Si tratta di un omaggio che Riccardo Muti offre al suo compositore di riferimento. Il libro è mediamente interessante, anche se la maggior parte delle osservazioni, per chi segue il maestro Muti, erano già note (penso all’autobiografia, e alle varie lezioni-concerto).
Devo però dire che l’amore sconfinato che Muti prova per Verdi lo porta ad affermazioni quantomeno esagerate, soprattutto considerando altri musicisti italiani. In primo luogo Puccini, che è il grande innominato di questo libro. Si parla in continuazione della teatralità di Verdi, del Falstaff «la sola opera di Verdi che possa veramente reggere il confronto con opere come il Così fan tutte di Mozart», della sua capacità drammaturgica di creare un’atmosfera con due battute (contrapponendolo, in questo, a Wagner). Va bene, d’accordo: ma va pure detto che se oggi dovessimo incoronare il re della drammaturgia, la corona andrebbe a Puccini, non a Verdi, e neppure a Mozart (per quanto Mozart sia hors catégorie). E questo penso lo si possa affermare oggettivamente, a prescindere da normali sentimenti di affinità personale con una poetica piuttosto che con un’altra. Nessuna opera di Verdi raggiunge, sotto il profilo drammaturgico complessivo, la perfezione delle opere di Puccini, da Manon Lescaut in poi. Certo La Traviata è quasi tutta un capolavoro, ma il secondo atto? come si può credere a quel secondo atto? quando mai una donna innamorata lascerebbe il proprio amante in quel modo, con quei segreti assurdi, soltanto per compiacere un suocero? La verità è che nel primo atto i due si devono amare alla follia e nel terzo si devono rincontrare in un certo modo, e quindi “serve” quel secondo atto… Escamotage di questo tipo ‒ finalizzati a giungere alle posizioni drammatiche volute ‒ purtroppo si ritrovano quasi in ogni opera di Verdi, tanto che molte sue opere sono credibili, grazie alla musica, scena per scena, ovvero ovvero prendendo le scene singolarmente, ma nei collegamenti risultano assai artificiose. (Nella Fanciulla del West di Puccini invece ci si può entrare come in un universo parallelo perfettamente consistente). Rigolettoè la migliore? Forse sì, ma quel tanfo orribile, veterotestamentario, della “maledizione”… come sopportarlo? In questo senso preferisco Stiffelio.
Sollevo queste osservazioni con tutto il rispetto per questo colosso dell’opera che è Giuseppe Verdi. Molte delle pecche delle opere di Verdi sono dovute semplicemente al fatto che egli ‒ pur essendo un artista di genio ‒ fu costretto a scrivere un’opera all’anno. Tant’è che le sue opere migliori sono probabilmente le ultime tre: Aida, Otello, e Falstaff, per le quali ebbe modo di prendersi tutto il tempo che voleva (lì non c’è nessuno zumpappà e nessuna cadenza all’italiana). Puccini ebbe due vantaggi rispetto a Verdi: aver potuto studiare Verdi; e aver avuto la possibilità di dedicare quattro anni interi a ogni opera.
Quanto all’italianità di Verdi, Muti osserva che «ovviamente l’Italia è fatta di tanti diversi italiani, però c’è un modo di essere italico che Verdi rappresenta in maniera vivida». Per quanto il libro sia dedicato a Verdi, magari non sarebbe stato male dire due parole anche sugli altri musicisti italiani. Verdi rappresenta l’Italia all’estero non più di Monteverdi, Rossini, Bellini, Donizetti o Puccini. Se Verdi si rifà all’arcigno Palestrina, Puccini è accostabile all’amoroso Monteverdi (che Verdi, imperdonabilmente, non amava), due modi diversi di essere italiani.
Se poi devo aggiungere una osservazione personale, forse dovuta alla mia età: io, sotto certi aspetti, Verdi lo sento tremendamente vecchio. Faraoni, Duchi, Dogi, Nabucchi, Attila… è difficile mettersi nei panni di questa gente. Non a caso La Traviata, che è una delle pochissime sue opere con soggetto contemporaneo e dove i protagonisti sono gente normale, è una delle più rappresentate da sempre. (Anche qui, a difesa di Verdi, va detto che la censura lo ostacolò terribilmente ogni volta che si avvicinava alla contemporaneità: un esempio di come la politica possa danneggiare tangibilmente l’arte).
Infine, fossi Muti prenderei a schiaffi la Rizzoli che, almeno nella versione ebook, è riuscita a inserire un numero spropositato di refusi (praticamente tutte le parole che dovrebbero avere la doppia effe sono sbagliate, anche Falstaff diventa Falstaf…); spero che aggiornino presto la versione.
