La grandezza di Germi e la miseria dei critici

Pietro Germi, con i suoi soli diciannove film, ha lasciato probabilmente uno dei maggiori contributi al cinema del Novecento. Non solo del cinema italiano, ma del cinema mondiale.

Noi italiani dovremmo apprezzarlo più degli altri, perché il suo cinema ha descritto l’Italia con una capacità visiva, un rigore etico e una sapienza drammaturgica che difficilmente si riscontra, spesso neppure in minima parte, in altri registi. Ha descritto l’Italia anteguerra, dell’immediato dopoguerra, e quella del boom economico, sapendo far ridere e piangere con la stessa intelligenza.

Nonostante questo, Germi è stato umiliato e offeso, e peggio ancora dimenticato proprio dalla critica italiana. Le sue analisi sull’ipocrisia della società erano evidentemente troppo originali per essere comprese, o troppo vere e scomode per essere accettate. La lontananza da qualsiasi faziosità l’ha poi isolato e lasciato privo di quelle coperture di cui altri registi di minor valore e di maggior opportunismo hanno goduto.

Tracce di questo livore della critica nostrana possono ancora rilevarsi nel momento in cui scrivo (6 aprile 2015) su diverse pagine della versione italiana di Wikipedia.

Prendiamo per esempio Il testimone (1945), l’esordio alla regia di Germi. Pur essendo un’opera prima, già mostra delle qualità straordinarie. Il protagonista si chiama Pietro Scotti, interpretato da Roldano Lupi: è imputato per assassinio a scopo di rapina e per questo viene condannato a morte (in Italia la pena capitale fu abolita tre anni dopo, nel ’48). Ma l’avvocato difensore, grazie a un sotterfugio, riesce a mettere in crisi le certezze del testimone chiave (Ernesto Almirante), riaprendo il processo e ribaltando la sentenza. Scotti torna in libertà e si innamora di una giovane ragazza (la bellissima Marina Berti), che poi cerca di sposare, senza però dirle niente del suo passato, che lui stesso vorrebbe dimenticare. Ma il suo passato riemerge, sempre più prepotentemente, come in un dramma ibseniano, fino a travolgerlo e a portarlo alla confessione della sua colpa.

Il film ha un’intensità drammatica che non cala mai dall’inizio alla fine, e tratta di temi importanti come la giustizia, l’inganno, l’amore e la morte. Gli attori sono diretti in modo superbo, la fotografia è spettacolare e a distanza di settant’anni ci offre uno scorcio bellissimo su una Roma appena uscita dalla guerra, piena di ferite e ricca di voglia di ricominciare. Quei muri scrostati, le vecchie osterie sul Tevere, i vicoli attorno a Regina Coeli, i tram all’epoca nuovi, i vecchi interruttori, le padelle appese ai muri, le terrazze con le mattonelle spezzate e i panni stesi… sono dettagli che arricchiscono ogni fotogramma, e sono il frutto evidente di una maestria già elevatissima. È un film poetico e dotato di una struttura narrativa solida, coerente, pieno di rimandi e premonizioni, che esprime un’etica sublime e tutt’altro che pedante. La giovane, quando scopre che il suo amante è, con ogni probabilità, un poco di buono, fa le valige per andarsene: ma lo ama e non riesce a lasciarlo quindi lo abbraccia disperata, facendolo scoppiare dal dolore per il rimorso, in una scena che sarebbe degna di una delle migliori pagine di Dostoevskij.

Bene, a fronte di un capolavoro del genere, se andiamo su Wikipedia alla voce del film, troviamo una scarna scheda che riporta:

Per il Dizionario Mereghetti «è una specie di giallo psicologico del tutto insolito per la rinascente cinematografia nazionale. Un film confuso ma non privo di talento registico e di una consistente vitalità». Per il Dizionario Morandini è un film che, pur «sbagliato e moderatamente interessante nei contenuti, rivela nell’esordiente P. Germi una capacità e una sicurezza che non sono soltanto tecniche»

Secondo il Morandini è un film «sbagliato»! Ma che significa «sbagliato»? Quale stupido pregiudizio ideologico può giustificare un giudizio del genere? Ora, anche se questo dizionario è pubblicato dalla Zanichelli, che credibilità può avere dopo una sentenza del genere? Stesso discorso per il Merenghetti, secondo cui saremmo di fronte a un film «confuso»… Questo film di così rara lucidità sarebbe «confuso»! Ed è inutile poi aggiungere «ma non privo di talento registico», perché si fa presto a gettare fango e poi a dare il contentino per giustificare la fama del regista. E purtroppo critiche simili si trovano per diversi altri film di Germi (uno su tutti il tanto vituperato Le castagne sono buone, che invece è un film che rimane impresso e sul quale magari scriverò un altro post in seguito).

Per quale motivo tutti i film presenti su Wikipedia devono riportare il giudizio di questi esimi critici? Chi li ha eletti gli arbiter elegantiae del cinema italiano? Quando il signor Morandini o il Mereghetti criticano Pietro Germi mi ricordano gli scribi e i farisei che attaccavano Cristo dandogli dell’empio perché non badava alle loro norme sulla filtrazione del vino dai moscerini. Sono dei sepolcri imbiancati che forse sarebbe meglio mandare in pensione una volta per tutte, o no?

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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