La guerra dopo Guerra e pace

«Petja galoppava con il suo cavallo lungo il cortile padronale e invece di reggere le briglie, agitava le braccia in modo rapido e strano, sempre più sbilanciato da una parte della sella. Il cavallo andò a finire su un fuoco morente nella luce del mattino e si impennò. Petja cadde pesantemente sulla terra
umida. I cosacchi videro che le sue braccia e le sue gambe si contraevano convulsamente mentre la testa non si muoveva. Una pallottola gliela aveva trapassata.»
Verrebbe da dire che la letteratura è inutile se, nonostante una condanna così potente alle atrocità della guerra come quella contenuta in Guerra e pace, siano scoppiate, dopo neanche cinquant’anni dalla sua pubblicazione, ben due guerre mondiali. Purtroppo chi decide le sorti dell’umanità non legge molto, e soprattutto gli interessi economici e la volontà di sopraffazione, insita nel nostro DNA, non sono così facili da debellare. Tuttavia qualche influsso c’è stato, per esempio la politica della non violenza di Gandhi nacque proprio dalla lettura di Tolstoj.
Èdifficile scrivere la recensione di qualsiasi libro, figuriamoci di uno della portata di Guerra e pace: lungi dal tentare un’impresa del genere, mi limiterò soltanto a riportare qualche pensiero sparso.
Tolstoj paragonava Guerra e pace all’Iliade, ma la descrizione di certe battaglie, persino di certi dettagli, mi ricorda anche l’Eneide. Come quando il giovane Rostov, alla prima battaglia, ferito e atterrato vede venirgli incontro dei soldati: «“Chi sono? Perché corrono? Verso di me? Corrono proprio verso di me? Ma perché? Per uccidermi? Uccidere me, a cui tutti vogliono bene?” Si ricordò dell’amore che avevano per lui sua madre, la famiglia, gli amici; il proposito dei nemici di ucciderlo gli parve assurdo.»
Èmagistrale il modo in cui Tolstoj riesce a rendere evidente, in certe scene, l’assurdo passaggio di rapportotra uomini che si verificava nelle battaglie: da due esseri umani civilizzati, un ufficiale russo e uno francese, ognuno con la sua vita i suoi legami affettivi, a due nemici “costretti” dalla storia a uccidersi l’un l’altro.
Ecco il dramma di persone in carne ed ossa ‒ giovani, padri di famiglia ‒ che non tornano a casa dalla madre, dal padre, dai figli, dalla moglie, o dalla promessa sposa. Tutto grazie al “genio” di Napoleone che manda al massacro centinaia di migliaia di uomini contro altre centinaia di migliaia di uomini, distruggendo terreni, razziando raccolti, saccheggiando città e villaggi. Eravamo nel 1812, qualcosa di simile ‒ ugualmente terribile ‒ si ripeterà centotrenta anni dopo, neanche trent’anni dopo la morte di Tolstoj.
Ho già scritto in un altro post che le nostre “giornate della memoria” hanno la memoria ridicolmente corta quando ricordano solo la Seconda Guerra Mondiale. Cosa ricordiamo di tutti quei morti ‒ italiani, francesi, russi, austriaci ‒ delle campagne napoleoniche? Nulla. D’altra parte ci sono state infinite altre guerre fin da quando esiste l’uomo e sarebbe impossibile ricordarle tutte: però almeno la consapevolezza che ci sono state la si dovrebbe avere, perché pone in una prospettiva diversa e più sensata tutta la Storia.
Se Orazio diceva che anche il buon Omero ogni tanto sonnecchia, si potrebbe ugualmente dire che il grande Tolstoj talvolta esagera un po’. Nell’Epilogo Tolstoj rinuncia a una chiusa romanzesca ‒ cosa di per sé del tutto legittima ‒ inserendo però una lunga digressione sulla Storia e le sue “leggi”, i suoi scopi ecc., e gettandosi di peso in una polemica con gli storici del suo tempo, che oggi appare abbastanza sterile e noiosa; più interessante invece è la dissertazione con cui si chiude il romanzo, sulla spinosa questione del libero arbitrio. Tolstoj vi giunge legandola alla responsabilità dei singoli uomini nella storia, ma la questione ci tocca nell’intimo anche a prescindere da considerazioni storiciste. Le conclusioni di Tolstoj confesso che mi sono del tutto oscure ‒ ammesso che si possano trarre conclusioni chiare e solide su un argomento così impervio ‒, tuttavia questa frase mi pare che afferri il centro della questione: «Il problema consiste in questo, che, guardando l’uomo come oggetto d’osservazione, da qualsiasi punto di vista (teologico, storico, etico, filosofico) noi troviamo la legge generale della necessità alla quale egli soggiace, allo stesso modo di tutto ciò che esiste. Guardandolo invece dall’interno, come ciò di cui abbiamo coscienza, noi ci sentiamo liberi». Questo è il problema: c’è una legge che muove le nostre azioni, altrimenti la nostra coscienza sarebbe fuori della causalità a cui soggiace l’universo (cfr. Kant), d’altra parte cosa sarebbe l’uomo senza la sua libertà interiore? Un inutile automa, un manichino nelle mani di Ananke:«per ciò stesso distruggeremmo il concetto stesso di uomo così come noi lo consideriamo, poiché non appena non esiste la libertà, non esiste più l’uomo».
Non posso trattenermi infine dall’aprire una piccola polemica contro ciò che scrive il professor Gianlorenzo Pacini nell’edizione Feltrinelli di Confessione, un opuscolo pubblicato da Tolstoj dopo Anna Karenina. Pacini afferma che «La confessione (1882) è l’opera che spezza esattamente in due la vita creativa di Lev NikolaevičTolstoj separando nettamente il ‘primo’ dal ‘secondo’ Tolstoj, ossia quello precedente e quello posteriore alla conversione». Questa è una tale assurdità che può essere buona da spiattellare sul retro di copertina per vendere qualche copia in più, o anche per pubblicare qualche tonnellata di serissimi articoli accademici, ma che certo non ha nullaa che spartire con la realtà. Già in Guerra e Pace(1869) ci sono tutti i temi sviluppati nei suoi romanzi successivi: già c’è la venerazione del Vangelo, già la condanna degli stravizi e dell’ipocrisia pseudoreligiosa, già le trappole della seduzione, già il desiderio di povertà e semplicità, già la conversione spirituale, già il trattamento equo dei contadini.
P.S. Una nota personale: ho letto questo romanzo con il kindle (la versione base), e ora me ne sto pentendo abbastanza. Èstato comodo leggerlo in formato elettronico perché ho potuto portarlo sul tram in metro ecc., ma ora che l’ho finito è terribile non poter sfogliare in libertà le pagine lette e le annotazioni!

Le citazioni sono state tratte dalla traduzione edita in e-book da Scrivere Edizioni su amazon (il prezzo è buono ma di refusi ce stanno veramente un po’ troppi; nel frattempo però sono uscite nuove edizioni). 

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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