Samson et Dalila all’Opera di Roma

Il Samson et Daliladi Camille Saint-Saëns era assente da 50 anni all’Opera di Roma (ciò non stupisce dato l’esiguo numero di opere rappresentate all’anno), e riproporlo è stata sicuramente un’ottima idea che ha riscosso un grande successo di pubblico.
La storia, tratta dall’Antico Testamento (capitoli 13-16 del Libro dei Giudici), è famosa probabilmente più per sentito dire che per essere realmente letta. Il Sansone biblico è un ebreo vendicativo, assassino, violento e “puttaniere”; un soggetto assai più turpe, quindi, dell’eroe forte e generoso che siamo soliti immaginare (a meno di non essere ultrasionisti, o particolarmente avversi ai filistei). Così anche nel testo musicato da Saint-Saëns la storia viene riveduta e corretta in modo da togliere, oltre alle ingenuità più grossolane della narrazione veterotestamentaria, anche le doti meno edificanti del protagonista, che diventa così un eroe della patria, sedotto e tradito dalla bella e sensuale Dalila.
Il primo atto dell’opera ha una monumentalità liturgica molto marcata, dove il coro ‒ il popolo ebreo ‒ è il soggetto predominante; sembra quasi una messa per coro e orchestra, e il punto di riferimento è senz’altro la musica sacra (in particolare si rileva l’influsso di Berlioz). Poi con l’entrata di Dalila la storia prende una piega molto più romantica, dove emerge con forza la cifra stilistica forse più propria di Saint-Saëns, caratterizzata da un’atmosfera delicata, voluttuosa e raffinatissima, che culmina nel secondo atto con la famosa aria del mezzo-soprano Mon coeur s’ouvre à ta voix dove la storia d’amore tra Sansone e Dalila, seppur falsa, in quel momento diventa verissima. Infine nel terzo atto l’atmosfera cambia ancora, si fa più cupa e drammatica: il tradimento è svelato, Sansone è in catene e la storia procede inesorabile verso il tragico epilogo che tutti conosciamo.
Eccellente prova dell’orchestra e del direttore Charles Dutoit; molto applauditi i due protagonisti, il tenore Aleksandrs Antonenko e la mezzo-soprano Olga Borodina, anche se personalmente ho qualche riserva su quest’ultima che, almeno nel registro acuto, mi è sembrata avere qualche difficoltà. Quanto alla regia e scenografia di Carlus Padrissa / La Fura del Baus, complessivamente bene i primi due atti ‒ grandi effetti a volte bizzarri ma pure accattivanti (certo non originale ma ottima la scelta di far cantare il coro dalla galleria) ‒, meno bene il terzo atto dove mi sembra che le bizzarrie diventino troppo assurde e fastidiose; soprattutto il finale poteva essere valorizzato meglio; poco curata invece la recitazione. Comunque nel complesso uno spettacolo da vedere.

Repliche fino a sabato 13 aprile. 
P.s. Un ascolto secondo me straordinario: Elina Garanca.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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