Incontro con Cristo ‒ Il filosofo e il messia

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Come si sarebbe posto un filosofo stoico se avesse incontrato e conosciuto «Jeshua il Nazareno»? Quanto del suo insegnamento non era già contenuto negli scritti di Platone e Aristotele? Cos’è che di esso un filosofo non può accettare? Attraverso la forma del romanzo ho cercato di rispondere, almeno in parte, a questi difficili interrogativi.
Il pretesto narrativo è semplice: il filosofo Fabiano Papirio e il suo allievo Alexander si recano a Gerusalemme in visita da Pilato. Qui Alexander troverà l’amore, ma conoscerà anche un nuovo maestro, con la cui affascinante dottrina sarà costretto a confrontarsi. Il narratore è Alexander stesso che, da vecchio, scrive i suoi ricordi confrontandosi col nascente movimento del cristianesimo.
Di fronte a un libro su questo argomento ci si può legittimamente chiedere se sia ancora possibile dire qualcosa di nuovo sulla vicenda di Gesù. Io credo di sì, perché è una storia così carica di significati che non si finirà mai di analizzarla completamente. Inoltre la nostra unica fonte sulla vita di Cristo sono i quattro Vangeli, i quali sono un coacervo di piccole (e grandi) contraddizioni interne frammiste ad avvenimenti sovrannaturali. Di fronte a essi si riscontrano, tipicamente, due reazioni opposte: o di totale rigetto, se si ha una formazione scientifica; oppure di fideistica accettazione, che trova nell’agostiniano «credo quia absurdum» il suo motto più celebre. Entrambe queste vie sono abbastanza semplici da seguire, e non vi sarebbe molto da aggiungere a ciò che già è stato detto nei secoli.
Scrivendo questo romanzo ho cercato invece di percorrere una via ben più complessa e assai meno battuta, quella cioè di avvicinarmi alla figura di Cristo con uno spirito razionale ma del tutto aperto e recettivo. Cristo si è sempre presentato come “figlio dell’uomo”, che nel linguaggio dell’Antico Testamento significa né più né meno che “essere umano”, “mortale”, contrapposto a Dio (per es.: «Dio non è un uomo da potersi smentire/ non è un figlio dell’uomo da potersi pentire» Num. 23, 19). Come tale l’ho trattato, e ho cercato la sua grandezza nell’insegnamento morale più che nei presunti miracoli, dai quali egli per primo prese le distanze.
A monte di Incontro con Cristo c’è un’attenta ricerca sui Vangeli, dai quali ho cercato di tirar fuori una storia che non se ne discostasse molto (nella parte relativa a Jeshua), ma che allo stesso tempo ne risolvesse le contraddizioni logiche evitando il ricorso al sovrannaturale. Seguendo questi due semplici principi si trovano molte sorprese, tra cui, forse la più sconcertante è l’inammissibilità del “tradimento” di Giuda, che diventa palese se si cerca di ricostruire in modo credibile i fatti; in tutti e quattro i Vangeli, tra l’altro, non si usa mai il verbo “tradire”, προδίδωμι, ma sempre “consegnare”, παραδίδωμι; soltanto in un solo passo di Luca, Giuda è definito “traditore”. Ci tengo a sottolineare che il famoso Vangelo apocrifo di Giuda (un documento molto tardo e del tutto irrilevante), non c’entra nulla con la mia ricostruzione, che si basa invece sui canonici. Lo spunto della fedeltà di Giuda me lo diede piuttosto Gurdjieff, nei Racconti di Belzebù, anche se lui non argomentò mai le sue affermazioni.
Il romanzo ha una struttura tripartita, ispirata alla sonata classica: nel primo libro espongo il soggetto, cioè la filosofia di Fabiano; nel secondo libro il controsoggetto, cioè la dottrina di Jeshua; e nel terzo cerco una sintesi. Naturalmente ci sono anche temi secondari, anticipi, riprese ecc.
Del Fabiano Papirio realmente esistito, filosofo stoico ammirato da Seneca, ho preso poco più che il nome, facendolo portavoce di una visione filosofica più vicina alla nostra. Per comprendere certe frasi di Jeshua, invece, ho trovato utile la conoscenza dei maestri spirituali moderni, il cui pensiero ci è pervenuto in maniera diretta e meno frammentaria (per esempio Yogananda, Gandhi, Osho, il Dalai Lama).
In definitiva credo che ne esca il ritratto di un uomo straordinario, un maestro di vita in carne e ossa che ancora oggi ha molto da insegnarci, e la cui figura andrebbe finalmente svincolata da ogni «religione statutaria», come pure avrebbe detto Kant. Jeshua stesso, nell’ultima cena, non lasciò nessun erede né creò nessuna nuova religione, lasciando a questo riguardo un solo, unico e chiarissimo comandamento: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).
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Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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