Non basta qualche ora per riprendersi dall’ultimo film di Lars von Trier. È un film che lascia disorientati ed è veramente difficile giudicarne il valore. Scriverò qui di seguito alcune impressioni sparse.
Il sesso è un argomento difficile da trattare in un’opera d’arte perché si riferisce al nostro istinto più forte e brutale, che, se viene aizzato, pone fine a ogni ragionamento. È come ragionare quando si ha fame: non si può. «La parte interessante della vita inizia quando gli istinti primari sono soddisfatti» dice Orwell da qualche parte. Von Trier riesce, ma soltanto in parte, nella difficile sfida di trattare il sesso in modo distaccato senza andare a stimolare l’appetito sessuale dello spettatore. È un film più morale di quanto ci si potrebbe aspettare, ma non mi pare arrivi molto in alto.
Gli aforismi che ogni tanto spuntano fuori risultano abbastanza insipidi, come: “Divido le persone in due categorie: quelle che tagliano le unghie prima alla mano destra, e quelle che tagliano le unghie prima alla mano sinistra”; o il più pretenzioso, che fa da incipit al film: “Forse l’unica differenza tra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte, forse è questo il mio unico peccato”.
La similitudine tra la polifonia bachiana e l’armonia che sentirebbe la ninfomane con tre amanti diversi in parallelo sorprende e lascia perplessi allo stesso tempo.
Che emozioni trasmette, commuove? No. Fa ridere? A tratti. Disgusta? Spesso. Fa riflettere? Anche. Se ne esce migliorati o peggiorati? Non lo so. Probabilmente questo è uno degli effetti del fare un film “senza voler mandare un messaggio”, come ha dichiarato Von Trier, in accordo con la moda attuale.
Da una bella esecuzione del Flauto magico di Mozart se ne esce ristorati, col cuore pieno di gioia e la voglia di fare bene. Da un film come questo se ne esce mezzi intossicati.
Leggendo le varie dichiarazioni degli attori ho trovato ironicamente paradossale come a fronte di tanto preteso realismo si affrettino tutti a dire di non aver fatto sesso sul set e che Stacy Martin, la giovane ninfomane, è stata messa “completamente a suo agio” dal regista che l’ha trattata come fosse suo zio, e che ogni giorno perdeva cinque ore per farsi montare una vagina finta addosso… mentre per le scene di sesso c’era un set separato con gli attori porno, una sorta di anonimo carro bestiame al servizio degli esseri umani.
Con i tagli la prima parte dura 120 minuti, complessivamente la versione non censurata durerà cinque ore e mezza, quasi il doppio del Don Carlo di Verdi. Poi vi lamentate della lunghezza delle opere…
Non crea bellezza. Questa è forse la maggiore accusa che posso muovere contro Nymphomaniac. È un film che mostra una forte personalità registica e fa riflettere, ed è già qualcosa, ma non crea bellezza, come ci si dovrebbe aspettare da un’opera d’arte. Descrive la vita di una donna di uno squallore infinito, e vengono inanellate con un certo talento narrativo decine di scene degradanti che mostrano la vuotezza del sesso fine a se stesso. Ma che c’è di bello in tutto ciò? Se la bellezza salverà il mondo questo film non aiuterà a salvarci.
In una società che ci sbatte in faccia donne nude e provocanti in ogni angolo della strada, in ogni film, in ogni palestra, per non parlare di internet, mi viene voglia di chiudermi per un mesetto in un monastero per ritrovare un poco di concentrazione. Sono estremamente contento di aver finito questa sciocca e importuna recensione.
