La notizia di ieri del presunto avvistamento di Majorana in Venezuela mi ha abbastanza sbalordito, non tanto per l’ipotesi in sé, dato che questa dell’emigrazione in Sud America è una pista che periodicamente rispunta fuori (naturalmente sempre in città, paesi e modalità completamente diverse e incompatibili… ma cosa importa!), quanto per la fonte. Sembra incredibile che un magistrato sia arrivato ad avere la «certezza» (così affermano i giornali), che Majorana abbia soggiornato dal ’55 al’59 in Venezuela sotto le false spoglie del signor Bini, suffragando questa «certezza» con prove tanto labili.
Vediamo dunque quali sono queste prove.
1. Una foto di un signore anziano, che analizzata dal RIS, sarebbe compatibile con quella del padre di Majorana (neanche di Ettore, ma del padre). Ora, a parte il fatto che il soggetto della suddetta foto non somiglia per niente a Ettore Majorana, ma anche scientificamente questi test hanno un certo margine d’errore (20%, 30%?), e a forza di tirare fuori foto, una compatibile la si trova. (Solo un paio di anni fa ne era stata trovata un’altra compatibile con un uomo vicino a Eichmann, in Argentina).
2. Una cartolina scritta negli anni venti (una quindicina di anni prima della scomparsa di Ettore!) dallo zio di Majorana, neanche indirizzata a Ettore, ma a W.G. Conklin. Ora, secondo quale nesso logico questa cartolina sarebbe una prova che il signor Bini era Majorana, seppure fosse vero sia stata ritrovata nella macchina di questo signor Bini?
3. La testimonianza di un meccanico che avrebbe descritto quest’uomo con un profilo psicologico «compatibile» con quello di Majorana: cioè un uomo schivo che non amava farsi fotografare e che aveva la macchina ingombra di carte…
Tutto ciò mi pare ridicolo. E se mi chiedo a chi giova, vedo solo il nome di un magistrato, che con questa storia è riuscito a farsi una gran pubblicità arrivando su tutti i giornali nazionali.
Per quale motivo poi Majorana sarebbe emigrato in Venezuela? Non è dato sapere.
Se invece guardiamo ai documenti storici, e alle testimonianze di chi lo conobbe, troviamo un percorso personale difficilmente compatibile con questa fuga in Venezuela (escludere, non si può escludere nulla).
Per quanto riguarda l’analisi su cui si fonda il mio dramma teatrale, ricordo i seguenti fatti:
Majorana si chiude in isolamento dal ’33 interrompendo bruscamente la sua carriera scientifica (qui è la chiave della mia analisi).
Ha disturbi gastrici e una specie di esaurimento (e altro?), tanto da avere, quando si trasferisce a Napoli, un’infermiera personale.
A Giuseppe Occhialini, nel ’38, manifesta esplicitamente intenti suicidi (Occhialini lo dichiarò in un’intervista rilasciata a Bruno Russo poco prima di morire, Ettore Majorana, un giorno di marzo).
Preleva tutti i soldi in banca e prende il passaporto.
Poche settimane dopo, prima di scomparire, lascia una lettera con chiari intenti suicidi.
In un primo momento ci ripensa, e poi fa perdere definitivamente le sue tracce, forse nascondendosi in un convento.
Nel ’39 la polizia smette di cercarlo, la polizia e la famiglia lo danno per morto (vedere Un punto fermo sulla vicenda Majorana, di F. Guerra e N. Robotti).
Sempre nel ’39 Giovannino Gentile, suo amico intimo, in una lettera autografa accosta il suo «destino» e la sua «suprema decisione» a quelli di Manià, matematico morto suicida nello stesso periodo (Tra scienza e lettere, P. Simoncelli).
Nessun altro, di chi lo conobbe, ne ebbe più notizie.
La sua fine rimane a tutt’oggi misteriosa, anche se il suicidio o una grave malattia che l’abbia ucciso entro il 1939 sembrano le ipotesi più accreditate.
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Perché, se si voleva suicidare, ha fatto in modo che prima si perdessero le sue tracce? Anche a questo do una spiegazione, forse non dimostrabile ma abbastanza semplice: non voleva che la madre lo sapesse.

