Il candidato di Flaubert, una tragedia in forma di farsa

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Le candidat fu scritta da Flaubert per il Théâtre du Vaudeville di Parigi, diretto da Léon Carvalho. La prima andò in scena l’11 marzo del 1874 e fu un autentico fiasco. Una delle tante riprove di quanto successo e talento siano fin troppo spesso scollegati.

La trama principale è semplice: il signor Rousselin decide di candidarsi a deputato, sogno che coltiva già da diversi anni. Per farsi eleggere non esiterà a passare da un partito all’altro, promettendo favori a destra e a manca, fino a promettere sua figlia allo sciocco rampollo di un conte decaduto, e solo per avere sessantaquattro voti in più.

La commedia è brillante, estremamente divertente e ben intrecciata. Diversi punti sono addirittura esilaranti, per esempio: l’esercitazione sulle frasi fatte, in cui Rousselin immagina di vincere un eventuale contraddittorio a prescindere dai contenuti («Bisognerà tuttavia intercalare qualche frase a effetto, di quelle che fomentano… […] e parecchie parole in -ismo: parlamentarismo, oscurantismo…»); oppure la lettura dei programmi elettorali, tutti dall’incipit comicamente simile («Amici miei, cedendo a delle vive istanze, ho creduto mio dovere presentarmi…»); e poi il comizio, quando Rousselin deve vedersela con elettori molto più rozzi e concreti di quel che aveva supposto.

Ma oltre alle risate ci sono anche delle impennate liriche che imprimono all’opera il marchio di un talento superiore. Flaubert le ottiene dando voce al delicatissimo personaggio di Julien, giovane poeta costretto, per sbarcare il lunario, all’umiliante lavoro di giornalista de L’impartial, giornale che ovviamente è l’esatto contrario di quello che pretende di essere nel titolo (oggi ne abbiamo almeno due esempi del tutto analoghi). Julien è innamorato della moglie di Rousselin, e a lei si dichiara con un monologo di altissimo trasporto emotivo. Flaubert, in una lettera a George Sand descrive con indignazione la reazione che ebbe il pubblico del Vaudeville in quella scena: «Bisogna anche dire che la sala era detestabile. Tutti zerbinotti e giocatori di Borsa che non comprendevano neanche il senso materiale delle parole. Hanno preso in burla cose poetiche. Quando Julien dice di aver appreso a leggere con l’Ernaniecc. in platea un’esplosione di risate ironiche».

Considerando la vita di Flaubert, Julien è senz’altro il personaggio più autobiografico. Trovo bellissimo, in particolare, questo passo: «L’arte germoglia male sul territorio della provincia. Il poeta che vi si trova e che la miseria obbliga a certi lavori, è come un uomo che volesse correre in un pantano. Un ignobile peso sempre incollato ai suoi talloni lo frena; più si agita, più affonda. E tuttavia qualcosa di indomabile protesta e ruggisce dentro di lui! Per consolarsi di quello che è costretto a fare sogna, pensando sempre, orgogliosamente, a quello che farà. Poi i mesi passano, la mediocrità dell’ambiente si insinua in lui… e si arriva dolcemente alla rassegnazione, questa forma tranquilla di disperazione».

I motivi del fiasco probabilmente furono molteplici. Era un testo scomodo perché metteva in ridicolo i due maggiori partiti dell’epoca, i conservatori e i repubblicani, suscitando il risentimento di entrambi. Inoltre il pubblico del Vaudeville probabilmente trovò questa commedia troppo seria e raffinata per i suoi gusti semplici, mentre gli intellettuali troppo farsesca per prenderla sul serio. E a giustificare la bocciatura, una semplice frase fatta: “è un romanziere, non sa scrivere per il teatro”. Di fronte a certi pregiudizi non può nulla neanche il talento, fosse anche quello di uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura.

Purtroppo anche la critica negò valore a quest’opera, deridendo Flaubert in maniera feroce all’epoca, e non riabilitando la pièce neanche col tempo, visto che, ancora ai giorni nostri, dobbiamo leggere, nella prefazione al Candidatocontenuta nell’opera omnia edita da Mondadori, che «la riproposta del teatro di Flaubert […] può aver senso soltanto nel contesto delle sue opere complete»! La passione di Flaubert per il teatro risaliva alla gioventù, ma fu sempre frustrata dall’incompetenza del suo pubblico. Essenzialmente la sua epoca gli impedì di scrivere per il teatro. Cosa che fa rallegrare l’autore della succitata prefazione, considerandola «una fortuna» per Flaubert, che così non ebbe modo di «scambiare la sua passione per una vocazione»! In realtà fu un vero peccato e una grande perdita per la letteratura teatrale il fatto che Flaubert non abbia potuto lasciarci qualcosa di più in questo ambito.

Da un punto di vista “superiore” si potrebbe osservare che la struttura farsesca è l’unico punto debole dell’opera, per cui non le si può concedere il titolo di capolavoro: succedono troppe cose, a scapito dell’approfondimento interno dei personaggi. Ma questo era il vincolo iniziale di Flaubert: doveva scrivere una farsa (anche perché aveva bisogno di soldi). Nonostante ciò Flaubert utilizza la tecnica della farsa per veicolare le sue istanze senza compromessi. In un certo senso fa suo il consiglio che la signora Rousselin dà al povero Julien: «Invece di fuggire il mondo, andate verso di lui. Il suo linguaggio non è il vostro: apprendetelo! Sottomettetevi alle sue esigenze». In fondo «le persone intelligenti possono applicarsi a tutto senza degradarsi».

Da questa commedia emerge un mondo di personaggi squallidi; non diverso, a ben vedere, da quello che troviamo in Madame Bovary. Infatti, non solo tutti i candidati sono mossi da ambizioni private ed egoistiche, ma anche tutti gli elettori cercano apertamente uno scambio clientelare, votando quello che promette loro più benefici personali, indipendentemente da qualsiasi considerazione del bene pubblico. In questa luce, Il candidato è in effetti un’opera ben più tragica di quel che si potrebbe immaginare: la si potrebbe definire una tragedia in forma di farsa.

In appendice mi sono permesso di aggiungere una “coda” per un finale alternativo, più drammatico e in linea con quanto indicato da Flaubert stesso in un’altra lettera a George Sand, dove dichiara alcune cose da correggere dopo il fiasco in teatro: «Poi [Rousselin] promette sua figlia. Questa è la fine. E nel momento in cui si accorge della sua vigliaccata, viene eletto. Allora il suo sogno è realizzato, ma non prova nessuna gioia» (Parigi, 8 aprile 1874). Flaubert non diede seguito a questo suo intento, probabilmente sconfortato dall’insuccesso o per non stravolgere troppo la struttura farsesca della pièce. Ma io rimango dell’idea che il finale tragico sia il più conseguenziale e appropriato. In appendice alla traduzione ne ho proposto una semplice “ipotesi”.

[Dalla Prefazione a Il candidato, traduzione di Marco Pizzi, KDP Amazon]

Pubblicato da Marco Pizzi

Sono nato a Roma nel 1981, dopo il Ph.D. in astrofisica nel 2009 ho iniziato la mia carriera di scrittore con romanzi e testi teatrali. Ho vinto diversi premi tra cui la Segnalazione speciale Vittorio Giovelli per il dramma Solo con Falcone. Tutte le mie opere sono disponibili su Amazon.

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