Ieri ho assistito alla seconda replica della Manon Lescaut diretta da Riccardo Muti al Teatro dell’Opera, ricevendo complessivamente una grande delusione.
Tutto il fuoco autentico e sanguigno che Muti è in grado di mettere anche nelle meno riuscite opere verdiane, diventa poco più che una fredda fiamma dipinta quando affronta la Manon Lescaut di Puccini, quest’opera magnifica e piena di passione, primo capolavoro assoluto del maestro lucchese.
Si sa che a Muti Puccini non piace. Lo si desume anche dai suoi scritti: di tre libri che ho letto (e recensito su questo blog) il nome di Puccini compare una sola volta, en passant, e accennando proprio alla Manon Lescaut (deve essere quella che gli dispiace di meno, probabilmente). I gusti son gusti e alle affinità elettive non si comanda, ma allora perché dirigerlo? Astenendosene ci guadagnerebbe Muti, il pubblico e Puccini. (Uscendo dal teatro sentivo un signore che diceva “ci vuole coraggio a mettere in scena quest’opera”… Ma scherziamo?!)
La prima grande delusione, a livello direttoriale, l’ho ricevuta nel secondo atto, nella scena Ah, sarò la più bella, quando arriva Des Grieux in camera di Manon: tutto il palpito, lo sgomento, il fuoco, che dovrebbe accendersi in questa scena era semplicemente assente. Il nulla. Una scena inutile. Inizialmente ho pensato che Muti si fosse permesso di stravolgere la dinamica. A casa ho riascoltato con la partitura davanti la registrazione che hanno messo su youtube: in realtà no, Muti dà una lettura formalmente abbastanza “corretta” della partitura, quello che manca non è semplice da capire tecnicamente. Posso però dire che la lettura di Bruno Bartoletti è immensamente superiore: lì c’è il fuoco e l’emozione, lì la scena ha un’urgenza inderogabile. Forse è questione di un’agogica più serrata, dei crescendo più accentuati… cosa cambia a livello tecnico lo potrebbe dire meglio di me un direttore d’orchestra. Bartoletti aveva a disposizione voci migliori, ma può essere una giustificazione solo fino a un certo punto.
Passiamo quindi alle voci. Io ho assistito alla recita senza la diva Netrebko, con Serena Farnocchia nel ruolo di Manon. La Farnocchia ha sostenuto il ruolo bene, senza particolari défiance ma neppure con vette da applauso a scena aperta. Il tenore, Yusif Eyvazov, aveva una voce abbastanza grande ma sgraziata e alla fine è stato anche l’unico contestato. Come Geronte c’era Carlo Lepore, uno dei miei bassi preferiti tra quelli attuali, ma il ruolo (e la regia, e la direzione) non gli ha permesso di risaltare più di tanto.
La regia di Chiara Muti non è stata particolarmente brillante, a livello recitativo c’erano molte azioni che non convincevano. Una su tutte, quella di No, pazzo son… in cui Des Grieux implora il comandante di farlo imbarcare come mozzo. In quel punto non ha senso che Des Grieux continui a implorare brandendo la spada: deve gettarla a terra subito.
Belle e semplici le scene di Carlo Centolavigna, eleganti i costumi di Alessandro Lai: ma non basta.

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Avrei gradito un giudizio sulla prestazione della Netrebko…ma in questa recita era sostituita!
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Tutti ne parlano bene, ma purtroppo ho il rimpianto di non essere riuscito a trovare il biglietto nelle sue date. Comunque la direzione resta quella, memorabile più di tanto non può essere stata.
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Non ho personalmente assistito alle recite romane della \”Manon Lescaut\” pucciniana diretta da Muti ma consiglierei vivamente a Pizzi di ascoltare/vedere (esistono dvd e cd) l'edizione della Scala di qualche anno fa e probabilmente capirà che dire che a Muti Puccini non piace è un tantino esagerato. Ovviamente rigorosamente con partitura alla mano, forse si ricrederà.
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