In ricordo di Manlio Sgalambro

Sento in qualche modo il dovere di ricordare questa grande personalità che oggi è scomparsa all’età di 89 anni. Manlio Sgalambro, filosofo e poeta, è stato, a mio avviso, uno degli intellettuali più incisivi e profondi del Novecento.
Sgalambro ha avuto una carriera letteraria abbastanza anomala. La sua opera d’esordio, La morte del Sole, risale al 1982 (Adelphi), quando cioè aveva già 59 anni. Prima di allora aveva scritto solo degli articoli in riviste specializzate e un breve saggio. Questo esordio così tardivo fu dovuto, almeno in parte credo, a una sua scelta,come trapela da un suo scritto, in cui parla di un «lungo esitare». In effetti una cifra caratteristica di Sgalambro è l’estrema erudizione: era un virtuoso della citazione difficile, un’arte che si può affinare soltanto dopo decenni di letture.
«L’erudizione non dà intelligenza» dice Eraclito in quel famoso frammento rivolto a Pitagora. E questo è vero, ma non era il caso di Sgalambro in cui l’erudizione era sostenuta da una piena comprensione e grande capacità critica, a volte persino feroce nella sua lucidità. In alcuni degli articoli apparsi oggi si dice che fu influenzato da Nietzsche. A ben vedere Sgalambro ha demolito Nietzsche come mai nessuno prima di lui (a parte forse Wagner, ma quella è un’altra storia). I filosofi che più hanno influenzato Sgalambro ‒ o che Sgalambro più ammirava ‒ erano altri: Seneca, Spinoza, Schopenhauer ed Hegel. Secondo Sgalambro, Nietzsche è soltanto un maldestro epigono di Schopenhauer.
Lo strano e fortunato incontro con Battiato lo portò alla notorietà, paradossalmente più come librettista (La cura), che come filosofo. (Dico paradossalmente perché tra duecento anni le canzoni di Battiato saranno ricordate come molti madrigali del cinquecento: testi del Tasso, musiche di Anonimo. I posteri scriveranno: «Un cantante all’epoca famoso, il cui nome oggi ci risulta abbastanza oscuro, musicò alcuni testi di Manlio Sgalambro»).
Nel corso degli anni novanta e fino ai primi anni del duemila Sgalambro ha pubblicato una decina di saggi con Adelphi, che rappresentano il suo lascito più importante. Tra essi spiccano il Trattato dell’empietà(«Teologie non religiose sono oggi possibili come ieri le geometrie non euclidee»), Del pensare breve («Nobilitare Dio affermando che non esiste è cosa inconsueta e asiatica»), e Anatol, forse il suo capolavoro, summa della sua filosofia (l’incipit: «Il mistero del filosofo è tale che soltanto un numero incredibilmente piccolo di individui lo conosce»). Tutti i suoi scritti sono caratterizzati da un’estrema durezza, spesso volta a sfatare i luoghi comuni dell’intellighenzia contemporanea. Definirei la sua scrittura «un’operazione da chirurgo senza anestesia». Emblematico già dal titolo, in questo senso, Dell’indifferenza in materia di società, in cui Sgalambro afferma: «La finzione della rappresentanza politica non attenua la mia indignazione. Che un altro mi rappresenti lo trovo tanto assurdo quanto essere redento dal mio vicino di casa». Sempre sulla stessa linea, nella Conoscenza del peggio, scrive: «Oggi soltanto la politica, a tutti gli effetti, fronteggia il deludente quadro della vita, attizzando speranze di cui la più squallida delle religioni si vergognerebbe».
In una sua opera Sgalambro scrive (cito a braccio): «Ogni filosofo ha la sua ‘evidenza’, nessuno può strappargliela. Neanche al più concessivo Seneca potete strappare la sua evidenza». Ebbene Sgalambro era uno dei rarissimi filosofi contemporanei che aveva la sua ‘evidenza’, la sua ‘Verità’, ed è forse questo il motivo per cui sarà ricordato anche tra duecento anni. Sì, mi sento di affermare che tra un paio di generazioni nessuno dei filosofi contemporanei sarà ricordato se non Sgalambro. Qualcuno dirà: e Giorello, Cacciari, Reale…? Quelli sono professori universitari, non sono filosofi. Potranno anche essere brave persone, colte e di buon senso, ma non filosofi da entrare nell’Olimpo di questa disciplina. Neppure Croce, Gentile o Bobbio, al di là del loro importante ruolo storico, possono essere considerati filosofi significativi se usciamo dalpolveroso ambito accademico. Oso dire che dai tempi di Pomponazzi e di Vanini non abbiamo avuto in Italia un filosofo così importante.
Perché è stato finora così sottovalutato? Perché era un filosofo senza scuola, senza posizione universitaria, che non ha mai puntato a farsi dei colleghi e amici, e che ha invece sempre seguito il rigore del suo pensiero. Lo ha detto con molta onestà anche Cacciari apprendendo della sua scomparsa. Tutto sommato è già tanto che sia stato pubblicato da Adelphi (forse una delle cose più importanti che ha fatto questa casa editrice).
Influenze di Sgalambro su autori contemporanei non ne conosco, ma potrebbe essere semplicemente una mia ignoranza. Per quel che mi riguarda posso dire che ha avuto una grande influenza sul mio primo romanzo Lucio ‒ Episodi della vita di un ‘eretico’, e più in generale sulla mia formazione filosofica. Èstato il primo autore di cui ho letto l’opera omnia e colui che mi ha indirizzato e guidato nei meandri più oscuri della Filosofia. Ci ha lasciato un grande.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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