Dopo la performance monstre di Jan Fabre, da ieri sera il palcoscenico dell’Argentina torna a ospitare un teatro più a misura d’uomo con una rara pièce di Arthur Miller, Il prezzo, nella nuova traduzione di Masolino d’Amico pubblicata da Einaudi proprio in concomitanza di questo allestimento che vede la regia di Massimo Popolizio. Un’operazione senz’altro meritoria, dato che si tratta della prima edizione italiana di questo testo, che viene a 47 anni dalla prima (meglio tardi che mai), avvenuta a Broadway nel 1968. Ciò sembrava preludere a una regia fedele al testo, e invece… ma andiamo con ordine.
Il dramma è incentrato su due fratelli che si ritrovano a sedici anni dalla morte del padre per vendere i mobili di famiglia. Victor e la bella moglie Esther vivono nel rimpianto di una vita sprecata: lui rinunciò a laurearsi arruolandosi in polizia per mantenere il padre dopo che i suoi affari andarono in rovina, mentre il fratello Walter se ne andò di casa senza farsi tanti scrupoli, intraprendendo una brillante carriera di medico. Walter ora si sente in colpa e parzialmente in debito con il fratello, ma sa pure che Victor ha le sue colpe e non ci sta a fare da capro espiatorio. Dal canto suo Victor oscilla tra l’astio verso il fratello e l’insostenibile dubbio di aver rinunciato a vivere la sua vita per codardia. Ad approfittare di tutto ciò sarà il vecchio Solomon, l’astuto commerciante che acquisterà tutto il mobilio a un prezzo stracciato.
Il prezzo è un testo estremamente denso di risvolti psicologici, di sguardi, di pause, carico di sottintesi, dove le didascalie, numerose e dettagliatissime, hanno un ruolo fondamentale («Va verso di lui, ma lui la delude guardando l’orologio» oppure per citare un passaggio platealmente disatteso da Popolizio: «VICTOR: (Ride stancamente ed esegue un affondo di un paio di metri. Il bottone in cima al fioretto le tocca lo stomaco). ESTHER (arretrando con un salto) Dio! Victor!»). Talvolta le indicazioni di Miller sono delle vere e proprie sfide per l’attore; potrei menzionarne due particolarmente difficili: «con ancora tenacemente addosso la tristezza, la lontananza», si legge in una battuta di Victor diretta a Esther; oppure «facendole una piccola concessione» è indicato nella battuta successiva.
Già questi pochi esempi dovrebbero dare un’idea del peso fondamentale che ha il modo con cui si porge la battuta: questo è certamente un fatto generale a teatro, ma in un dramma del genere è ancora più fondamentale che in Shakespeare, per intenderci. In Shakespeare infatti quasi non ci sono didascalie e la parola, il verso, ha un valore fondante e imprescindibile; nella scrittura moderna di Miller, invece, la didascalia spesso sopravanza l’importanza delle parole. Prendiamo l’esempio summenzionato della stoccata. Esther avrebbe potuto esclamare parimenti: «Accidenti, Victor!» oppure «Che fai, sei impazzito?!», o una qualsiasi altra esclamazione senza cambiare di una virgola il significato della scena (il messaggio principale è che Victor era uno spadaccino provetto, altro talento che non ha sfruttato).
Ora, venendo alla messa in scena di ieri, nella suddetta scena Popolizio ha pronunciato le parole corrette e fedelissime al testo, ma invece di eseguire l’affondo di due metri… si è rovesciato su se stesso come il più goffo degli spadaccini (per cosa poi? strappare una risata da quattro soldi? rendere il personaggio una macchietta?). Questo penso sia un buon punto di partenza per commentare lo spettacolo di ieri, perché quella appena descritta è solo una, e neppure la più grave, delle centinaia di infedeltà alle didascalie che potrei riportare.
Già, perché ieri le didascalie di Arthur Miller sono state “piallate via” in blocco, come fossero scorie inutili, superflue, opzionali. Il risultato è stata una recitazione goffa e caricaturale, che al complesso intreccio di psicologie, ha sostituito una piatta sequenza di battute, spesso insensata e noiosa. Elia Schilton ha rappresentato un Walter completamente fasullo, senza nessun segno di pentimento, che viene a mostrarsi uomo di successo senza remore. Alvia Reale, nel ruolo di Esther, che dal testo emerge come una bella donna, che ama spendere e vestirsi con gusto, sembrava invece la caricatura di una casalinga di Voghera, mal vestita e con un tono di voce mascolino, completamente privo di sensualità. È già almeno la terza volta che Popolizio mi delude, mi pare che ormai si sia fossilizzato sullo stesso modo di recitare “a collo torto”, caricaturale, sovraccarico. Che sia Viktor Franz, John Gabriel Borkman o l’Alceste del Misantropo fa poca differenza. Spero vivamente che esca da questa macchietta a una maggiore naturalezza e soprattutto a evitare la regia. Umberto Orsini tutto sommato era il più accettabile dei quattro: ha dato un’interpretazione del mercante Solomon un po’ alternativa ma abbastanza credibile.
La prima brutta impressione di questo spettacolo comunque la si ha persino prima che gli attori entrino in scena: all’apertura del sipario avremmo dovuto trovarci nell’attico di un vecchio e aristocratico palazzo, invece sembrava di stare in un seminterrato senza finestre con il muro a piastrelle, tipo un laboratorio di chimica. Non dico che avrebbero dovuto seguire la didascalia parola per parola anche nell’arredamento della scena, ma almeno nelle cose fondamentali sì! Mettere la poltrona del padre sull’estremo lato sinistro invece che al centro è un errore drammaturgico macroscopico: quella poltrona rappresenta il padre di Victor e Walter, cioè il grande assente e il motore immobile di tutto il dramma, perciò quella poltrona DEVE stare al centro della scena, come ha scritto Miller; e così l’arpa, più volte nominata, doveva essere sempre in vista sul fondo; mentre l’assenza del tavolino dove i personaggi avrebbero potuto poggiarsi creava un fastidioso vuoto sulla scena.
Ultimo problema che voglio sottolineare, i tagli al testo. A occhio e croce è stato tagliato un 20% del testo. Sono stati tagliati alcuni riferimenti storici che inquadravano l’opera nell’America degli anni Sessanta e che caratterizzavano meglio i protagonisti. Per esempio doveva emergere che Victor aveva avuto rapporti con altre donne anche da sposato, ma soprattutto è stata tagliata la parte in cui Walter confessa la sua crisi spirituale e diverse riflessioni di Victor. Il finale, poi, oltre a essere stato tagliato (manca una lunga riflessione di Esther e una battuta di Solomon) è stato anche lievemente modificato. In particolare non capisco perché Victor non prenda i 50 dollari in più, ma pazienza… tra tante infedeltà, una più una meno cambia poco.
A questo punto mi chiedo che senso abbia rappresentare un testo se poi lo si tradisce in questo modo?
Due anni fa, a un seminario del CENDIC (Centro di Drammaturgia Contemporanea) sollevai la questione della fedeltà al testo, didascalia compresa, lamentandomi che in Italia questa cultura non c’è, ed è un fatto specifico del teatro, perché se a Santa Cecilia eseguissero la Quinta di Beethoven con tagli e manomissioni succederebbe giustamente un putiferio, mentre nel teatro di prosa tutto è lecito, il taglio e la manomissione sono anzi la norma. A questo mio intervento seguì un’aspra polemica, con autori e registi divisi, che si trascinò per tutto il ciclo dei seminari. Purtroppo bisogna constatare che oggi i registi che la pensano come Popolizio sono la netta maggioranza.
A ribadire l’importanza delle didascalie aggiungo però un’ultima osservazione. Secondo i linguisti più del 90% della nostra comunicazione giornaliera è non-verbale, e le didascalie riguardano proprio quella sfera. Se dobbiamo prendere per buona questa stima, ieri hanno recitato meno del 10% del dramma di Arthur Miller. Ecco, se siete d’accordo, prendete questa mia critica come un invito a leggervi il testo originale, ora che è possibile.
Ringrazio di questa sua recensione , guardero' con occhio più attento Domenica al teatro Diana di Napoli la rappresentazione di questa opera di Miller.Luigi
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