I diavoli di Loudun e la follia degli uomini

I diavoli di Loudun di Aldous Huxely non è un romanzo, contrariamente a quanto scritto sulla copertina dell’edizione italiana (probabilmente per attirare più lettori). Lo si potrebbe considerare più propriamente un saggio storico-filosofico, oppure un intreccio di biografie commentate che a tratti si può leggere come un romanzo (oggi non troverebbe un editore proprio per la difficoltà di catalogazione). Huxley comunque non si è posto questi problemi di “genere”: e ha fatto bene, perché il risultato è uno di quei libri la cui lettura, senza esagerare, costituisce un’esperienza di vita.

Siamo nella Francia del diciassettesimo secolo, la narrazione è incentrata attorno alla vicenda di Urbain Grandier, un prete libertino che venne processato per stregoneria e dopo terribili torture bruciato sul rogo, il 18 agosto del 1634. Il vero motivo di tanto accanimento fu, in realtà, l’essersi opposto alla distruzione del mastio di Loudun voluta da Richelieu, nonché l’essersi creato diversi nemici con la sua vita da Don Giovanni. Tra questi suor Jeanne, altra protagonista della vicenda. Costei era la priora del convento delle Orsoline di Loudun: frustrata dal rifiuto di Grandier di cui si era inconfessabilmente invaghita, si prestò ad accusarlo fingendosi posseduta dal demonio. Padre Surin, il terzo protagonista, è invece un rigoroso e severo gesuita che viene chiamato per assistere spiritualmente la priora, la quale col suo comportamento aveva destato non poche perplessità anche all’interno della Chiesa. Surin, a differenza di suor Jeanne, credeva sinceramente nel demonio, cosa che lo porterà a un passo dalla follia: dopo una depressione lunga diciotto anni e un tentativo di suicidio, Huxley ci racconta come riuscì, nonostante tutto, a “salvarsi”.
I fatti sono tutti realmente accaduti e documentati tramite diverse fonti, tra cui l’autobiografia di Suor Jeanne, gli scritti di Padre Surin e i resoconti di altri testimoni; laddove la storia tace, Huxley usa il suo talento di romanziere per ricostruire una versione verosimile dei fatti e dei sentimenti che dietro a essi presumibilmente si celavano.

Certamente uno dei temi principali è la superstizione religiosa. Huxley tuttavia non si ferma al mero dileggio (cosa fin troppo facile oggi), ma cerca di scavare nella psicologia dell’epoca per trovare le cause più profonde di tale fenomeno e del perché un intero convento di Orsoline si convinse di essere posseduto da Satana, prestandosi a esorcismi pubblici di una volgarità becera, che, per di più, attiravano masse di pellegrini da tutta la Francia. Nello spingere suor Jeanne “tra le braccia di Satana” ebbe un ruolo importante la vanità: simulando convulsioni, bestemmiando e denudandosi in pubblico essa divenne famosa, sottraendosi alla noia mortale del suo monastero, e girò la Francia, venendo accolta come una celebrità dai maggiori personaggi dell’epoca, come il cardinale Richelieu, Anna d’Austria e il Re Luigi XIII (un fanatico della caccia alle streghe). Oggi tutto questo fa pensare a certe donne che si degradano in vario modo davanti alle telecamere solo per acquistare fama e magari fuggire da una vita altrimenti “troppo comune”. La pateticità di suor Jeanne viene messa in luce da questa osservazione di Huxley, che penso abbia valore generale: «C’è un riso che è perfettamente compatibile con “le cose di Dio”, un riso di umiltà e autocritica, un riso di sana tolleranza, un riso al posto dello sconforto e dell’indignazione per la perversa assurdità del mondo. Di tutt’altra specie, la risata di Jeanne esprimeva o scherno o cinismo. Sempre diretta contro gli altri e mai verso se stessa […]».
I capitoli dedicati al processo di Grandier sono i più terribili e impressionanti, sia per la serie di malvagità e calunnie macchinate o fomentate contro di lui da Laubadermont (il suo accusatore, amico di Richelieu), sia per la crudeltà delle torture a cui fu sottoposto. È da notare che per incastrarlo furono violate le stesse regole stabilite dalla Chiesa, furono cioè prese per buone «le dichiarazioni dei diavoli», ovvero le dichiarazioni rilasciate dalle suore tra le convulsioni e sotto la pressione degli esorcisti, in particolare padre Lactance e padre Tranquille, i quali, neanche a dirlo, erano amici di Laubadermont. Siccome l’autorità di Tommaso d’Aquino gli era contraria («Diabolus non credendum est»), fu persino scritto e stampato a Loudun un libretto per giustificare teologicamente queste “deposizioni”.
Una delle riflessioni principali che scaturiscono dalla lettura è quanto sia fragile la psicologia umana: tra follie singole e di gruppo, dettate dalle passioni più disparate ‒ l’invidia, la brama di potere, il desiderio di prevaricazione, la vanità, la noia, la lussuria, la paura ‒ alle quali si aggiunge l’ignoranza e la mancanza di buon senso: considerato tutto ciò a stento si trova nel mondo un uomo o una donna che abbia una visione oggettiva della realtà.
Grandier, nonostante in passato avesse condotto una vita abbastanza meschina, ebbe la grande forza d’animo di non firmare alcuna confessione di colpevolezza, anche sotto minaccia di torture «ordinarie e straordinarie». Per questo gli furono spaccate le gambe con otto cunei (la tortura ordinaria ne prevedeva “solo” cinque), e gli fu negato il conforto spirituale di un prete suo amico: gli fu lasciato da scegliere solo tra padre Lactance e Tranquille (i due esorcisti-aguzzini). Cosa ci potrebbe essere di peggio? Invece a questo punto Huxley nota che «dall’epoca di Laubadermont il male ha fatto qualche progresso», perfino Laubadermont infatti riconosceva, almeno in linea di principio, che anche un adoratore del demonio avesse diritto a un conforto spirituale. «Per una sorta di provvidenziale incoerenza i nostri padri rispettavano la personalità persino di coloro ai quali stavano torturando le carni […]. Per i totalitaristi del nostro secolo più illuminato, non esistono né anima né Creatore; c’è solamente una massa grezza di materiale fisiologico, plasmata dai riflessi condizionati e dalle pressioni sociali in forma di quello che, per gentile concessione, viene ancora chiamato un essere umano». Grandier non confessò, e non fu un caso isolato. «Sotto i dittatori comunisti ‒ prosegue Huxley ‒ coloro ai quali tocca di essere processati invariabilmente confessano i delitti di cui sono stati accusati […] anche quando sono immaginari». Huxley scrive nel 1952 e aveva ben presente gli orrori dei lager nazisti e dei regimi comunisti. Considerando che orrori simili accadono ancora oggi, davvero viene da dire con Sgalambro «non fate crescere niente su questa terra», con Cristo «beate le sterili», o con Qoelet «più felici i non nati».
Huxley infatti nota come queste follie collettive, lungi dall’essersi estinte nel ’600, giungono fino ai giorni nostri, anche se sotto forme diverse: «In passato le parole che dettavano i crimini dell’idealismo erano prevalentemente di natura religiosa; oggi sono prevalentemente politiche». (A questo proposito ci sono delle riflessioni particolarmente attuali che preferisco mettere in un post a parte).
Se devo trovare qualche difetto in questo libro, sta in certe affermazioni datate (e palesemente false) sul magnetismo animale e il subconscio; e poi nelle pagine misticheggianti: quando Huxley inizia a “ragionare” con le parole in maiuscolo (il Fondamento, la Trinità, il Bodhisattva) confesso di non capirci più niente o di rimanere abbastanza scettico. E quando parla di «trascendere se stessi» preferirei leggere “dimenticare se stessi”. Poi a un certo punto commette un’ingenuità sorprendente dicendo che certe cose gli uomini del XVII secolo non potevano capirle per la loro «concezione filosofica dell’anima come un tutt’uno indivisibile»: a ben vedere c’erano già stati Eraclito e Seneca a indicare che l’anima era qualcosa di ben più complesso. Comunque le pecche riguardano solo una percentuale molto piccola del libro: il resto è intelligenza allo stato puro, spesso condita dall’acuta ironia che è propria di Huxley (come quando nota che durante gli esorcismi furono sistematicamente detti i peggiori spropositi contro Grandier, San Giuseppe, la Madonna e Cristo, ma mai una parola contro il Re Luigi XIII né il cardinale Richelieu…).
La storia rievocata da Huxley ha avuto anche una trasposizione teatrale da cui Krzysztof Penderecki, uno dei massimi compositori viventi, ha tratto un’opera in tedesco, Die Teufel von Loudun. Penderecki naturalmente è semisconosciuto in Italia, e a volte mi chiedo se dovremo far passare trent’anni dalla morte per riconoscergli qualcosa.

I diavoli di Loudun, di Aldous Huxley, traduzione di Matteo Ubezio, Cavallo di Ferro.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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