Cose di Cosa Nostra, il testamento di Falcone

«La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società».
«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inerti cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni».
A ventidue anni dalla strage di Capaci,avvenuta il 23 maggio 1992,penso non ci sia modo migliore di commemorare Giovanni Falcone che tornare a parlare di Cose di Cosa Nostra, questo libro-intervista, ormai un classico della letteratura in materia, in cui il grande magistrato delinea a grandi linee la struttura della mafia e i momenti di svolta nelle indagini che portarono allo storico evento del famoso “maxiprocesso”, senz’altro una delle pagine di storia più importanti del nostro Paese dal dopoguerra a oggi.
Molti uomini sono stati uccisi dalla mafia, in pochissimi si trovano le qualità straordinarie di Giovanni Falcone. Sia da questo libro che da tutte le testimonianze di chi lavorò con lui emerge la grande lucidità nelle analisi e la straordinaria personalità di quest’uomo, a cui l’FBI ha dedicato persino una statua alla scuola di addestramento di Quantico (Virginia). Fu il primo a usare metodi moderni contro la mafia cercando una visione globale e non relegata ai singoli omicidi, il primo a cercare le prove nei conti in banca, il primo a collaborare con le forze investigative degli altri paesi, in particolare con l’FBI, il primo a mettere a frutto le dichiarazioni di un pentito.
Ma fu anche il primo a trattare i mafiosi come uomini: «Provate a mettervi nei loro panni: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’associazione più seria e più solida di uno stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra». Buscetta parlò perché di Falcone si fidava. Non nel senso che si aspettava da lui favori o che diventassero amici, come malignarono vergognosamente parecchi giornalisti, ma nel senso che tra loro si instaurò un rapporto professionale di assoluta lealtà e professionalità. Buscetta disse il vero, e Falcone, con l’aiuto dell’allora vicequestore De Gennaro, si adoperò, tra mille difficoltà, per garantirgli la sopravvivenza contro le terribili ritorsioni di Cosa Nostra.
Avendo letto le parole e i fatti che riguardano Giovanni Falcone, se dovessi accostarlo a un personaggio del passato, penserei a Catone l’Uticense o a un’altra di quelle figure intrepide di cui parla spesso Seneca, uno di quelli che preferirono la morte alla sconfitta. Èparadossale ed è degno di riflessione come la vita di uno dei più grandi uomini della nostra epoca sia stata costellata da una miriade di sconfitte e veleni, non tanto — o perlomeno non solo — provenienti dalla mafia come ci si sarebbe aspettato, ma anche dalla magistratura, dalla politica, dai giornalisti, persino dalla gente comune: insomma da una fetta non irrilevante della cosiddetta società civile. (Ma in fondo, a Cristo, mutatis mutandis, andò diversamente?…)
Come ricorda Borsellino in una delle sue ultimissime interviste, Falcone dopo aver istruito il maxiprocesso, quando avrebbe dovuto essere portato in trionfo da tutti, fu “bocciato” tre volte consecutive: quando si candidò come successore di Caponnetto all’Ufficio Istruzione per dirigere il pool antimafia di Palermo, quando si candidò al CSM, quando si mise in corsa per la superprocura. Fu attaccato da Leoluca Orlando che lo accusò, in tv e poi con un esposto, di tenere nel cassetto carte e informazioni segrete, fu attaccato con accuse infamanti da mille articoli di giornali che lo accusavano di tutto, addirittura di essersi “costruito” il mancato attentato all’Addaura dove si salvò per un nonnulla. Persino i coinquilini del suo palazzo a Palermo si lamentarono del rumore delle sirene, dei fastidi della scorta…
Ora gli è stato dedicato il nome di un aeroporto — a lui e a Borsellino –, e il suo ricordo è vivissimo in tutti noi (lo dimostrano le innumerevoli pubblicazioni sull’argomento). Ma fa comunque riflettere un aneddoto raccontato da Giuseppe Ayala, amico intimo di Falcone e pm al maxiprocesso. Ayala, nel suo libro Chi ha paura muore ogni giorno, racconta che quando fu invitato a New York per la campagna elettorale di Rudolph Giuliani: «Nel momento in cui si accingeva a parlare del ruolo avuto da Giovanni Falcone [nella lotta alla criminalità organizzata], si alzò in piedi e solo dopo pronunciò, abbracciandomi con gli occhi visibilmente lucidi, “the name of our great friend”. Tutti i giornalisti presenti, a quel punto, si alzarono a loro volta e salutarono quel name con un lungo, commosso applauso…». Una testimonianza non da poco.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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