Il Giulio Cesare di Shakespeare: una traduzione moderna e sintetica


Il teatro è sintesi. Non è solo questione di lunghezza complessiva: uno spettacolo di mezz’ora può essere prolisso, come uno di tre ore può essere sintetico. Èquestione di densità. Molto del mio sforzo è stato volto a rendere i versi di Shakespeare con il minor numero di parole (e talvolta di sillabe) possibili. In questo modo ho voluto anche sfatare il luogo comune secondo cui l’italiano sarebbe per sua natura più prolisso dell’inglese: mi sono imposto di non superare la lunghezza dell’originale, tanto che alla conta delle parole e dei caratteri la mia versione è più corta di un paio di pagine. La possibilità di lasciare il soggetto sottinteso, per esempio, è un piccolo vantaggio, ma è soprattutto la vastissima ricchezza lessicale dell’italiano che, se ben sfruttata, permette di raggiungere una grande incisività. Inoltre, nello specifico di questo lavoro, l’uso della prosa, mi ha svincolato dalla rigorosa metrica del verso, affrancandomi da ridondanti parole di “riempimento”.

La mia non è una traduzione letterale: èpiuttosto una traduzione pensata per la messa in scena, come d’altra parte era, e rimane, il fine originario dell’opera. Ciò non toglie che si possa apprezzare anche nella lettura, anzi, sono convinto che le due cose vadano di pari passo. Per raggiungere il mio fine ho cercato la fedeltà allo spirito, anche a costo dell’infedeltà alla lettera. In qualche caso ho persino omesso l’uso di qualche artificio retorico (apostrofi, anafore, terza persona riferita a se stessi, e diversi vocativi…), cercando però sempre di non cadere nella sciatteria di un linguaggio troppo colloquiale. Forse è proprio questa la sfida più ardua che si presenta al traduttore contemporaneo: quella di rendere la vivezza delle infinite metafore scespiriane senza forzature, sia verso il registro alto, sia verso quello basso. Come metodo di lavoro, ho approntato una prima traduzione abbastanza letterale, che poi ho revisionato, quasi come fosse un testo mio, cercando di renderlo più fluido e conseguente possibile.

Il Giulio Cesare di Shakespeare è scritto prevalentemente in pentametri giambici non rimati, cioè in decasillabi con gli accenti, di norma, sulle sillabe pari. Sono presenti soltanto tre passaggi in prosa, tutti e tre con solide giustificazioni teatrali: il racconto di Casca (come potrebbe, una persona scontrosa e seccata esprimersi in versi?), il famoso discorso di Bruto (che, nella sua semplicità, si contrappone alla retorica di Antonio), la missiva di Artemidoro (leggendo una lettera si “esce” dalla convenzione del parlato; in un altro contesto, si pensi alla lettera di Lady Macbeth nel Macbeth di Verdi…). Nonostante ciò, ho creduto impresa disperata tradurre in versi, per un semplice motivo: nessun dramma italiano in forma metrica, neppure se scritto da grandissimi poeti come Ariosto, Alfieri e D’Annunzio, ha superato la prova del tempo. Certo si leggono ancora, ma nessuno è più in repertorio da vari decenni, perché all’orecchio moderno appaiono difficilmente accettabili. (C’è poi la testimonianza di Goldoni, che invece riempie ancora i teatri: egli aveva scritto diverse commedie in versi martelliani, ma l’aveva fatto inchinandosi alla moda dell’epoca, come lui stesso ammette, perciò poi si prese la briga di volgerle in prosa per i posteri). Ciò non toglie, che pure nell’ambito della prosa, ho cercato un ritmo e una musicalità confacente al discorso.
Altro problema sono i giochi di parole, spesso presenti e spesso intraducibili, se non cambiando completamente area semantica. Per esempio, nella prima scena il calzolaio gioca con l’ambiguità di «soul», che in inglese significa sia «anima» che «suola» (letteralmente dice: «Faccio un mestiere, signore, che spero di esercitare con buona coscienza; e consiste, nei fatti, signore, nel medicare le cattive anime/suole»); nell’impossibilità di renderlo letteralmente, ho optato per un gioco di parole completamente diverso: «Un mestiere, signore, che spero di fare con i piedi ben piantati per terra; e che consiste, nei fatti, signore, nel dare una mano agli spiantati». Trovo che sia fondamentale, soprattutto in una tragedia come questa, rendere adeguatamente le scene che dovrebbero strappare un sorriso nello spettatore. Si tratta di pochi momenti, che sono però presenti, e hanno una funzione drammaturgica essenziale, ossia quella di alleggerire l’atmosfera, evitando la marmorea e disumanizzante monotonia di una tragedia senza una battuta di spirito. Spirito di cui Shakespeare certo non mancava, e anche per questo lo ammiriamo tanto. (Debbo invece rilevare che la maggior parte sia delle traduzioni, sia delle messe in scena “serie”, non rendono adeguatamente lo humour scespiriano, appiattendo le battute brillanti a vuoti e noiosi momenti di transizione).
Nell’in-folio del 1623 (che contiene la prima edizione del Giulio Cesare), le sole didascalie presenti sono quelle di entrata e uscita in scena dei personaggi. Con molta parsimonia, ho aggiunto altre didascalie apocrife, specialmente dove potevano illuminare il significato delle battute. In alcuni passi particolarmente oscuri mi sono preso la responsabilità di scegliere un’interpretazione chiara, a costo di fare scelte che vanno al di là del testo esplicito. Per dirimere alcuni passi mi sono rifatto a Plutarco, la fonte principale di Shakespeare; in particolare le Vitedi Giulio Cesare e Bruto, dalle quali sono tratte praticamente tutte le scene del dramma. Per esempio, la didascalia che ho aggiunto nel III Atto, secondo cui il poeta Cinna viene ucciso, mi pare che sia più che giustificata dal racconto di Plutarco, da cui la scena è chiaramente tratta.
La presenza di ben quaranta personaggi (!), più le comparse, costituisce senz’altro un inconveniente strutturale del dramma, soprattutto per la rappresentazione. Certo, si potrebbe obiettare, uno stesso attore può interpretare più ruoli; ad esempio, chi fa Marullo, che compare solo nella prima scena del primo atto, può benissimo recitare le quattro battute di Stratone nel V atto. (C’è una singolare ma significativa testimonianza di un certo Thomas Platter, che nel suo diario racconta di aver visto a Londra, nel settembre-ottobre del 1599, un dramma su Giulio Cesare recitato da «una quindicina di attori», e gli studiosi concordano che in quelle date a Londra poteva essere in scena solo il Giulio Cesare di Shakespeare). Rimane il problema di avere in scena personaggi sempre diversi che confondono un po’ lo spettatore. Da drammaturgo non riesco a giustificare questa scelta e mi chiedo perché Shakespeare, ammesso che non ci siano state manomissioni postume, abbia commesso l’“ingenuità” di scomodare così tanti personaggi per poche battute. L’unica risposta che riesco a congetturare è un fine didattico. Shakespeare aveva un pubblico costituito prevalentemente da popolani, persone che non avrebbero mai letto Plutarco, e la cui unica fonte di istruzione era proprio il teatro. Allora il dramma storico assurgeva anche al nobile ruolo di maestro di storia. D’altra parte, se ogni tanto compare qualche oscuro Stratone per dire un paio di battute, pazienza: si può vedere il Giulio Cesare come un turbinio di eventi che accadono attorno ai tre personaggi principali: Bruto, Cassio e Antonio.
Volendo, con piccolissime modifiche si può ridurre a venti il numero dei personaggi parlanti. Per esempio le uniche tre battute di Cicerone possono essere attribuite e recitate senza problemi da Popilio, un altro senatore che compare per due sole battute.Lo stesso dicasi per il personaggio di Catone il giovane, o meglio il figlio di Catone il giovane, che si potrebbe eliminare espungendo una sola battuta, e attribuendone altre due a Messalla, senza togliere una virgola al corso del dramma. Diversi personaggi subalterni si potrebbero poi “unificare” seguendo la stessa linea. Ma questo è comunque più un problema della messa in scena che della lettura.

Mi è d’obbligo ricordare che nel mio lavoro mi sono confrontato con le seguenti traduzioni: Gabriele Baldini, in prosa (BUR, 1963); Goffredo Raponi, in versi (LiberLiber, 2000); nonché quella abbastanza libera di Eugenio Montale, a mio avviso la migliore, trasmessa alla radio dalla RAI il 18 gennaio 1955 (ascoltabile su http://www.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-657ef682-91e7-4a0e-a8b6-df0d4e27e0e9.html# ). Infine, ho trovato molto utili i glossari e le note presenti sul sito http://www.shakespeareswords.com/.

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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