Muti e il Boccanegra, dall’Aula Magna all’Opera di Roma

Ieri si è svolto nell’Aula Magna della Sapienza l’incontro-lezione del Maestro Riccardo Muti sul Simon Boccanegra di Verdi, in programma da oggi fino all’11 dicembre al Teatro dell’Opera di Roma. Un’ottima iniziativa, a ingresso gratuito: qualcosa di più di semplice divulgazione, ma una vera e propria lezione per conoscere Verdi, che ha registrato il tutto esaurito e un caloroso consenso del pubblico.

L’incontro si apre con una mezza domanda del visibilmente imbarazzato Rettore Luigi Frati (“Mi hanno detto di parlare il meno possibile per non dire sciocchezze” dice con apprezzabile autoironia), il quale cede subito il microfono, come una patata bollente, al prof. Piperno, che cerca di tenere alto il nome dell’Istituzione chiedendo: “Perché soltanto ora il Boccanegra?” (è infatti la prima volta che Muti lo dirige). Muti, in silenzio fino a quell’istante, esordisce impallinandolo bonariamente: “Mi fanno sempre la stessa domanda… perché l’Attila, perché il Tristano…?”. Piperno diventa rosso, chiede scusa per la possibile banalità; Muti, dopo averlo rassicurato che non vuole ucciderlo, spiega che il Boccanegra è un’opera molto complessa, a metà tra il Verdi prima maniera e quello dell’Otello, perciò sentiva il bisogno di raggiungere una conoscenza totale del compositore prima di affrontarla.

Rotto il ghiaccio, Muti ‒ che ha questa capacità di essere un uomo serissimo nel proprio mestiere, ma pure capace di alleggerire il tono con molte battute e aneddoti ‒ inizia a spiegare il Boccanegra avvertendo subito che il libretto è decisamente complicato, sia per l’italiano (“Sei sacro alla bipenne… a chi indovina cosa significa gli regalo un biglietto”, una signora risponde giusto, “Un biglietto alla signora!”; anche in seguito Muti si complimenta con la competenza del pubblico), sia per alcune amenità della trama: personaggi che cambiano nome; Fiesco che incredibilmente non viene riconosciuto fino all’ultimo; il nome Maria, che una volta è riferito alla Vergine, un’altra alla vergine (Amelia). Anche per questo, stavolta Muti ha acconsentito a mettere i sovratitoli, suscitando un subitaneo “Grazie!” da alcuni del pubblico; e mentalmente pure il mio che avevo segnalato il peso di questa assenza già nel post sull’Attila.

La musica di Verdi è così “verticalmente” legata alla parola ‒ l’ha detto Muti stesso ‒ che capire ciò che i cantanti cantano è fondamentale. L’obiezione contro i sovratitoli di un presunto “impigrimento del pubblico” non regge, secondo me, a meno di pretendere che il pubblico sappia a memoria il libretto: ma persino il direttore d’orchestra ha di fronte la partitura! L’altra obiezione è che si finisce per stare tutto il tempo a testa in su vanificando il lavoro del regista: questo è vero solo in parte, perché si può vedere un po’ e un po’; inoltre tra guardare il gesto e non capire, e capire non vedendo il gesto, preferisco il secondo. Chi poi sa il libretto a memoria può tranquillamente guardarsi lo spettacolo ignorando i sovratitoli. Quando poi i cantanti sono bravi nella dizione è tutto più facile.

La lezione sul Boccanegra è stata utilissima soprattutto nel fornire dei punti di riferimento per comprendere meglio la musica. Per esempio il tema del mare. Ogni volta che c’è un riferimento marittimo Verdi usa un ritmo ternario (contrapposto al binario) per dare l’idea di un lontano ondeggiamento. “Non è il mare di un marinaio, ma il mare visto da un uomo dell’entroterra, qual era Verdi” osserva Muti, notando poi come la musica anticipi l’espressionismo di Debussy, o in certi tratti assomigli al contemporaneo Schumann. Altro che un Verdi provinciale. La strumentazione è poi raffinatissima, tanto che Muti l’ha accostata, in certi tratti, a quella di Berlioz.

Tutto questo Muti l’ha poi mostrato al pianoforte, con l’aiuto del basso Riccardo Zanellato e del soprano Eleonora Buratto (bravissimi e applauditissimi, nell’Aula Magna è ancora più impressionante la potenza della loro voce), e poi canticchiando lui stesso dei pezzi accompagnandosi al pianoforte. Talvolta penso che il piacere più vivo che possa dare l’opera sia proprio quando uno può cantarsela nel proprio salotto, leggendola direttamente dalla partitura, magari accennandosela soltanto con la voce (invidio parecchio i musicisti che possono farlo con facilità!). Muti ha poi mostrato la differenza tra il raffinatissimo incipit della seconda versione (del 1881, quella eseguita anche a teatro) e la prima versione, del 1857, molto più manierata. Il finale è poi di grande originalità: “non è il solito padre che piange sulla figlia, o il tenore che piange sull’amata”, ma vi è il confronto tra due grandi personaggi, Simone Boccanegra morente e Jacopo Fiesco, “due montagne”, che si rappacificano in una scena “che lascia il groppo in gola”.

Mentre il magnifico Muti si accomiatava, il Magnifico Frati, in genere molto più baldanzoso e loquace, timidamente lo intercettava per ringraziarlo. Questa scena, come quella descritta all’inizio, in cui dei professori importanti ‒ che normalmente muovono ricercatori e dottorandi con una parola, e fanno tremare gli studenti agli esami ‒ poi si trovano a tremare di fronte a uno molto più importante di loro, mi ha ricordato il finale di Madame Bovary, quando Flaubert descrive la venuta del luminare ‒ il dottor Larivière ‒ che annichilisce con la sua sola presenza il medico più famoso della città, quello di paese e il farmacista. (Chissà come deve essersi sentito Frati in platea ‒ mentre il maestro sciorinava Dante e Petrarca, leggeva le lettere di Verdi, citava musicisti famosi… ‒, lui che ama così tanto la musica da aver azzerato quel piccolo finanziamento al coro polifonico più antico dell’Università di Roma, che da sessanta anni organizzava concerti gratuiti in Aula Magna e nel mondo). Ma può darsi che la presenza di una persona di grande spessore possa illuminarne un’altra meno illuminata; in fondo una redenzione è sempre possibile.

Quanto al Boccanegra in scena da stasera al Costanzi, io ho trovato i biglietti solo per l’ultima replica, quindi aggiornerò questo post con qualche riga soltanto allora.

(12/12/12) Ed ecco le due righe: mi sento di confermare questa recensione, a parte le considerazioni sulla regia (Adrian Noble) e le scene (Dante Ferretti) che ho trovato ottime: aderenti al libretto, evocative, e di grande effetto nelle scene di massa; senz’altro le migliori della stagione.
Di seguito il cast:

Direttore
Riccardo Muti
Regia
Adrian Noble
Maestro del Coro
Roberto Gabbiani
Scene
Dante Ferretti
Arredamento
Francesca Lo Schiavo
Costumi
Maurizio Millenotti
Movimenti coreografici
Sue Lefton
Luci
Alan Burrett
Interpreti
Simon Boccanegra
George Petean
Maria Boccanegra (Amelia)
Maria Agresta /
Eleonora Buratto
Jacopo Fiesco
Dmitry Beloselskiy/
Riccardo Zanellato
Gabriele Adorno
Francesco Meli
Paolo Albiani
Quinn Kelsey /
Marco Caria
Pietro
Riccardo Zanellato /
Luca Dall’Amico
Un Capitano dei balestrieri
Saverio Fiore
Un’ancella di Amelia
Simge Bűyűkedes

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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