Corrado Augias ha recentemente pubblicato un libro intitolato
Le ultime diciotto ore di Gesù (Einaudi, cartaceo pp.246, €17, e-book €9,99), che descrive le ultime ore di vita di «Joshua Ha-Nozri», dal suo arresto alla morte in croce. Non è il primo volume che Augias scrive sull’argomento, ma il primo che esce dalla forma del saggio e tenta, almeno in parte, un approccio narrativo. Come si trova scritto nella controcopertina le vicende sono viste «forse per la prima volta, anche dalla prospettiva degli occupanti romani».
Il «forse» è opportuno perché un approccio molto simile lo avevo adottato anch’io nel mio romanzo
Incontro con Cristo. Il filosofo e il messia (pubblicato in e-book nel novembre 2013, pp. 305, Amazon KDP, €4,17), in cui le vicende sono narrate da un vecchio filosofo romano, che all’epoca dei fatti era un giovane discepolo di Fabiano Papirio, in visita da Pilato.
Leggendo Le ultime diciotto ore di Gesù ho trovato alcuni dettagli che mi fanno supporre che Augias possa aver letto Incontro con Cristo (l’approccio romano e filosofico, il discorso di Pilato sull’acquedotto e sulle insegne, alcuni stratagemmi narrativi, una simile parafrasi leopardiana e altre piccole cose). Se effettivamente il mio romanzo lo avesse in qualche grado ispirato ciò non mi dispiacerebbe affatto, anzi mi farebbe più che piacere. D’altra parte potrebbero essere mere coincidenze dovuto all’uso delle stesse fonti, e siccome in bibliografia non mi cita, assumo che non mi abbia letto. In ogni caso l’identità dell’argomento e la somiglianza del punto di vista non toglie che i due lavori siano sottilmente, e talvolta profondamente, diversi: nella forma, nei caratteri dei personaggi, nella trama e nelle tesi sostenute.
Intanto il libro di Augias è solo a tratti un romanzo, mentre per il resto è un saggio che spesso prende le sembianze di un’amabile chiacchierata sull’argomento. Argomento che peraltro Augias conosce bene citando abbondantemente le fonti storiche: i Vangeli, Flavio Giuseppe, Filone d’Alessandria, Tacito e Svetonio. Tuttavia, questi strappi narrativi che sono senz’altro comodi per l’autore, perché lo liberano dalle strette bande della narrazione, non sono il massimo dal punto di vista stilistico. E quel che più lascia perplessi è che le parti saggistiche sono spesso in contraddizione con le parti letterarie. Per esempio Augias descrive in forma narrativa la celebre scena in cui Pilato si lava le mani, per poi smentirla nella chiacchierata seguente dove afferma che la scena è inverosimile essendo «un gesto rituale della Bibbia previsto per particolari omicidi». (Un’obiezione peraltro debolissima: intanto quel gesto sarebbe una trovata letteraria troppo acuta per l’evangelista Matteo, poi è perfettamente coerente con l’andamento della scena che descrivono tutti e quattro i Vangeli, infine è un gesto troppo elementare per non essere universale, oltretutto Pilato conosceva bene le usanze giudee perché era in Palestina già da diversi anni e con quell’atto era consapevole di rivolgersi a ebrei). Ma a parte il passo particolare, descrivere la scena in un modo e poi sconfessarla nel commento seguente (cosa che Augias fa diverse altre volte), significa relegare tutto ciò che c’è di letterario a puro divertissement che non ha alcuna ambizione di avvicinarsi alla realtà.
In Incontro con Cristo, che è integralmenteun romanzo, ho cercato invece di usare la tecnica narrativa con uno scopo chiaro: tentare di ricostruire non dico la verità ma almeno una versione realistica e assolutamente coerente dei fatti. Per esempio il non-tradimento di Giuda difficilmente sarei riuscito ad argomentarlo in maniera migliore che ricostruendo una completa e accurata narrazione della vicenda. Augias su questo punto riprende una tesi apparentemente simile alla mia, quella del «tradimento fedele». In realtà questa tesi del «tradimento fedele», espressa già in passato da diversi studiosi, è ancora più inverosimile di quella del tradimento vero e proprio. Secondo essa, Giuda avrebbe consegnato Gesù per adempiere il disegno divino della crocifissione. Io sostengo una cosa molto più semplice: Giuda non tradì affatto perché Gesù stesso gli chiese di chiamare le guardie per farsi consegnare. E questo lo si desume da vari indizi sparsi qua e là nei Vangeli (sì proprio nei Vangeli canonici), a partire dal fatto che in greco non usano mai il verbo «tradire» ma sempre «consegnare», e poi perché Gesù tornò apposta a Gerusalemme nonostante fosse già stato emesso dal Sinedrio un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma ci sono tanti altri indizi che sarebbe qui lungo elencare, per chi è interessato rimando ai miei libri.
Chiudo con un’ultima osservazione su Giuseppe d’Arimatea. Secondo Augias è un fariseo. A tal proposito non abbiamo nessuna informazione, quindi è un’ipotesi accettabile, ma avendo egli un sepolcro privato per ospitare la salma di Gesù, ho pensato che fosse verosimile che appartenesse alla fazione dei sadducei, essendo questi i più ricchi. A parte questo dettaglio, in aggiunta, nel mio romanzo, ho immaginato che Giuseppe fosse l’autore del libro
della Sapienza. Si tratta ovviamente di una finzione letteraria, ma affatto gratuita perché pare che il libro della
Sapienza sia stato scritto proprio da un sadduceo contemporaneo di Gesù.
Come ho scritto nelle mie note Perché Giuda non tradì. Note sui Vangeli: «Èmolto interessante il fatto che gli studiosi abbiano progressivamente avvicinato la datazione di questo libro, e che ora la stimino tra il I secolo avanti e il I dopo Cristo. Ma i riferimenti alla vicenda di Gesù che in esso sono presenti sono talmente calzanti da supporre ‒ almeno per chi non crede nelle profezie ‒ che la sua scrittura risalga sicuramente a qualche tempo dopola crocefissione. (Ciò naturalmente infastidisce molti ecclesiastici perché in questo caso avremmo un testo sacro dove Gesù viene chiamato solo con l’appellativo di «giusto» e non come il messia)». Sarebbe in effetti uno scandalo per la Chiesa accettare che questo testo sia attribuibile a un contemporaneo di Gesù, come pare confermato anche dagli studiosi. Se fosse veramente così, e io ne sono convinto perché i riferimenti alla vicenda sono troppo precisi per essere una coincidenza, il libro della Sapienza è un’ulteriore prova della storicità di Gesù, e soprattutto è l’unico testo che descriva la vicenda della passione da un’ottica autenticamente ebraica.
Ci sarebbero innumerevoli altre questioni da analizzare data la vastità dell’argomento, ma penso di aver già fornito abbastanza spunti per ulteriori approfondimenti.
P.S. Per chi non avesse presente il passo della Sapienza a cui mi riferivo, è questo:
Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo
ed è contrario alle nostre azioni;
ci rimprovera le trasgressioni della legge
e ci rinfaccia le mancanze
contro l’educazione da noi ricevuta.
Proclama di possedere la conoscenza di Dio
e si dichiara figlio del Signore.
È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti;
ci è insopportabile solo al vederlo,
perché la sua vita è diversa da quella degli altri,
e del tutto diverse sono le sue strade.
Moneta falsa ci considera,
schiva le nostre abitudini come immondezze.
Proclama beata la fine dei giusti
e si vanta di aver Dio per padre.
Vediamo se le sue parole sono vere;
proviamo ciò che gli accadrà alla fine.
Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà,
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti,
per conoscere la mitezza del suo carattere
e saggiare la sua rassegnazione.
Condanniamolo a una morte infame,
perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà.