C’era grande attesa ieri sera al Teatro Argentina per la prima del nuovo allestimento di Gabriele Lavia del dramma di Ibsen I pilastri della società, in replica fino al 22 dicembre 2013.
Complessivamente non mi sento di dare un giudizio negativo, anche perché non si può far a meno di apprezzare il coraggio di mettere in scena un dramma così attuale, complesso e poco rappresentato; tuttavia vanno rilevate molte luci e ombre, che riporterò qui in modo molto sintetico.
Fedeltà al testo: mediocre. Purtroppo in Italia i registi hanno la pessima abitudine di prendersi tutti gli arbìtri che vogliono rispetto al testo originale, e Lavia non si distingue in positivo dalla media. Un direttore d’orchestra non si sognerebbe mai di tagliare una battuta di una sinfonia di Beethoven “perché non gli piace” o “non la trova moderna”, né di affidare la parte dei violini a una chitarra elettrica, né tanto meno di aggiungere un finale nuovo. I musicisti non approverebbero, il pubblico fischierebbe. Bene, questo sacrosanto rispetto del testo, che esiste nelle sale da concerto, nel teatro di prosa, in Italia, oggi non esiste. La messa in scena di Lavia, per quanto rispetti il novanta per cento del testo, non inizia né finisce con le battute che ha scritto Ibsen. Il finale soprattutto è stato in buona parte riscritto, lasciando un messaggio più ambiguo di quello voluto da Ibsen (e a tratti addirittura comico!).
Interpretazione: eterogenea. Molto bene le donne, Giorgia Salari (Betty, la moglie del console Bernick), Viola Graziosi (Marta), Camilla Mino Favro (la giovane Dina), e Federica di Martino (la signorina Lona); anche se avrei preferito che Lona avesse una risata meno sguaiata (essere uno spirito libero e ribelle è diverso da essere volgari). Tra gli uomini non mi è piaciuto il professor Rolund, che viene ridotto a un fantoccio ridicolo e senza spessore; mentre Johan Tonnesen mancava un po’ di carisma.
Lavia, che interpretava il protagonista, il console Bernick, mi ha lasciato decisamente perplesso. Per tutta la prima metà del dramma ha recitato in maniera ostentatamente finta, pronunciando le sue battute come una sorta di litania inespressiva, rapidamente e senza soluzione di continuità, quasi senza prendere fiato. Negli ultimi due atti, nelle scene in cui sale la tensione drammatica, è stato costretto a derogare da questa auto-imposizione e per fortuna ha recitato più umanamente, risultando quindi più credibile.
Eleganti e ineccepibili scene e costumi, rispettivamente di Alessandro Camera e Andrea Viotti.
Molti e importanti sono i temi affrontati in questo dramma ‒ l’ipocrisia, la menzogna che rende schiavi, la forza della verità, le conseguenze del prendere le “scorciatoie” ‒ ma per questo servirebbe un altro post.
Qui trovate la locandina completa.

Segnalo anche quest'altra recensione, un po' più estesa della mia e in qualche modo complementare http://www.teatroecritica.net/2013/11/i-pilastri-della-societa-quando-il-testo-e-piu-attuale-della-messinscena/
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Perché il \”disonesto Lavia\” non scrive in locandina \”da Ibsen\” invece di \”di Ibsen\”???
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In genere si scrive \”tratto da\” solo quando è quasi completamente riscritto… qui Lavia si è \”limitato\” a cambiare qua e là qualche battuta e aggiungere qualche breve scena. Magari sarebbe stato più corretto scrivere almeno nel programma di sala che il finale era parzialmente riscritto, questo sì. Anche perché nel finale di Ibsen, il console Bernick si pente effettivamente della sua condotta e si rimette alla volontà dei cittadini; mentre nel finale di Lavia, Bernick usa della retorica, essenzialmente autoassolvendosi (da cui le risate del pubblico), con la volontà di mantenere tutto il suo potere.
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