiglio il formato cartaceo: è un libro che si può leggere e sottolineare come un saggio).
