Un copione di prima grandezza per due attori di prima grandezza, il risultato: uno spettacolo memorabile. Erano anni che non vedevo, almeno nel teatro di prosa, un dramma così vivido e interessante. Bravissimo Luca Zingaretti, straordinario Massimo de Francovich, in scena al Teatro Eliseo fino al 24 marzo.
L’autore innanzitutto è Ronald Harwood, un ormai celebrato scrittore sudafricano, già vincitore, nell’81, di un Oscar per la sceneggiatura di The dresser, e autore tra l’altro di Quartet,da cui Dustin Hoffman ha tratto il suo ultimo film. Harwood ha scritto molto per il teatro anche se, a quanto pare, su questo fronte è più conosciuto all’estero che in Italia (per esempio la pagina italiana di Wikipedia neanche riporta l’elenco delle sue opere teatrali).
La torre d’avorio ‒ Taking sidesnel titolo originale ‒ è incentrato sulla vicenda di Wilhelm Furtwängler, leggendario direttore dei Berliner Philharmoniker dal 1922 al ’45, che fu coinvolto tra mille polemiche nel processo di “denazificazione”. Hartwood ricostruisce l’interrogatorio subìto da Furtwängler (Massimo de Francovich) da parte di un rozzo maggiore dell’esercito americano (Luca Zingaretti), basandosi proprio sui diari del direttore d’orchestra. La chiave del dramma sta tutta in questo duello tra due uomini completamente diversi: da un lato un grande artista, che per non abbandonare la propria patria dovette camminare «su una fune sottile tesa tra l’esilio e la morte», dall’altra un uomo volgare e ignorante, totalmente ignaro di cosa sia la musica colta, che ascolta un disco di Beethoven come fosse una tortura. Agli occhi del maggiore, Furtwängler è soltanto un «maestro di banda», un «amichetto di Adolf, Hermann e Joseph». Il rispetto che Furtwängler incute agli assistenti del maggiore ‒ una segretaria, figlia di un dissidente ucciso dai nazisti, e un ebreo, che a dispetto di ogni immaginabile partito preso stimano il maestro riconoscendogli tutta la sua grandezza artistica ‒ appare al maggiore del tutto incomprensibile.
Cos’è un grande artista di fronte a un uomo pratico? Niente: un uomo come tutti gli altri, che va attaccato per le sue debolezze (le donne nel caso di Furtwängler) senza nessuno sconto. Tornano in mente le parole di Schopenhauer secondo cui «l’intelligenza è una qualità invisibile allo stupido»; allo stesso modo si potrebbe dire che il talento artistico è invisibile all’uomo insensibile.
Nonostante tutta la sua acrimonia il maggiore non riesce a trovare una sola prova contro il grande direttore: non fu mai iscritto al partito nazista, salvò centinaia di ebrei, i suoi rapporti con Goering e Goebbels furono pochi e tutt’altro che cordiali.
Ogni tanto risuonano nomi che, per chi è appassionato di musica, dicono molto: Schoenberg, De Sabata, Toscanini… tutti colleghi e amici di Furtwängler. E poi c’è von Karajan ‒ «K» come lo chiama Furtwängler che non riesce a pronunciarne il nome ‒ il quale sì che era iscritto al partito nazista, ma curiosamente fu riabilitato prima di Furtwängler stesso.
L’interpretazione di Zingaretti nel ruolo dell’antipatico maggiore è stata efficace e pregnante, ma va sottolineata soprattutto la prova magistraledi Massimo de Francovich che ha saputo rendere un uomo della statura di Furtwängler in maniera del tutto credibile. E un personaggio eccezionale lo può interpretare soltanto un attore eccezionale. Bravissimi e ineccepibili nei loro ruoli anche gli altri attori, che vale la pena ricordare uno per uno: Peppino Mazzotta (l’assistente del maggiore), Gianluigi Fogacci (il secondo violino dei Berliner, che si vende al maggiore accusando Furtwängler), Elena Arvigo (la segretaria del maggiore), Caterina Gramaglia (moglie di un pianista ebreo salvato da Furtwängler). Teatro pieno, applausi scroscianti e numerose grida di “bravo” ai protagonisti.
