Diario di Hiroshima ‒ per non dimenticare

Oggi ricorre il 68-esimo anniversario della bomba atomica su Hiroshima.Fino a qualche mese fa consideravo lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki come un’immane tragedia, ma senza rendermi effettivamente conto di quanto fosse stata “immane”. Pensavo, cioè, a un numero enorme di morti, di case e palazzi distrutti, di donne, bambini e civili uccisi indistintamente, ma la mia fantasia non andava molto oltre; anzi, ingenuamente pensavo che la maggior parte fossero morti sul colpo. Conoscevo anche la descrizione riportata dai fisici che osservarono la prima bomba fatta esplodere nel deserto del New Mexico: dello spostamento d’aria impressionante sentito a chilometri di distanza, con Fermi che lascia cadere dei pezzetti di carta e stima la potenza dell’esplosione misurando quanto i pezzettini cadono lontani. Uno di quei fisici pensò “Impressionante, ma credevo peggio”, poi si ricordò di avere un filtro di vetro scuro di dieci centimetri per riparare gli occhi, e sbirciando da sotto il filtro vide il deserto illuminato a giorno.

Ma questo è l’effetto della bomba visto da lontano‒ come in genere siamo abituati a pensarvi ‒ tutt’altro è leggere i racconti di chi la bomba se la vide esplodere a poche centinaia di metri dalla testa e ne provò le conseguenze sulla propria pelle, sui propri famigliari e amici, e poi si rimboccò le maniche per ricominciare a vivere in mezzo alle macerie. Ecco Diario di Hiroshima,di Hachiya Michihiko. Soltanto dopo aver letto la testimonianza di questo grande uomo, medico, direttore dell’ospedale delle comunicazioni di Hiroshima, posso dire di essermi fatto un’idea concreta di cosa cosa fu quell’“immane tragedia”.

Tanto per cominciare, quelli che morirono sul colpo furono molti meno di quel che si potrebbe immaginare. Sicuramente meno della metà dei morti (nonostante l’enorme potere distruttivo, la bomba all’uranio era 800 volte meno potente della bomba all’idrogeno, che fu realizzata pochi anni dopo). Il dottor Hachiya al momento dell’esplosione era nella sua casa, appena tornato dal turno di notte all’ospedale, era sdraiato e stava cercando di addormentarsi. Vide un lampo e poi l’apocalisse; riuscì a fatica a trarsi fuori di casa ritrovandosi senza vestiti e con una quarantina di ferite su tutto il corpo; assieme alla moglie, anche lei ferita ma meno gravemente, riuscì a trascinarsi miracolosamente fino all’ospedale, che essendo in cemento armato era uno dei soli due edifici di Hiroshima ad essere rimasto in piedi dopo l’esplosione, seppur completamente sventrato.
Nel tragitto che lo porta da casa sua all’ospedale, quello che vede Hachiya è l’inferno. Nessun componimento letterario potrebbe rendere con altrettanta forza l’orrore di quelle descrizioni: uomini senza più volto, senza naso, occhi e orecchi, completamente sfigurati, nudi, con la pelle che gli colava dalle braccia, che vagavano come spettri in cerca di un goccio d’acqua, e che andavano morendo uno dopo l’altro, chi dopo venti metri, chi dopo qualche chilometro a seconda delle ustioni; fiumane di persone in queste condizioni furono viste uscire dalla città in cerca d’acqua, come morti viventi; i fiumi e le strade traboccavano di cadaveri. 
Èdifficile dirlo con esattezza ‒ nessuno sa neanche quanti furono i morti totali ‒, ma da quello che ho letto si potrebbe stimare che soltanto un venti-trenta (?) percento della popolazione morì sul colpo, mentre gli altri furono travolti da una palla di fuoco incandescente e furono cotti vivi, come in un enorme toro di Falaride. Morirono chi nei minuti immediatamente successivi, chi nel giro di qualche ora, chi dopo qualche giorno, chi nelle settimane e negli anni successivi a causa delle radiazioni assorbite. Èimpressionante il caso di una paziente che si era trovata a soli 400 metri dall’epicentro dell’esplosione, ma essendo all’interno di un edificio di cemento armato era rimasta apparentemente illesa (!!); pochi giorni dopo però morì di una leucemia fulminante (e allora ancora inspiegabile).
Ma Diario di Hiroshima va molto al di là delle scene raccapriccianti a cui ho accennato, e racconta i 56 giorni seguenti al pikadon (letteralmente “lampo-tuono”, nome dato dai giapponesi all’esplosione nucleare), la lenta reazione alla tragedia, gli stati d’animo della gente sopravvissuta, l’incredulità di fronte a quanto era accaduto (si capì solo alcuni giorni dopo che era esplosa una bomba “atomica”, e gli effetti erano ancora sconosciuti), fino all’arrivo degli americani.
Di questo scritto colpisce la sincerità, l’assenza di retorica, la delicatezza e la forza d’animo del suo autore: un uomo colto e coraggioso, sensibile ma anche dall’atteggiamento scientifico, essendo un medico. Al contempo questo resoconto ci offre uno sguardo immediato, senza filtri storici deformanti, di come i giapponesi, e gli abitanti di Hiroshima in particolare, vissero la fine della guerra, l’annuncio atterrente di resa dell’imperatore, il panico per l’occupazione dell’esercito americano. La sensibilità d’osservazione di Hachiya mi ha ricordato, se mi consentite un paragone un po’ ardito, quella di Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altopiano.
In ogni caso non esiterei a mettere il Diario di Hiroshima tra le testimonianze più significative del ’900, un testo che andrebbe fatto leggere nelle scuole accanto ai libri sull’olocausto. Oggi purtroppo gli arsenali nucleari sono migliaia di volte più potenti di quelli usati su Hiroshima e Nagasaki, e costituiscono una spada di Damocle sul destino dell’umanità. Leggere e diffondere queste testimonianze è un atto dovuto per scongiurare il rischio che qualcosa di simile accada di nuovo. 
Sullo stesso argomento un altro libro fondamentale è Hiroshima, il giorno dopo, sul quale magari scriverò un post a parte.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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