Superficialmente si potrebbe pensare a Marilyn Monroe come a una donna di successo, spensierata, simbolo di bellezza e attrazione sessuale, “la donna più fortunata del mondo”. Ma chi vuole farsi un’idea della vera vita di questa donna e del dramma che visse, dovrebbe leggere After the fall(“Dopo la caduta”) di Arthur Miller. Oltre ad essere stato forse il più grande drammaturgo del XX secolo, Arthur Miller fu infatti, per un breve e tormentato periodo, il secondo marito di Marylin, al secolo Norma Jeane Mortenson.
Una struttura innovativa. Il dramma, forse il più autobiografico dell’intera produzione del drammaturgo statunitense, va ben oltre i meri fatti privati e può essere considerato un’opera d’arte completa sotto tutti profili. Intanto la struttura, fortemente innovativa per l’epoca, ha aperto nuove strade al teatro. Il dramma si svolge “nella mente del protagonista”, Quentin, che fa il punto della situazione sulla sua esistenza, come alla fine di un incubo. Dietro di lui ci sono tre pedane e la torre di un campo di concentramento, che si illuminano o cadono nel buio a seconda delle scene e dei dialoghi. Tutte le persone che hanno avuto su di lui maggior influsso e alcuni degli eventi principali della sua vita si susseguono in una sorta di flusso di coscienza che li intreccia per associazioni e rimandi, come avviene in sogno o come quando ci abbandoniamo a ricordi e riflessioni su noi stessi. La cosa straordinaria è che a questo apparente caos, nel quale appaiono e scompaiono persone come fantasmi e che spazia dall’infanzia del protagonista alla terza moglie, Arthur Miller riesce a dare una compattezza drammaturgica pari a quella di qualsiasi altro dramma tradizionale nel quale siano rispettate unità di tempo e luogo.
Marylin dietro le quinte. Il dramma è molto esteso e tratta vari temi, dal rapporto genitori-figli al fatto di sentirsi troppo ipocritamente “innocenti”, il “dopo la caduta” del titolo allude proprio a questo riferendosi metaforicamente alla caduta di Adamo. Nel primo atto prevale la questione di un processo, dovuto al “vento di follia” che coinvolse l’America in quegli anni di guerra fredda e maccartismo, che Miller visse sulla propria pelle come imputato con l’accusa di comunismo: ingenuità ed errori del passato che si riperquotono sul presente (un tema di ascendenza ibseniana). Nel secondo atto, invece, assume un ruolo preponderante Maggie, questa ragazza bellissima e disinibita, ingenua e maliziosa, che da semplice commessa diventa una star della televisione, e poi moglie del protagonista. Lei è una donna senza cultura che sente tutta la sua inferiorità rispetto al grande uomo, Quentin – nella finzione un illustre avvocato –, e anche per questo se ne sente attratta in modo speciale. È il primo uomo che non le salta subito addosso e che la tratta con dignità, e grazie al coraggio che ciò le infonde lei riesce a diventare famosa. Quentin è attratto, oltre che dal corpo, dalla sincerità fuori dal comune di Maggie. I due finiscono per innamorarsi, ma il loro rapporto degenera per l’insicurezza di lei che la porta da un lato a degradarsi e a tentare più volte il suicidio, abusando di alcol e barbiturici, dall’altro a insuperbirsi per il successo e quindi a fare spese folli e pretendere l’impossibile dai sottoposti e dal marito stesso, umiliandolo e tradendolo in continuazione. (Leggendo la biografia di Marylin e cambiando i dovuti nomi e dettagli superflui si ritrova più o meno tutto). Il conflitto tra i due diventa un inferno – che ricorda a tratti la fase finale dell’amore tra Vronski e Anna Karenina – una sorta di bomba dilaniante che esplode nella mente di Quentin, dal quale egli si salverà nell’unico modo forse possibile: abbandonando Maggie e lasciandola suicidare. Come è poi successo anche nella realtà con Marylin. Questo è quello di reale che rimane dietro l’immagine di cartapesta di un’icona pop del ’900.
Scellerata Einaudi. Non so quale altro aggettivo utilizzare nei confronti dell’Einaudi, che si è permessa di lasciare quest’opera fuori catalogo – assieme a tante altre di Arthur Miller! –, mentre al contempo si prodiga nel pubblicare e sostenere autori contemporanei di poco o nessun valore. La traduzione di Gerardo Guerrieri pubblicata dall’Einaudi nel 1964 (lo stesso anno in cui uscì in America) è peraltro ottima, a volte addirittura superiore all’originale.
Albertazzi e Monica Vitti. Nell’introduzione leggo che la prima italiana avvenne lo stesso anno in cui uscì in America, con protagonisti Giorgio Albertazzi e Monica Vitti, sotto la regia di Zeffirelli. Alcune recensioni dell’epoca si trovano ancora sul web e meritano di essere rilette. La pièce suscitò anche in Italia un interesse enorme; c’era all’epoca un’attenzione per il teatro che oggi appare soltanto un lontano ricordo. Il guaio è che fu un’attenzione forse un po’ superficiale, nella quale probabilmente giocavano un ruolo i fatti freschi di cronaca di cui si parlava nel dramma. Ma al di là della cronaca, si tratta di un’opera di valore permanente, che merita un posto fisso nella letteratura del teatro “classico” e non può essere dimenticata così impunemente.
